Il cinema ai tempi della recessione… ecco cosa fa l’Italia

 

Il cinema ai tempi della recessione… ecco cosa fa l’Italia
di Bruno Zambardino
(Sapienza Università di Roma)
 
La crisi che imperversa a livello globale ha assunto ormai proporzioni di natura strutturale. Anche il settore cinematografico ne sta risentendo, con una progressiva contrazione della domanda e, soprattutto, con pesanti tagli all’occupazione.
 
E’ notizia di questi giorni l’annuncio della Warner Bros circa la soppressione del 10% del proprio organico e della esternalizzazione di alcune funzioni strategiche come informatica e finanza. Un annuncio che segue a poca distanza le decisioni assunte da altre due major americane come NBC Universal e Viacom (Paramount) che rispettivamente hanno già tagliato 500 e 850 posti.
 
Le difficili condizioni del mercato spingono i grandi gruppi ad operazioni di ristrutturazione per contenere i costi e a repentine iniziative di cessione di filiali produttive un tempo strategiche, con la logica conseguenza di una riduzione drastica dell’offerta e dei budget a disposizione (come ben sa Steven Spielberg che ha lasciato DreamWork per lanciarsi nella nuova avventura indiana) e una revisione al ribasso dei cachet degli artisti con probabile levata di scudi da parte dei potenti sindacati.
 
Insomma, pare proprio che la portata di questa crisi stia smentendo in modo clamoroso la nota teoria legata alla funzione anticiclica dell’industria cinematografica, in base alla quale i consumi della settima arte sarebbero al riparo dalla recessione; anzi, aumenterebbe la capacità di attrarre spettatori in considerazione dell’economicità della sua fruizione rispetto ad altre forme di svago ed intrattenimento, e anche per un effetto “consolatorio” e compensatorio delle rinunce di spesa ben più gravi.
 
Nel nostro Paese, al contrario, l’anno si è aperto con tre importanti novità e con alcuni segnali interessanti. La prima novità, la più rilevante, è l’approvazione da parte della Commissione europea di un primo pacchetto di agevolazioni fiscali (tax credit e tax shelter) a favore della produzione e delle industrie tecniche esecutive. Si tratta di una trentina di milioni per la detassazione degli utili investiti nel settore e di circa 150 milioni (spalmati su tre anni ma con plafond non omogenei) per il credito di imposta.
 
Il Presidente dei produttori Riccardo Tozzi ha stimato un impatto di queste misure nell’anno in corso pari a 100/150 milioni in termini di nuovi investimenti. Ad oggi si è ancora in attesa, oltre che dei decreti attuativi relativi alle misure già approvate (in realtà già pronti ma in attesa di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale), delle agevolazioni più importanti, ovvero quelle rivolte alle imprese esterne interessate ad entrare nel business cinematografico (è qui che si gioca la partita più importante per far affluire significative risorse aggiuntive ad un settore che nel 2009 vedrà drasticamente ridursi i livelli di finanziamento pubblico provenienti da un Fus sempre più esiguo) nonchè ad altri soggetti operanti nella filiera come distributori ed esercenti.
 
Altra novità importante per la rilevanza dell’operazione è l’ingresso di Universal nel capitale della più dinamica società di produzione italiana Cattleya con una quota del 20%. Si tratta del primo investimento diretto da parte di una grande major Usa in una società di produzione cinematografica italiana, a dimostrazione che la fase di recessione, se costringe a dolorosi tagli sul fronte interno, non impedisce di trovare interessanti opportunità di business nelle aree più promettenti. Evidente il nesso con i provvedimenti fiscali appena varati che, ancor prima di entrare in vigore, hanno già prodotto un benefico effetto di fiducia per il nostro mercato nazionale, che anche nel 2008 mantiene una quota di mercato pari al 30%.
 
Universal Pictures (parte della grande famiglia Nbc Universal) distribuirà nei cinema e in homevideo sia i titoli interamente finanziati da Cattleya sia quelli che le due società coprodurranno insieme.
 
Non meno significativa la conclusione del periodo di commissariamento di Cinecittà Holding, sottoposta ad una pesante cura dimagrante grazie alla decisa azione del Direttore Generale Gaetano Blandini, che è riuscito nell’ardua impresa di trovare un acquirente per il fallimentare circuito Mediaport, nonché di procedere a passi spediti per una completa privatizzazione degli studios, ma soprattutto di portare il debito consolidato da 65 a 8 milioni di euro.
 
La Holding è ora guidata dalla coppia “bipartisan” composta dall’ex Mikado Roberto Ciccutto nelle vesti di Presidente (Rondi lo ha voluto anche a dirigere il mercato internazionale all’interno del Festival del Cinema di Roma) e dall’abile Avvocato Luciano Sovena in qualità di amministratore delegato. I due manager hanno di fronte il difficile compito di svolgere una più incisiva funzione di servizio e di sostegno alle imprese, soprattutto in chiave di promozione internazionale (vero tallone d’Achille del nostro sistema) in vista della nascita della nuova agenzia nazionale annunciata dal Ministro Bondi sul modello della CNC francese.
 
Andando a guardare i dati relativi all’anno 2008 appena pubblicati dall’Anica nella sua tradizionale presentazione alla stampa, emergono infine alcune interessanti tendenze che confermano in parte la ripresa registrata negli ultimi due anni, con una crescita rilevante del numero di film prodotti (154 incluse le coproduzioni rispetto ai 121 del 2007) e il formidabile incremento dei film girati in digitale con budget inferiori ai 200mila euro (dai 5 del 2007 ai 29 del 2008). Tale fenomeno ha tuttavia provocato una riduzione dell’investimento medio per film. In crescita anche gli investimenti giunti a quota 330 milioni (+ 6% circa, l’80% dei quali di origine privata), mentre sul fronte dei consumi non si è riusciti a raggiungere i livelli record dell’anno precedente, perdendo il 4% circa di incassi e spettatori.
 
Non mancano le ombre. Quella più fosca è senz’altro rappresentata dal ruolo marginale svolto dalla Rai a sostegno del cinema. Basti pensare che nel 2008 la rete ammiraglia ha programmato in prima serata soltanto due titoli, confermando l’assenza di un’ attenzione strategica verso questo genere, utilizzato soltanto come riempitivo in una sterile logica di controprogrammazione, in barba agli obblighi di investimento e alle quote di programmazione previste dal Contratto di Servizio.

 

 

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