Intervento di Luca De Biase

 Luca De Biase

 

Grazie della gentilezza ma credo che siano soprattutto i testimoni diretti che daranno delle informazioni migliori. Io seguo e faccio Nova da 2 anni e mezzo e per quanto ci riguarda il mondo della rete è soprattutto opportunità, creazione e cose nuove, treni che partono e non perduti o porte chiuse. E’ una realtà che cerco di raccontarvi brevemente. Vorrei se possibile chiedervi, dopo l’intervento dell’Assessore e di Faenza, se quando pensate alla parola “pubblico” vi vengono in mente ai finanziamenti o a quelli che vano in sala. Chi tra voi pensa a l’uno e all’altro? Questo è l’argomento centrale, le persone che fruiscono del prodotto cinematografico sono la cosa più importante ed è di questo che vorrei parlare. Il pubblico sta cambiando e attraversa non un declino ma una grande trasformazione. Abbiamo vissuto e siamo certamente grati ai nostri genitori del grande periodo di industrializzazione che ci ha dato una disponibilità di mezzi straordinari ma nel corso della costruzione della società industriale abbiamo perso una serie di valori culturali, sociali e di relazioni con le persone, che sono quello che adesso conta di più in una fase in cui, saluto Rossella mio ex direttore Panorama, che cerca di capire e raccontarsi quale sarà la sua forma futura. Noi stiamo parlando scoeità della conoscenza e di post- industriale, ma fondamentalmente non abbiamo ben chiaro che situazione stiamo per vivere. Ed è questa il centro della sofferenza che viviamo non abbiamo chiaro il nostro progetto. Perciò per quanto mi riguarda i media hanno una responsabilità straordinaria per dare l’immagine di questo progetto di società. Il pubblico allora che cosa sta facendo, si sta appropriando di alcuni mezzi che la tecnologia e le idee e i sogni di un sacco di gente hanno messo a disposizione. Internet non è particolarmente complicato è un modo è per mettere insieme dei computer, e su questa cosa che non appartiene a nessuno si è sviluppata una quantità di idee e concetti che evidentemente è tale da dimostrare quanto ce ne fosse bisogno. Ormai siamo un miliardo di persone connesse, sappiamo tutte queste cose. Ieri sentivo una cosa abbastanza carina, ogni secondo ci sono 1.500 video visti su YouTube, sono dati talmente grandi che non ne abbiamo una conoscenza concreta. Quello che sappiamo è che c’è una parte di pubblico che rimane passivo che si aspetta cose da qualcuno e c’è un nuovo pubblico che invece è attivo e si mette in gioco. Attraverso molti modi, blog, foto..io ho appena mandato una foto di Scalfari su Fickr e i miei amici la stanno vedendo. Be insomma vedono le tracce fotografiche di una storia e di un mito. Quello che credo stia succedendo è che anche nell’ambito del linguaggio cinematografico e video, chiamiamolo così, avviene la stessa cosa cioè un sacco di gente che sta mettendo a disposizione degli altri molti contributi video. Dire che questo è cinema è impossibile, al massimo su YouTube ci stanno 10 minuti alla volta tanto per dirne una. Indubbiamente però questo è l’argomento, il pubblico sta prendendo in mano quello che una volta si sarebbe stato detto i mezzi di produzioni. Quel mondo cioè di cose che servono per vivere da protagonisti, o comunque non passivamente, nell’epoca della conoscenza la capacità dunque di produrre, condividere, confrontare ed elaborare idee concretizzate in una forma narrativa. Quello che fanno su YouTube è questo, una pratica dell’apprendimento della vita nell’epoca della conoscenza. E’ ovviamente un’espressione di Sé ed una connessione con gli altri. La storia vera di YouTube è chiara, ha vinto rispetto agli altri portali di video-sharing perché, oltre a consentire di mettere on line il video e ricercalo nei motori di ricerca, aggiungeva l’embed del video stesso che serviva a citarlo su altri siti. Siccome tutti potevano prendere quel video tramite quel link intelligente, ogni volta che lo mettevano nel loro blog lo segnalavano dandogli traffico e facevano in modo che la gente se ne accorgesse. Google video che era nato più o meno parallelemente non aveva questa funzione e ha perso. La vittoria è stata possibile grazie al passaparola, alla relazione tra le persone, tra gli amici e quelli che leggono i loro blog. La cosa interessante è che sono tutti collegati tra di loro e generano una forma di rete che ha la struttura del passaparola molto più forte di quella in un mondo dove le relazioni sono essenzialmente fisiche. In questa economia del dono di tempo, di relazione, di costruzioni, di un’espressione personale – in un’epoca che ci sta dicendo che il valore si concentra sull’idea e sul senso di quello che facciamo e che sta perdendo in parte la materia e quella centralità che aveva una volta – il pubblico sperimenta questa epoca della conoscenza e partecipa come sa. Chiunque lavori nel mondo dei media e nel cinema in particolare può cogliere quello che sta facendo la società e il pubblico per il verso giusto, cioè per come credo di vederlo e di avervelo raccontato oppure lo può cogliere come un fenomeno competitivo distorcendone il senso. Nel momento in cui l’industria del cinema guarda a internet come un competitor, perde di vista la realtà. Prima di tutto perde di vista che il mondo di internet è fatto dalle persone che costituiscono il suo pubblico. Quindi fondamentalmente se una industria si pone in competizione con il suo pubblico, perde. Quando ciò avviene partono tutte i modi per affrontare, professionalmente e industrialmente, una relazione con un pubblico che si è evoluto. Io direi che si è evoluto è inutile trattarlo come prima. Lungi da me dal dare consigli quindi alle persone che lavorano professionalmente nell’industria cinematografica, casomai dovrei parlare con quelli del giornalismo ma fondamentalmente le indicazioni sono queste. In una condizione cioè, descrivile in termini semplici, che abbiamo abbandonato la relazione tra l’industria gerarchica e il pubblico che subiva, l’industria produceva e se lo faceva bene era bene se lo faceva male era male. La gerarchia nella relazione della comunicazione si sta fondamentalmente sciogliendo nella grande rete, dove ognuno ha un ruolo. Concepire la produzione in una rete significa essenzialmente riscoprire qual’è la propria funzione, nessuno la garantisce ciascuno la deve definire e dimostrare. Nel giornalismo emerge necessariamente chi fa il lavoro di qualità, chi lo fa per spirito di servizio, sentendo la responsabilità di quello che sta facendo. Credo sia la stessa cosa nel cinema. Non imponete più nulla, si può manipolare un pubblico per una vola ma non si può controllare più e più si tenta di farlo più sfuggirà. Perché ha i mezzi e l’intelligenza per farlo e perché sta imparando a farlo. Siamo solo all’inizio da questo punto di vista, voi vedete su internet e su YouTube formati molto ingenui spesso parodie di quello che è già stato fatto dall’industria e anche quelli hanno successo perché si agganciano a linguaggi e stilemi già noti. Stanno però venendo fuori anche delle cose totalmente nuove, i veri giovani che sono qui credo che ci racconteranno di più. Quello che vedo è che francamente la definizione di cinema lì va rivista, così come per il giornalismo, e credo che nel rivederla si dovrà partire dalla consapevolezza di una relazione con il pubblico costruttiva che tenderei a definire simbiotica. Non è un ecosistema nel quale prevalgono i predatori ma dove prevalgono coloro che hanno la consapevolezza di essere in simbiosi..dunque il cinema e l’industria cinematografica non vivono senza il pubblico e quest’ultimo non si fa notare, non viene ascoltato, non lancia i suoi messaggi..

Ferrarotti diceva “entrare nelle smagliature della società”, è questo che sta facendo il pubblico, contropotere diceva invece Scalfari, ecco quello che sta facendo. Gli altri non lo fanno, agire dunque con consapevolezza e responsabilità. Questo credo che sia il discorso, poi per quanto riguarda modelli di bussiness, prezzi dei biglietti e forme della pirateria, prendiamo atto che del fatto che i mercati sono complicati. Certamente c’è chi sa meglio di me come si affrontano questi mercati, se volete vi lascio con due citazioni: la prima è di Lessing, avvocato dei creative commons e dunque di chi cerca una nuova forma di diritto d’autore nella nuova società, che racconta come il diritto di proprietà fosse molto chiaro una volta. C’era un pezzo di terra e chi lo possedeva, deteneva la proprietà di tutta la terra fino al centro della terra e di tutto ciò che stava sopra. Quando sono arrivate nuove tecnologie queste tipo di proprietà sono state messe in crisi e si può immaginare che questi siano come aereoplani che passavano sulla proprietà di chi la concepiva in quella maniera. C’è stato chi, come in America spesso succede, ha fatto causa alle compagnie aeree che passavano sulla loro proprietà e le cause arrivavano fino alla corte suprema E questa ha detto che è vero che infrangono la proprietà, ma che è anche contro il senso comune che quest’ultime chiedano il permesso di farlo ogni volta che passano sulla proprietà delle persone che stanno a terra. Ho l’impressione che internet in questo momento sia come gli aerei, rispetto al diritto di proprietà intellettuale. Per quanto riguarda quello che è bello vorrei far notare, e finisco davvero, che un’altra epoca che molti definivano di declino e di grande trasformazione era anche di information overload. Un boom di musica, cinema, e soprattutto teatro, la gente andava a teatro per tutta la giornata 7-8 erano sempre aperti, i grandi successi duravano 3 giorni. La locandiera per l’appunto, best-sellers, ha vinto il diritto di restare in scena per 3 giorni di seguito. Le persone erano in un’ipnosi di novità e lì c’era un nostro grande rappresentante intellettuale, Carlo Goldoni, che alla fine della sua commedia “Il Campiello” la definisce e dice, cercando di trovare anche l’applauso, “non se bel quel che se bel ma quel che piase”. Tutta la sua vita era stata dedicata ad innalzare quel che piace e non a lasciare il suo prodotto nelle mani del pensiero di chi lo avrebbe apprezzato facilmente. Grazie.

 

parte 2

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