RACCONTO DI NATALE: LA PENOMBRA CHE ABBIAMO ATTRAVERSATO

Intrufolandoci fra le umide pareti di casa Vuillard nell’inverno di Roubaix  si pensa alle parole con cui Proust definisce l’infanzia: “la penombra che abbiamo attraversato”. Proposizione magica scelta anche da Lalla Romano quale titolo di un libro sul medesimo tema. E’ appena il riflesso di una penombra interiore ciò che lo spettatore vede in superficie nel lungometraggio di Desplechin Racconto di Natale. Un continente in realtà sconosciuto che se avessimo il coraggio di esplorare ci renderebbe diversi da quello che siamo, più felici o per lo meno più coscientemente infelici: è questo il “precetto” suggerito dalla malinconia saggezza del patriarca  Abel/Jean Paul Roussilon alla figlia scrittrice Elizabeth/Anne Consigny prigioniera di  un rapporto di amore odio con il fratello lo scapestrato Henry/ Mathieu Amalric. Consiglio impossibile da mettere in pratica poiché in tutti i componenti il microcosmo borghese gli impulsi ossessivi e l’angoscia della malattia  obnubilano la capacità di analisi della ragione.

 Prologo ed epilogo della pellicola fanno riferimento pertanto alle ombre cinesi, raffigurazione del morbo  fisico e mentale, ed esse costituiscono le pareti del palazzo incantato di cui i Vuillard non riescono a trovare l’uscita. Le mura della vecchia dimora ammaliano giovani e vecchi: bambini spensierato sotto la neve e ragazzi innamorati di un volto di donna oggi,  adulti irrisolti domani, simili ai nonni e  ai genitori inseguiti dai fantasmi di ieri.

 La leucemia del primogenito e della madre Junon/ Catherine Deneuve e i disturbi psichici dell’adolescente Paul/ Emile Berling  determinano in realtà la patologica condizione di eccezionalità dei protagonisti, eppure sono il dolore e l’inquietudine a renderli nell’estremizzazione coraggiosa dei sentimenti  riconoscibili ed esemplari: le madri non amano i figli allo stesso modo, i fratelli spesso si detestano, quasi sempre nella vita si scontano scelte sbagliate  e se il galateo delle convenzioni ipocrite  non imponesse le sue leggi  il banchetto natalizio sarebbe esattamente come lo vediamo in Racconto di Natale.

 Desplechin, fedele con levità alla lezione della Nouvelle Vague, sfrutta il cerimoniale rituale per innescare la miccia e per offrire ai  personaggi l’occasione di riemergere risanati dal meccanismo stritolante,  invece nello stemperarsi graduale della tensione non vi sono miracolose conversioni: del resto non sono le ferree regole della prosa bensì la frammentazione della poesia ad alimentare l’impalpabilità della maggior parte della sequenze del film. Dalla penombra che attraversiamo scandiamo i dodici rintocchi delle campane lontane, mentre fitta continua a cadere la pioggia.

 

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