Revolutionary Road




Frank e April Wheeler. Lui impiegato malvolentieri, lei casalinga disperata. Una casa a due piani con giardino nel Connecticut, un passato di sogni fragili e un presente di recriminazioni. Sullo sfondo l’America suburbana degli anni ’50, il mito della facciata impeccabile e del carrierismo, l’annichilimento delle passioni e degli slanci vitali.
Materiale che abbiamo imparato a conoscere con i melodrammi di Douglas Sirk, sintetizzati splendidamente da Todd Haynes in Lontano dal paradiso. Materiale portato a temperatura di escandescenza dalla penna di Richard Yates, che nel 1961 pubblicava Revolutionary Road e andava più a fondo di tutti. Perchè la falsità della facciata non veniva svelata in corso d’opera, ma era già premessa, già introiettata con tinte misogine in due protagonisti che vogliono brillare ma non sanno come, credono di essere speciali e non sanno perché, odiano la vita di provincia che pure si sono ridotti a vivere. Conoscono la trappola, ma la trappola è più forte di loro, e lo spazio tra inizio e fine non può che essere occupato dalla disintegrazione del loro matrimonio.
Bel rischio quello corso da Sam Mendes. Perché il cinema, se si rimane nel seminato del dramma psicologico, esige personaggi in cui potersi immedesimare e con cui poter soffrire. Qui invece abbiamo, dal principio, due tizi che legittimamente ambiscono ad una vita migliore, ma non sembrano avere le qualità per farlo. E nulla che possa smentire l’assunto ci viene narrato.  Il loro senso di superiorità e di diversità rispetto al contesto è verbalizzato, mai mostrato in azione, perché non si tratta di potenzialità soffocate dalla vita suburbana, ma d’incapacità di accettare la propria mediocrità. Si è tentati di abbandonarli al loro destino, ma quando ci si rassegna sull’assenza di pregi, si comincia anche a condividerne i difetti, talmente universali da superare di slancio il rischio dell’ennesimo ritratto d’epoca. E quando tra Frank e April la temperatura aumenta, le emozioni arrivano.
Merito soprattutto di due attori (Leonardo Di Caprio e Kate Winslet) carismatici e devoti al ruolo, che con un’ampia partitura di sguardi, gesti e intonazioni sopperiscono alle sfumature che mancano al testo. Della prosa di Yates, infatti, sopravvive la precisione, non la furia. Perché Mendes, forse saggiamente, ricorre al suo mestiere di uomo di teatro e si tiene a distanza di sicurezza, lasciando il proscenio ai due attori.
Solido cinema, non grande cinema: Revolutionary Road è un arma che fa solo male quando dovrebbe devastare.



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