Mani sulla città, Mani sul territorio

 Tesina di



Katarzyna Leszczynska

 “I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, autentica è invece la realtà sociale ed ambientale che li produce.” È con questa breve frase che termina il film “Le mani sulla città”, girato nel 1963 da Francesco Rosi. Poche parole che purtroppo ricordano che ciò che si è appena visto non era un film di fantasia e che quella realtà degradata che ci è stata mostrata esiste veramente. Infatti le inquadrature iniziali e finali, che mostrano una panoramica di agglomerati di squallidi casermoni, sono riprese aeree reali, quella è veramente la Napoli degli anni Sessanta. Una Napoli in piena e ruggente crescita che si espande a macchia d’olio nella campagna circostante, inghiottendo prati e campi sotto colate di cemento della periferia che incombe. Quelle tetre vedute aeree di edifici tutti uguali non sono altro che i risultati della speculazione edilizia promossa dall’amministrazione Laurina della città. Non c’è nessuna finzione nello sfondo che fa da palcoscenico alla vicenda narrata, e diciamoci la verità… anche i personaggi e i fatti, benché immaginari, non colpiscono certo per la loro artificiosità, anzi si inseriscono perfettamente nell’ambiente che li circonda.
 Quello di Rosi è un film-inchiesta ai confini del decumentarismo, un film in cui il regista non cerca un’obiettività difficile da mantenere, ma si schiera apertamente mostrando il proprio amore verso la sua città natale. È un film di denuncia che rimane tutt’ora di grande attualità, trattando di quel particolare rapporto che ancora oggi si instaura in Italia tra politica e moralità, tra interessi pubblici e privati. Ed è proprio questa attualità che più colpisce purtroppo.
 Nonostante siano passati quarant’anni si continua a costruire massicciamente. Le infinite schiere di palazzi che stanno sorgendo nella campagna a ridosso di Roma (e non credo solo lì) mi ricordano tanto le inquadrature del film. L’unica differenza è che siamo nei pressi della capitale nell’anno 2006 e non a Napoli negli anni Sessanta. Si potrebbe affermare che magari sono edifici più moderni, che puntano all’efficienza e al risparmio energetico, ma purtroppo di accorgimenti utili e innovativi come i pannelli solari ne ho visti veramente pochi. Cos’è cambiato allora? Che adesso vicino a questi agglomerati di cemento sorge quasi sempre l’Ikea o il Leroy Merlin di turno (giusto per fare due nomi)? Io non vedo alcuna differenza, magari non sarò abbastanza informata e me ne scuso in anticipo, ma non mi sembra che in tutto questo tempo sia cambiato qualcosa in meglio. Anzi, ora che una coscienza ambientalista è sempre più diffusa, è ancor più grave continuare ad edificare con tanta foga visto che tra un po’ le campagne su cui edificare non ci saranno più e le periferie giungeranno direttamente fino ai paesini di provincia, inglobandoli nella metropoli. E non si parla qui solo di danno ambientale, danno alla campagna e all’agricoltura, ma anche del dubbio aspetto estetico di questi edifici, della vivibilità, del traffico che causeranno queste “piccole città satellite” (raramente accompagnate da un parallelo sviluppo del trasporto pubblico) sorte dal nulla in mezzo a sistemi stradali vecchi che già a stento supportano il traffico odierno. Da tenere presente anche l’aspetto umano e sociale che spesso non viene tenuto di conto durante la pianificazione di questi agglomerati urbani. Tanti palazzi uno a ridosso dell’altro, poco verde, nessun luogo di ritrovo, sono questi alcuni degli aspetti che caratterizzano interi quartieri che ricevono opinioni sprezzanti da chi li vede da fuori. Perché nascono luoghi come Tor Bella Monaca che “falliscono” in pieno? Forse perché spesso quando si costruisce si pensa solo al profitto e non a chi dovrà veramente viverci in quei luoghi.
 Ammetto fin dalle prime righe che come Rosi è stato di parte nella sua pellicola, così anche io da giovane “ambientalista” quale mi ritrovo ad essere non potrò che sostenere una certa tesi che mi è molto a cuore. Una tesi contro la società del cemento quale è diventata l’Italia, in seguito a un particolare clima socio-politico-economico che si è instaurato dal dopoguerra in poi. Un clima caratterizzato dal legame tra politica e interessi privati, tra abusivismo edilizio e leggi di condono.




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