Control




Chi meglio di Anton Corbijn poteva portare sul grande schermo i patimenti che portarono Ian Curtis a togliersi la vita? Lui che a poco più di venti anni aveva abbandonato l’Olanda proprio per recarsi a Manchester a scattare fotografie, attratto dalla scena musicale e dai Joy Division in particolare.
Era il 1979: Curtis se ne sarebbe andato presto, trasformando i Joy Division in leggenda, mentre Corbijn sarebbe diventato uno dei più influenti fotografi e registi di videoclip in circolazione. Che ora, all’età di 53 anni, affronta la sfida del primo lungometraggio.
Girato in un abbacinante bianco e nero, sospeso tra una concezione anglosassone della costruzione narrativa e vie di fuga visive e contemplative tipiche del cinema europeo, Control è un biopic atipico che vuole evitare come la peste di affibiare a Curtis lo stereotipo del fascinoso dannato, così frequente e remunerativo al cinema.
Quindi abbiamo il Curtis uomo, o meglio dire ragazzo, che si sposa prestissimo e presto consuma il suo amore per Deborah, che soffre di epilessia e prende tonnellate di medicine, che ha problemi economici e lavora in un ufficio comunale. Sullo sfondo, il Curtis artista si unisce a tre ragazzi dal talento grezzo e fonda una band destinata a lasciare il segno, se non altro perché girare l’Europa ed essere intervistati porta Ian a incontrare la giornalista Annik Honoré e a innamorarsene.
Corbijn stesso ammette di aver voluto girare una love story più che un biopic. E per farlo ha forse deciso di distanziarsi da quanto lui stesso conosceva e di affidarsi troppo al punto di vista “familiare” di Deborah Curtis, espresso nel libro Touching from a distance. I turbamenti di Curtis ne risultano così vagamente appiattiti e piccolo borghesi. Si uccide, sembra, perché non riesce più a gestire il triangolo e a fare i conti col tradimento e l’abbandono.
I dubbi di fondo non inficiano però l’operazione nel suo complesso, in cui la parte musicale è puntuale e adrenalinica. Con attori devoti alla causa che si fanno in quattro.



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