The Reader




Germania, 1958. L’adolescente Michael si sente male e viene aiutato ad arrivare a casa da Hanna, un’estranea che ha il doppio dei suoi anni. Quando Michael si riprende e va a ringraziarla, tra i due scatta una torrida relazione che dura un’estate. Prima e dopo il sesso, Hanna si fa leggere ad alta voce da Michael i classici della letteratura. Poi scompare nel nulla.
Otto anni dopo Michael, ormai studente di Legge, ritrova Hanna imputata in un processo contro alcune kapò naziste a cui lui sta assistendo nell’ambito di un seminario sul diritto e sulla morale.
La questione della colpa invade il grande schermo. Non ci siamo ancora ripresi dalla scandalosa fretta con cui Ari Folman, in Valzer con Bashir, si assolve dalle responsabilità per la strage nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila, ed ecco tornare l’Olocausto e la sua scottante eredità, per chi ha commesso atrocità e per chi, nella cosiddetta seconda generazione, con queste atrocità spesso compiute da genitori e parenti deve venire a patto.
The Reader, terza regia di Stephen Daldry dopo Billy Elliot e The Hours, traduce quasi alla lettera il fortunato romanzo di Michael Schlink: l’unica differenza è che nel seguire i personaggi fino agli anni ’90, quando Hanna è in carcere e Michael è un divorziato con difficoltà relazionali, saltella nel tempo invece di procedere cronologicamente. E proprio nel dispiegarsi del loro rapporto a distanza si fa strada la certezza che in fondo il cuore di The Reader non risieda ne’ nell’Olocausto, ne’ sulla differenza tra responsabilità morale e rilevanza penale, ne’ sulla colpa. Più che a un metaforico confronto fra due generazioni, il rapporto tra Michael e Hanna si fa leggere come una vera e propria love story classicamente intesa, come classico, pacato, giudizioso e fondamentalmente inerme è al solito lo stile in cabina di regia di Daldry.
L’equivoco, quindi, sta nel convocare l’immaginario e le aspettative che l’Olocausto genera, per addomesticarlo poi in un film di immagini belle e composte, di emozioni disegnate e mai viscerali. Nonostante la bravura di Kate Winslet, chiamata a impersonare un personaggio impossibile perché impossibile è guardarle dentro. Lo scacco è quello di una Hollywood meritevole che vuole essere adulta e approcciare questioni complesse (con un occhio alla notte degli Oscar, però), ma non può rinunciare alla sua dose di compromessi.



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