Soffocare

di Emanuele Spedicato

Per il suo esordio dietro la macchina da presa Clark Gregg si incarica di trasporre sul grande schermo il romanzo omonimo di Chuck Palahniuk, irriverente autore di culto da cui il mondo del cinema aveva già attinto per il riuscitissimo “Fight Club”.
Sam Rockwell è Victor Mancini, studente di medicina fuori corso e sessuomane incallito. Conscio del suo problema, che lo porta ad avere rapporti sessuali in qualsiasi momento e con chiunque gli capiti a tiro, partecipa a incontri terapeutici di gruppo, nei quali spesso finisce per defilarsi in bagno con una ninfomane……..Il suo migliore amico è malato di autoerotismo ed entrambi lavorano come figuranti storici in una rievocazione dell’America coloniale. Quando staccano e vanno a mangiare ad una tavola calda, Victor finge puntualmente di soffocare per essere salvato dall’eroe di turno e sentirsi di nuovo bambino tra le braccia del proprio soccorritore. In breve, Victor è incapace di amare ed essere amato, e la cosa che anela maggiormente è la sospensione dalla realtà che i pochi secondi di un orgasmo gli possono regalare. Questo a causa dell’infanzia traumatica che ha vissuto, al seguito di una madre hippy un po’ troppo fuori dagli schemi (Anjelica Huston), dedita all’uso di sostanze e alla fuga costante. La stessa madre che ora è ricoverata in una casa di cura a causa della demenza senile che l’affligge, e che non le permette di riconoscere suo figlio quando va a trovarla, mentre le vecchiette strampalate residenti nella struttura vedono in lui un secondo Messia. 
Insomma, gli elementi di un classico romanzo di Palahniuk ci sono tutti: personalità borderline, incontri di auto aiuto, affettività perduta e ardentemente ricercata, dipendenze, sesso…Il tutto ben amalgamato in un mix di situazioni grottesche e cinico umorismo.
Il cast è perfetto nel rendere i personaggi: Rockwell veste in maniera disinvolta e convincente i panni di Victor, con quell’espressione da bambino smarrito e incolpevole; la Houston dona spessore e intensità emotiva al suo personaggio.
Tuttavia all’uscita dalla sala ci si accorge di qualcosa che non ha funzionato del tutto o,  meglio, che non c’era: ed è strano perché le risate ci sono state e le emozioni anche, e la sensazione è quella di una non scontata fedeltà della sceneggiatura al romanzo. Ma forse proprio in questo risiede la debolezza atipica di quest’opera prima: l’idea che la sceneggiatura venga fuori da sé, in maniera naturalistica, riproducendo necessariamente il valore intrinseco nell’opera letteraria, senza troppi interventi di matrice marcatamente “cinematografica”. Ciò è abbastanza inusuale, se si considera che gli adattamenti di solito soffrono della tendenza opposta: spettacolarizzare, sottolineare con una marcatura troppo evidente i momenti topici della sceneggiatura. 
Concludendo, i punti di forza dell’opera originaria di Palahniuk emergono comunque, ma rimane il fatto che una trasposizione più orientata in senso cinematografico e una regia più consapevole avrebbero colmato quelle lacune che rendono l’esordio di Gregg riuscito solo in parte.

La frase: «Non sei quella merda che dici di essere» (Denny)
               «Sono una merda sì invece! Una merdaccia!»
(Victor).

 

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