CINEPOSTER | Il bambino con il pigiama a righe

Il chiaro riferimento al mondo infantile nel manifesto e nel titolo – il lungometraggio è tratto dal libro dello scrittore irlandese John Boyne-  sembrerebbe preannunciare il solito film sul campo di concentramento dal punto di vista di un bambino: il candore dell’innocenza stride con la bestiale crudeltà dell’Olocausto e ne accentua pateticamente l’empia efferatezza nei confronti dell’umanità e delle leggi della pietas. Il forte impatto emotivo di pellicole quali La vita è bella di Benigni potrebbe far sospettare in esse  il ricatto sentimentale, ma, se si guarda con più attenzione il poster, si può presumere che Il bambino con il pigiama a righe del regista Mark Herman ( Grazie, signora Tatcher) cerchi in una strada assai praticata il sentiero  più  impervio dell’inclusione dei carnefici nella disamina non schematica: il recinto, icona tradizionale di Auschwitz, è infatti un fragile ostacolo frapposto fra il fanciullo prigioniero in divisa e il coetaneo libero, il cielo plumbeo il sovrasta entrambi minaccioso e eguaglia nell’oppressione i loro spazi vitali, sia quello chiuso al di qua della palizzata sia quello aperto verso il mondo esterno al di là. Gli adulti, assassini e vittime, restano invisibili sullo sfondo e non fanno luce ai figli ignari e così a muovere i due protagonisti è proprio l’urgenza di capire e di conoscere quanto li circonda e di esprimere quanto hanno dentro: essi si parlano, si ascoltano, seduti compostamente con espressione consapevole, e il  dialogo apre una breccia sempre più vasta nel filo spinato. Saranno i loro occhi, i loro sogni e le loro verità a dar vita a un film diverso da quello a tutti tragicamente noto.

 

 

di Augusto Leone

Lascia un commento