Il caso ‘Capitalism: a love story’ di Michael Moore

 

 Capitalism: A love story di Micheal Moore
 
 

 
 Leggi anche la recensione di Cinemonitor
 
Ecco una carrellata delle critiche più interessanti al documentario di Moore:
 
La Vanguardia
 
Il documentario è fedele allo stile Moore, con una struttura narrativa quasi inesistente e colpi di scena che somigliano sempre più ai programmi di candid-camera. Voci che fanno dire cose senza senso a personaggi come Bush o Regan, immagini infantili che ridicolizzano questi ex presidenti degli Stati Uniti o responsabili di multinazionali, ogni cosa sembra essere utile per il realizzatore, il quale prosegue, senza approfondire, i dibattiti che propone nei suoi documentari (…). Nonostatnte tutto il documentario è agile e si lascia guardare facilmente, e contiene una buona dose di verità che sembrano attaccare il tanto ambito “sogno americano”.
 
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La Stampa 
di Fulvia Caprara
 
Capitalism: a love story è il «Via col vento» di Michael Moore, un kolossal denso di passioni, la summa delle sue idee sulla società americana, l’apice della sua creazione documentaristica (…) Nel suo stile il regista descrive «Wall Street come un grande casinò» e spiega i meccanismi «della frode perpetrata ai danni dei lavoratori americani».
 
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Il secolo XIX 
di Renato Tortarolo
 
No, non c’è nulla di divertente in questa saga più no global che progressista. Il film, poi, è un’altalena di sciagure e vergogne: famiglie stremate dai debiti e sfrattate dalle loro case, piloti di compagnie aerei pagati così male da essere costretti a donare il sangue o fare i dog sitter, grandi aziende che speculano sulla morte dei loro dipendenti, assicurandoli sulla vita ma a proprio favore.(…) Moore non fa una piega. Si comporta come un manager, snocciola numeri, statistiche, definisce i confini, piuttosto labili per la verità, di quello che in politica funziona, quasi nulla, e di quello che bisognerebbe fare(…) Il chiodo fisso di Moore però, e in questo è coerente, è affidare tutto alla protesta popolare (…)
 
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Guardian
di Andrew Pulver
 
So, he`s back… the chubby defender of the US working class is lighting the touchpaper on a new Molotov cocktail to be hurled, this time at America`s ruling class. Capitalism: A Love Story is the latest film to bear the Michael Moore imprint, and is aimed squarely at the Masters of the Universe who brought the banking system to the edge of ruin last year. (The fact that Moore is hurling it from the Venice Lido, where it`s due to premiere, rather than, say, Detroit, may lessen its impact somewhat.) (…) Moore is someone who divides people, but one thing he deserves major credit for is putting unashamedly activist film-making into the wider culture`s most mainstream areas (…).
 
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La Repubblica
di Claudia Morgoglione 
 
(…) l`assunto alla base del film – le nefandezze del mondo economico e finanziario, e anche di un potere politico totalmente asservito – non è originale: dopo lo scoppio della crisi, la criminalizzazione di queste categorie è diventata quasi un luogo comune. Ma Moore, come ha già fatto nelle sue opere precedenti, ha due cose in più. Primo: mette in fila i fatti che apprendiamo disordinatamente dalla cronaca, dando loro una coerenza logica e cronologica. Secondo: fa uscire la sofferenza della gente dall`astrazione, dai grandi numeri. Mostrando nei volti, nei gesti, nelle parole delle vittime del crac da derivati tutto il capitale di sofferenza, di disperazione, che la follia di Wall Street e dintorni ha portato. (…)
Nessuna pietà e nessuno sconto, dunque, per i responsabili di situazioni come questa. Anche se, coerentemente allo stile Moore, il tono del film è tutt`altro che tragico: l`ironia, lo sberleffo, la provocazione sono costanti. Come quando vediamo lui, Michael, circondare Wall Street con il nastro adesivo "crime scene – do not cross", in riferimento ai crimini commessi dai finanzieri. E col regista che tenta perfino di arrestare manager e broker… Quanto alla reazione del pubblico, il regista non ha dubbi: "Cosa resterà al pubblico di questa pellicola? Popcorn e forconi". 
 
 
A cura di Melina Podestà

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