Rachel sta per sposarsi. Un film di J. Demme

 

Rachel sta per sposarsi di Jonathan Demme (autore di quel solidissimo film che è ‘Il silenzio degli innocenti’) è un omaggio all`intrusione della macchina da presa nella vita di tutti i giorni: a beneficiarne è una famiglia disastratissima e violentemente scissa, con uno scheletro nell’armadio che non ingiallisce con il passare del tempo.
Scorrono lacrime copiose: nulla di apparentemente costruito. La macchina a mano incide nei visi dei protagonisti in maniera cruda, realista: si impiccia della loro esistenza entrando in una stanza e uscendo da un`altra. Si tratta di un (quasi) capolavoro di verità e sapienza cinematografica, in cui realtà e sviluppi metacinematografici (i punti di vista degli ospiti al matrimonio attraverso le loro telecamere) si mescolano abilmente.

E’ un film che prende vita distaccandosi dal precedente modo di intendere il cinema di Demme, e che segue una metodologia che ricorda più quella di grandissimi autori del passato, come Ingmar Bergman, ma soprattutto l’importanza del dialogo e del viso dei personaggi di un Godard, piuttosto che di un John Cassavetes. Tutto in funzione del dramma personale non solo di Kym, la modella tossicomane che torna in famiglia dopo dieci anni di riabilitazione durante le prove di matrimonio di sua sorella Rachel, a mettere a dura prova degli equilibri precari ma faticosamente sudati all’interno di una tiepida borghesia provinciale americana.

Rachel sta per sposarsi è un film meraviglioso, che riesce a librare in volo verso la fine toccando vette di alto cinema, in cui si capisce che la totale compenetrazione tra unità di tempo e spazio è definitivamente annullata e allo stesso tempo sancita indissolubilmente, uno spazio così immerso nella realtà di una famiglia da diventare quasi filmino amatoriale. Le dolorose dinamiche tra i vari componenti si scontrano e si incontrano, fino a culminare in un inevitabile logorio che odora di liberazione, grazie ad una danza sfrenata sotto impulsi indiani che pervaderà queste anime offese. Il male, sotto forma di dolore, viene declinato da Demme che lo spalma sui suoi personaggi, in maniera sublime e paterna:  dall`accomodante padre i cui occhi non vogliono vedere più sofferenze (Bill Irwin), alla sorella inacidita dall`esperienza ma che in fondo vuole solo essere felice (Rosemarie De Witt), ad una madre che semplicemente sta in silenzio (gran ritorno di Debra Winger). Per finire con lei, Kym. Il perno di tutto, la ragion d’essere di questo film: una drogata dal cuore non proprio d’oro, ma quanto meno d’argento. Una giovane donna che non riesce nemmeno ad espiare le sue colpe con l’aiuto di Dio, un personaggio ricco di sfumature e delicate contraddizioni che Jonathan Demme filma con religioso rispetto, e che Anne Hathaway interpreta in maniera perfetta, titanica, riempiendola di dignità e autocritica, facendo della macchina da presa una fedele complice, e ipotecando la prova migliore della sua giovane carriera.

Giuseppe Paternò Raddusa

 

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