1935/1980/2009: Gianni Puccini e il regista di domani

 

1935/1980/2009: Gianni Puccini e il regista di domani
di Luca Pallanch
 
C’era una volta una critica che si interrogava sulle pagine delle riviste cinematografiche (fino agli anni Sessanta in grado di partecipare e anche di orientare il dibattito culturale nel nostro Paese, ora rinchiuse in un cortocircuito in cui chi scrive e chi legge sono le stesse persone) sul futuro del cinema e addirittura nel 1935 si poneva il problema di come sarebbe stato il regista di domani. Spingendosi fino al 1980, visto già come una minaccia: il fantasma del futuro, che avrebbe aleggiato lungo tutto il Novecento, fino ad essere identificato simbolicamente da Stanley Kubrick con l’inizio del nuovo millennio.
Nel 1935 Gianni Puccini, promettente critico, appena ventunenne (era nato il 9 novembre 1914, figlio dello scrittore Mario, fratello di Massimo, che assurgerà a celebrità con il cognome Mida, e di Dario: una famiglia di letterati, sceneggiatori, registi), sulle pagine di «Intercine», la rivista dell’Istituto Internazionale per la Cinematografia Educativa della Società delle Nazioni, si domanda cosa sarà del cinema cinquant’anni dopo e le sue parole appaiono, a distanza di decenni, profetiche: «Oggi è forse pressoché svanita la figura del regista capace di plasmare e indirizzare la materia», ovvero il “direttore-creatore-poeta-narratore”, come lo definisce il giovane critico. «In America non s’è mai avuto come caso generale, questo: è soltanto come eccezione sopportata. Invece, benvenuto lassù il direttore abile, sagace, pronto ad unire ed a coordinare. Costui regna oggi, nell’industria dei dispendiosi sunlights. […] Domani, coi colori e col rilievo e con la televisione e con chissà quale altra diavoleria, probabilmente non si parlerà più di arte […] forse, chissà, nemmeno di cinematografo. Certo non nel senso inteso oggi da noi. Quel linguaggio nuovo che il “muto” aveva creato e poi saputo applicare assai più vivamente del “parlato”; e quella nuova forma mentale imposta agli spettatori, ed accettata del resto con una rapidità e una facilità miracolose: che cosa resterà di tutto questo? Se la tecnica riuscirà totalmente a soverchiare la poesia, l’arte, l’ispirazione, che ne sarà di noi?». Così scriveva nel 1935 Puccini, ad appena cinque anni di distanza dall’avvento in Italia del sonoro (con La canzone dell’amore di Gennaro Righelli), quindici anni prima di Mater Dei di Emilio Cordero, primo film italiano a colori (e non, come comunemente si tramanda, Totò a colori di Mario Monicelli e Steno). Prima di qualsiasi rivoluzione tecnologica, ma Puccini è già in grado di percepire il rilievo che avrà la televisione (e «chissà quale altra diavoleria») e di delineare il profilo del cinema americano che oggi ha preso definitivamente il sopravvento: l’industria all’interno della quale il regista è un ingranaggio con potere decisionale e creatività sempre più limitati in nome della tecnica, sinonimo di quella tecnologia degli effetti speciali che oggi la fa da padrona. «Il regista di ieri, quello vero […], il nuovo artefice ed artista che veniva ad affiancarsi al poeta e al narratore, allo scultore e al musicista […] sarà stato dimenticato e forse anche ucciso: a favore di un lavoratore né ispirato né troppo consapevole, ma tuttavia perfettamente erudito nei confronti della tecnica, praticone, sveglio». Un ritratto che ben si adatta a molti, moltissimi registi contemporanei, privi di identità, che conoscono il mezzo, ma non hanno la sensibilità per usarlo. L’augurio rivolto da Puccini «a figli e nipoti. A coloro che conosceranno tutti i più riposti segreti delle nuove, inimmaginabili macchine per girare e proiettare chissà quali iperbolici film (vogliamo chiamarli così), distanti dall’arte quanto noi dalla Luna» è quello di «commuoversi con la medesima intensità alle avventure pazze e liriche di un nuovo Charlot». Un augurio rivolto «a coloro che proveranno tuttavia, continuamente, una melanconia nascosta», ovvero, a posteriori, ai cinefili che sempre più indirizzano i loro sguardi verso il passato, in una contrapposizione fra poesia e tecnica, arte e industria che oggi si è configurata proprio come aveva vaticinato Puccini, critico e regista assolutamente da riscoprire, al quale ha dedicato uno splendido libro Ernesto G. Laura, Parola d’autore. Gianni Puccini tra critica, letteratura e cinema (A.N.C.C.I., Roma, 1995), dal quale sono tratte le citazioni dell’articolo pubblicato nel 1935 su «Intercine». Un caso unico di nostalgia rivolta verso il futuro, anziché verso il passato. Preludio a L’ultimo spettacolo di Bogdanovich, film fondamentale sulla morte del cinema, alla quale noi, nipoti ideali di Puccini, stiamo assistendo in diretta, e da cui dovremmo ripartire dalle “colonne” di questa “diavoleria” chiamata Internet.
 

 

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