IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE: UN FILM DI FUMO

Di film sull’Olocausto ne abbiamo visti molti, eppure Il bambino con il pigiama a righe di Mark Herman è sorprendentemente straziante e preclude sul nascere ogni possibile riconciliazione dell’umanità con il passato.
 
La pellicola inizia con il volo di alcuni amici in corsa con le braccia distese a mo’ di ali per le strade di una Berlino deturpata solo a metà delle insegne del nazionalsocialismo, poi uno di loro, Bruno, si stacca dal gruppo, saluta gli altri e parte con la famiglia verso il lager di cui il padre è comandante. Lo spettatore però quelle ali continua a vederle, persino quando il filo di fumo nero dei corpi bruciati oscura il cielo, persino quando nell’ultima atroce sequenza esse tentano coraggiosamente di spiccare il volo e di capovolgere i destini del mondo. La fantasia vivida e l’amore per l’avventura guidano il protagonista, interpretato con maturità straordinaria dal giovanissimo Asa Butterfield, ma la missione di esploratore non ha la possibilità di procedere oltre la prima tappa, là dove la sua condizione di figlio di militare, complice consenziente della carneficina, gli impongono la contiguità con l’efferatezza della Storia e l’obbligo di scelte precoci in un’età nella quale bontà e malvagità verità e menzogna non hanno confini netti: egli annaspa fra paure e condizionamenti, eppure alla fine resta fedele a una coscienza in abbozzo.
 
 Il campo di concentramento è di fatto una comparsa sullo sfondo, si concretizza nel giardino di casa nella figura di un uomo invecchiato e umiliato, nei bambini in pigiama visibili dalla finestra e in ciò che si intuisce dietro le spalle del piccolo ebreo compagno di giochi di Bruno. L’aver ridotto l’orrore noto a una serie di apparizioni casuali consente a Herman di amplificarne l’effetto corrosivo sull’animo degli stessi colpevoli: la logica schietta di Bruno inchioda il male all’assurdità delle sue motivazioni e Il bambino con il pigiama a righe viola l’intimità della cupa casa- caserma di uno dei responsabili per mostrarne la graduale degenerazione dei rapporti interpersonali e l’angoscia espressa in ferinità di ritorno. Il filo di fumo esce dal lager, materializzazione mefitica del massacro, e trova una consonanza nella mente instabile di chi, al di là del recinto, abita una parvenza di libertà: non ci sono mostri che non siano tormentati e dominati dai propri spettri, un padre e una madre non compresi o da cui non si è stati amati, il rimorso trasfuso in un dovere autoimposto rabbiosamente. Le patologie psichiche determinano le sorti dell’uomo sulla terra: gli accadimenti sono sintomi della medesima malattia. Le porte scure delle camere a gas sono serrate per sempre, prigioniere di un malefico incantesimo, e noi non riusciamo a evitare di chiederci se sia mai servita a qualcuno la pietà.

 

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