Sulla Cinematerapia l’emozione e il tabù della censura







“Sospendere il dolore” oppure “scegliere il benessere”, “migliorare la qualità della vita”, per chi è affetto da depressione, ansia o anche da lievi disturbi dell’umore, questi slogan sono il ritornello stonato di una falsa litania, proprio come cantavano Mina e Alberto Lupo decenni fa “Parole, parole, parole”.  Ma sono in molti a sostenere che  “Conoscere se stessi e  rafforzarsi” sia possibile e ciascun esperto mette a disposizione la propria ricetta, o prescrizione che dir si voglia.

Quella che in questo momento a me sembra più interessante si chiama “cinema-terapia” e sebbene ancora non sia molto conosciuta, da almeno una mezza dozzina di anni se ne parla e si pubblicano anche dei prontuari appositi come quello di  Nancy Peske e Beverly West “C`è un film per ogni stato d`animo”, rivolto alle donne e dove si ipotizza che “i film sono ben più di un puro e semplice divertimento: sono dei medicinali che possiamo autoprescriverci. Una buona pellicola è come un ricostituente lenitivo  […] e utilizzare i film per analizzare i propri sentimenti sia uno straordinario modo per guardarsi dentro".

Ma cerchiamo di capire di cosa si tratta.

La Cinema-Terapia è una metodologia specifica che si svolge in gruppo e utilizza i film per rievocare emozioni, in modo da riviverle e quindi riorganizzare le nuove capacità affettive e relazionali che produce.

L’obiettivo di questa terapia è un percorso evolutivo personale,  prodotto dalla visione di alcuni film  che attraverso una meccanismo di stimolo, di immedesimazione e/o di repulsione spinge alla comprensione dei propri problemi.

Secondo Carl Gustav Jung ciascun individuo è dotato fin dalla nascita di un inconscio collettivo, diverso dall`inconscio personale che è frutto dell`esperienza individuale.

Questo inconscio collettivo, per Jung, è formato da informazioni innate, che chiama archetipi e che descrive come una sorta di prototipi universali delle idee attraverso i  quali ciascun individuo è in grado di interpretare e sperimentare ciò che osserva .

Gli archetipi catalogati da Jung secondo i quali si possono spiegare i comportamenti e le reazioni umane, sono alla base di molti codifiche per la stesura delle sceneggiature: si possono infatti  schematizzare le storie con l’ausilio di figure archetipiche  come l’eroe, il mago, l’amante, l’innocente ecc.

Ora, siccome il Cinema è un luogo deputato alle immagini, ma anche alle vicende che qualcuno ha costruito e offre in pasto alla nostra fame di suggestioni, per questo è possibile usarlo per dissotterrare le emozioni più profonde e realizzare ciascuno la propria catarsi.

E’proprio a causa di questo meccanismo che all’uscita dalla sala cinematografica a volte ci sentiamo soddisfatti ed altre assolutamente frustrati.

C’è poi un’ulteriore spiegazione scientifica a tutto ciò,  ovvero la scoperta, a cavallo degli anni ’80/’90 da parte di alcuni ricercatori dell’Università di Parma, dei cosiddetti “neuroni specchio”, cioè una categoria di neuroni che si attivano sia quando si compie un`azione che quando la si osserva compiere da altri.

Uno studioso americano, tal V. S. Ramachandran,  ha scritto un saggio sull’importanza  potenziale di questo fenomeno di “rispecchiamento neuronale” del comportamento osservato, nel quale si è spinto fino ad affermare che: “I neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il DNA è stato per la biologia.”

Insomma tutto a conferma del fatto che “vedere” è in qualche modo “sentire” e  di conseguenza rievocare e rielaborare;  perciò possiamo dire che la Cinema-terapia è senz’altro un aiuto valido per l’indagine dell’inconscio.

Ma se è così “facile” stimolare emozioni e “riprodurre” suggestioni, da parte del cinema, non è forse possibile che un uso particolare di esso possa rivelarsi  pericoloso?

Mi viene da pensare film come “l’Onda” o “Romanzo criminale.

Andiamo per ordine.  “L’onda” è un film di Dennis Gansel, con Jürgen Vogel, Frederick Lau, Max Riemelt, Jennifer Ulrich, Jacob Matschenz, genere drammatico, uscito in Germania nel 2008 e da noi all’inizio dell’anno. Tratto da un romanzo in cui si narra una storia vera: un esperimento portato a termine da  Ron Jones, un docente di storia  di Palo Alto nel 1967 in un liceo californiano, ripreso e riambientato da Gansel nell`attuale Germania. Nel film il protagonista è un insegnante di educazione fisica ex anarchico e rockettaro, che intende spiegare ai suoi studenti liceali il concetto di autocrazia e per far questo li coinvolge in una particolare sperimentazione: cercherà per una settimana di ricreare in classe un “regime dittatoriale”. I ragazzi dovranno conformarsi ad un determinato codice: lavorare, parlare e vestirsi in maniera irreggimentata, isolando e reprimendo eventuali dissidenti.

L’esperimento riuscirà completamente e i ragazzi prenderanno talmente famigliarità con il loro nuovo “stato” sociale che ci si uniformeranno anche fuori dal liceo. Dal film si evince che un uso sistematico di particolari tecniche può portare automaticamente (guarda caso l’avverbio è preciso!) a una smisurata brama di soggiacere e mettere la propria volontà al servizio di colui che si ritiene il leader: non si tratta più di uomini,  ma di automi, che si affidano nelle mani di un burattinaio.

Se volessimo spiegare il film con le strutture archetipiche di Jung  potremmo dire che l’insegnante è un guerriero, che sta servendosi dei suoi allievi, all’inizio dell’avventura allo stato di innocenti, per la maggior parte e di orfani alcuni altri, i quali si lasciano plasmare desiderando riflettere e enfatizzare la figura del loro capo carismatico. Quando poi i ragazzi scoprono che tra loro può esserci un cameratismo che li rende vincenti,  cominciano a dominare le proprie insicurezze  e divengono anch’essi guerrieri. Ma così facendo si sentono legittimati a esercitare la violenza contro i non appartenenti al gruppo e il fuori   le mura scolastiche.

E’ un passaggio determinante quello che muta l’archetipo in cui i ragazzi si identificano e che porta a solidarizzare coi valori del loro eroe, quel guerriero che per loro è già un mago e di cercare in se stessi quegli stessi valori, in loro sopiti, e tutto è fatto nell’arco di una settimana, tempo sufficiente a sconfinare nella tragedia.

Infatti quando una ragazza, l’unica in realtà che durante tutta la vicenda non si è mai trovata nello stato di innocente ne di orfana (c’è una bella scena in cui lei sta per mettersi la divisa, ma la mamma le fa notare che è un colore che non le si addice) riesce a “risvegliare” dal torpore il suo amico che è ormai una marionetta, come tutti gli altri studenti, i cui fili sono tirati da una mano diventata invisibile allo stesso insegnate-leader che ne è legittimo proprietario. Ma allora non si è più in tempo per fare la retromarcia. Così si ritroveranno entrambi a cercare mettere fine al delirio del gruppo, ma sebbene facciano quadrato attorno al capo, destandolo dai suoi sogni ovattati in cui aveva perso la misura del suo operato, e tenteranno di limitare i danni non riusciranno tuttavia a evitare un epilogo doloroso.

Uno dei ragazzi, la cui fragilità aveva trovato alloggio nella vanagloria del delirio di onnipotenza, non reggerà al ritorno alla “normalità” e preferirà togliersi la vita…

Perché ognuno di noi ha in latenza gli stessi sentimenti e le stesse possibilità di condotta, ma ciascuno sceglie la via da seguire seguendo le tracce della propria coscienza.

Quelle tracce che disegnano l’itinerario della nostra storia personale, e che ci rendono tutti così diversi, nonostante somiglianze fondamentali, e che possono portarci o meno a una determinata azione, ma che sono così fortemente segnate e non lasciano scampo quando la psiche diviene più fragile perché sottoposta a stress… allora non c’è scelta, come un solco dei vecchi lp, segnato da una puntina rotta, che si “incanta” ed esegue sempre la stessa frase, così quelle tracce dell’identità fragile, diventando un ritornello ossessivo: un diktat  al quale non è possibile sottrarsi.

Insomma quello che in cinema terapia si definisce “editor selettivo”, ovvero la capacità che ognuno di noi ha di selezionare questo o quella realtà, a seconda di quanto e come possiamo reagire in quel determinato momento, è la sola grande abilità che possiamo mettere in campo per mostrare il nostro carattere, che sebbene possegga delle categorie innate, è però anche il frutto di esperienze e scelte che la nostra consapevolezza compie.

Ma allora mi pongo una domanda.

Se, come nel film, una personalità è troppo fragile e con un passato troppo duro da digerire, o un futuro troppo annebbiato da percepire o, peggio ancora, un presagio di catastrofe incombente, come può difendersi dai “neuroni specchio”, cioè da quello che vede sullo schermo di un cinema (che – se non altro – in quanto tale ha scelto), o dalla televisione (che neanche sceglie)? Come può gestire la propria emotività senza creare danni a se o agli altri?

Cosa significa allora etica nel cinema? Cosa vuol dire censura?

Se l’arte è intesa come la funzione di traghettare le emozioni dall’artista al suo pubblico, allora ogni sollecitazione emotiva è da ritenersi un ottimo risultato, ma … la mia domanda si sposta e diventa : quale posizione si può e si deve prendere di fronte a film come Romanzo Criminale, dove c’è addirittura il rischio di innamorarsi dei criminali? 

De Cataldo, autore del libro e sceneggiatore dell’omonimo film,  si assolve senza ombra di dubbio, asserendo che questo tipo di moralità non è un problema dell’autore in quanto tale e rivendica il suo diritto di libertà di scrittura.

E chi vuole negargliela?

Lungi da me proporre censure di alcun tipo, piuttosto mi autocensuro nel formulare questo tipo di domande che mettono me in prima persona nella situazione più scomoda, in quanto me le pongo senza sapere da che parte cominciare a trovare le risposte.

Perché mi chiedo come sia possibile difendere un debole o un minore da certi cattivi coinvolgimenti che l’industria culturale può indurre e al tempo stesso mi rendo conto di quanto possa essere frustrante operare cesure  didattiche e quanto questo possa snaturare l’autenticità di un’opera, sia essa un film o altro, e addirittura nuocerle.

Forse questo è un falso problema, ma la mia traccia, il solco segnato dalla puntina della mia coscienza, me lo pone di fronte per ora in maniera precisa ma non ancora ossessiva e chissà che qualche mente più robusta della mia non riesca a formulare una risposta adeguata…?

Io intanto continuo a curarmi con i film, anche con quelli duri, che mi aiutano a tirare fuori le rabbie, le paure e tutto quello che quotidianamente tengo a freno per non diventare una sovversiva… e scusate se è poco!

Angela Renzi

 

Comments
One Response to “Sulla Cinematerapia l’emozione e il tabù della censura”
  1. cyrano ha detto:

    Suggerimenti bibliografici:

    “Nostoi-Ritorni. Cinema Comunicazione Neuroni Specchio”, a cura di Paola Dei, Prefazione di Nicola Borrelli, Edizioni Altravista [Collana Amigdala], 2015

    “Neuroni specchio. Cinematerapia del lutto fra Venezia, Roma e Walt Disney” a cura di Paola Dei, Prefazione di N. Borrelli, Edizioni Scientifiche Still, 2011

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