I Bambini nel Dopoguerra. L`infanzia violata raccontata dal cinema neorealista di De Sica.

Tesina realizzata da Gian Paolo Collacciani

L’infanzia è forse la fase della vita più importante per un individuo. E’ nei primi anni, infatti, che il carattere e la personalità vengono plasmati dall’ambiente in cui si cresce e dalle relazioni con i membri del proprio nucleo famigliare. Il processo di socializzazione comincia fin dai primi mesi di vita e non ritengo sia un luogo comune sostenere che trascorrere un’infanzia serena e priva di traumi particolarmente gravi possa generalmente consentire a un essere umano di diventare un adulto più equilibrato e responsabile. Purtroppo a tante, troppe persone l’infanzia è stata tolta, violata, cancellata. Oggi, come del resto nel corso di tutta la storia dell’umanità, assistiamo e abbiamo assistito impassibili a una continua violenza fisica e psicologica verso i più piccoli. Miglia di volte, forse, ci sarà capitato di vedere in televisione o sui giornali i bambini del terzo mondo versare nelle condizioni più disperate, venire a conoscenza di storie raccapriccianti legate alla pedofilia o allo sfruttamento dei minori sul lavoro.
In Italia, tralasciando le tristi piaghe della pedofilia e altri casi di violenza, negli ultimi 30 anni le condizioni generali di vita dei nostri bambini sono migliorate. Vi è stata una graduale diminuzione del fenomeno del lavoro minorile, anche se ancora oggi, soprattutto nel sud del Paese, il fenomeno non appare del tutto debellato. Se poi aggiungiamo gli immigrati vediamo che i dati subiscono un’impennata. Però è indubbio che rispetto agli anni del secondo dopoguerra in cui quasi tutti i minori non ricevevano un’istruzione scolastica, molti lavoravano oppure sceglievano la criminalità, oggi perlomeno l’istruzione scolastica fino a 16 anni è un obbligo imprescindibile nel nostro Paese, anche se penso che bisognerebbe alzare l’età dell’obbligo fino alla maggiore età per arginare il problema del lavoro minorile e la microcriminalità sempre più dilagante.
E’proprio riallacciandomi al triste periodo del dopoguerra che vorrei sviluppare l’argomento dell’infanzia violata, analizzando la drammatica condizione generale della società italiana di quel periodo, in cui tutti ne hanno fatto le spese, soprattutto i più piccoli. Condizione che il cinema di quel tempo ha saputo raccontare attraverso una corrente artistica che è riuscita a rappresentare la drammatica situazione da cui l’Italia cercava di risollevarsi dopo un conflitto che l’aveva portata sull’orlo di un’ irreversibile decadenza. Il neorealismo, nella letteratura come nella pittura, e naturalmente nel cinema, fu contraddistinto non solo da un nuovo atteggiamento di fronte alla realtà, da una diretta presa di posizione verso i principali problemi collettivi di quel periodo, ma anche dal bisogno di prospettarne o invocarne una soluzione positiva. Alla sua origine c’è, insomma, più che un orientamento estetico, una spinta morale come conseguenza di una rottura dei ponti col passato. La situazione storico-sociale che il neorealismo cinematografico ha documentato, grazie a registi come Visconti, Rossellini e De Sica, è una realtà fatta di stenti e miseria, di lacrime e di sogni, dove i personaggi della vita comune diventano protagonisti attraverso le proprie travagliate esperienze quotidiane. Tra i diversi temi affrontati, quello dell’infanzia nell’immediato dopoguerra viene proposto in particolare da Vittorio De Sica nei film Sciuscià (1946) e Ladri di biciclette (1948). Sono opere dure, in cui si illustra la difficilissima condizione collettiva del tempo: problemi economici, disoccupazione, emarginazione. E soprattutto viene rappresentata un’infanzia che deve fare i conti con un contesto che impedisce ai bambini di vivere con spensieratezza la loro giovane età, perché costretti a diventare troppo in fretta adulti per fronteggiare le situazioni di ogni giorno.
Sono proprio le classi sociali più basse e più in difficoltà a emergere con forza nel neorealismo, e nelle due opere di De Sica in questione, assistiamo a un disagio collettivo, provocato da una guerra devastante e dai postumi del fascismo, che ha caratterizzato il cinema di quegli anni e, più in generale, tutta la corrente neorealista. La guerra aveva lasciato un segno indelebile nella personalità di De Sica, accentuando la sua predisposizione a osservare la realtà, e soprattutto le persone, con una commossa partecipazione. E la terribile condizione dei bambini prima e dopo il conflitto aveva indirizzato il regista verso una forte presa di posizione al riguardo, dove il moralismo e la connotazione psicologica lasciavano il posto alla denuncia sociale e civile.
Il tema che emerge con vigore nei due film di De Sica è il lavoro minorile. Soprattutto in Sciuscià, in cui i protagonisti, Pasquale e Giuseppe, sono due lustrascarpe che sognano di comprare un cavallo bianco, ma quando ci riescono finiscono in riformatorio per una truffa alla quale partecipano per volontà degli adulti; Ladri di Biciclette è incentrato sulle vicende di un padre, Antonio Ricci, costretto a cercare, insieme al figlio, la bicicletta rubata per non perdere il tanto sospirato posto di lavoro da attacchino. Il piccolo Bruno lavora a una pompa di benzina: al contrario del padre riesce a conservare il proprio impiego, accompagna il genitore alla ricerca della bici, lo salva da numerose situazioni di difficoltà, non ultima dal rischio di essere picchiato da una folla inferocita nel corso dell’ultima drammatica sequenza del film, quando il padre ormai esausto decide di rubare a sua volta una bicicletta incustodita. Bruno non è soltanto un piccolo adulto, egli svolge un ruolo di supplenza del ruolo paterno, è la colonna portante della famiglia, da un punto di vista economico, ma non solo. La personalità e il carattere di questo bambino sono molto differenti da quelli che i bambini di oggi possono avere. Per fortuna, mi viene da dire, ripensando a me stesso all’età di 10 anni, quando mi sentivo un bambino nel pieno della spensieratezza e dei giochi. Il ruoli tra noi e i nostri genitori erano ben definiti e le nostre uniche preoccupazioni erano gli amici e i giocattoli. Niente a che vedere con gli anni Quaranta, in cui la distinzione tra adulti e bambini, tra grandi e piccoli, tra giovani e anziani, è molto sottile, e viene ad annullarsi completamente quando c’è di mezzo il lavoro e il sussidio. Per risollevarsi dalla miseria tutti devono contribuire e anche il più piccolo dei figli può diventare un tassello fondamentale dell’economia domestica.
Il cinema neorealista coglie appieno questa situazione. Sciuscià e Ladri di biciclette rappresentano perfettamente una realtà quotidiana nella quale ai bambini non è permesso di vivere la propria infanzia. Per i minori delle classi sociali basse, molti dei quali rimasti orfani a causa della guerra e degli stenti, non c’è scuola, non c’è istruzione, non ci sono giocattoli, soltanto lavoro, delinquenza e una manciata di sogni difficili da realizzare.

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Comments
4 Responses to “I Bambini nel Dopoguerra. L`infanzia violata raccontata dal cinema neorealista di De Sica.”
  1. Paola Marrero ha detto:

    Vorrei leggere questa tesina. Mi servirebbe molto come punto di rifferimento per un saggio sul qui sto lavorando per la mia classe di cinema. Se c’è un modo in cui me la potete spedire (purtroppo non trovo qui il “visualizza allegato”). La mia mail è paola.judith.26@gmail.com
    Grazie mille!

  2. Giulia90 ha detto:

    Bellissimo articolo. Come posso leggerlo tutto?

  3. nicola76 ha detto:

    Complimenti per il testo. Essendo un appassionato del cinema neorealista di Vittorio De Sic, gradire leggere l’intera tesina.

  4. Tizdi ha detto:

    Mi servirebbe questa tesina, come dovrei fare per leggerla tutta? Me la può mandare qualcuno?

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