Hancock







Da Iron Man a Hulk, da Batman a Hancock, l’estate dei blockbuster americana appena trascorsa ha definitivamente sancito il dominio della figura del supereroe nel cinema a stelle e strisce. Sviscerata da ogni angolazione, esaltata e messa alla gogna, la condizione del superiore tiene banco non solo perché assicura montagne di soldi con film hi tech in grado di sedurre il principale avventore delle sale del pianeta, il teenager, ma perché in realtà è qualcosa di profondamente radicato a livello antropologico nell’Uomo Americano, un’estrinsecazione ludica del suo imperituro individualismo.
Hancock è l’ultima variazione sul tema e riprende il topos dell’eroe inviso alla comunità già cruciale ne Gli Incredibili. Will Smith veste i panni di un ubriacone molesto, antisociale e fracassone a cui capita di dover “gestire” dei super poteri. E lo fa nel peggiore dei modi, visto che l’intera popolazione di L.A. lo odia e non ne può più dei disastri che combina nel tentativo di assicurare giustizia. Finché a Hancock capita di salvare la vita a Ray Embrey (Jason Bateman), un esperto di pubbliche relazioni piuttosto idealista che per contraccambiare decide di convincere il Nostro a lavorare sulla sua immagine, per far sì che la gente cominci ad amarlo come ogni supereroe meriterebbe. Ma una strana tensione si genera quando Hancock entra in contatto con la moglie di Ray (Charlize Theron), apparentemente solo una deliziosa casalinga suburbana…
Per un’ora siamo in presenza di un gioiellino molto pop che da una parte decostruisce gli stilemi del genere, dall’altra sfodera una vena brillante da commedia classica americana, soprattutto grazie allo stato di grazia degli interpreti (e in questo senso, accanto a due mostri, la sorpresa è il misurato Bateman). Poi il film deraglia in prossimità di uno snodo narrativo che non sveliamo, comincia a traballare e si sgretola cercando una dimensione tragica che non può appartenergli.
Doveva esserci Gabriele Muccino a dirigere, fortemente voluto da Smith, ma il nostro connazionale ha coraggiosamente declinato l’offerta. Mano libera allora per Peter Berg, già prodotto da Micheal Mann (gustoso un suo cammeo) l’anno scorso in The Kingdom, uno che all’esordio dieci anni fa in Cose molto cattive sembrava un incrocio tra Michael Haneke e i fratelli Farrelly e col tempo è invece diventato un fratellino di Michael Bay, tra primi piani ruffiani e macchina da presa costantemente – e inutilmente – in movimento.

 

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