Riprendimi | Recensione

 
Nella primavera del 2007, due documentaristi decisero di girare un film sul precariato nel mondo dello spettacolo, seguendo un attore e la sua famiglia. Ma le cose andarono in modo diverso dal previsto… Questa è la nota introduttiva del film che Anna Negri ha voluto girare dopo anni di silenzio dal suo primo lungometraggio in via del tutto sperimentale, riproponendo un talento ancora non completamente espresso, che grazie a questo film viene fuori semplicemente e senza troppe pretese, ma confermando quel tocco di originalità e una certa maturità stilistica, accompagnati dalla produzione di Francesca Neri e Claudio Amendola.  Eros e Giorgio si accingono a girare un documentario indipendente sul precariato giovanile, e scelgono Lucia e Giorgio come protagonisti della loro ricerca. Montatrice lei, attore lui, lavorano saltuariamente e con contratti a termine che avviliscono e scoraggiano le aspettative dei due coniugi senza praticamente nessuna certezza, soprattutto se si ha un figlio di appena un anno come loro. Ed ecco che in questo mondo fatto di confusione e fragilità, la voglia di non accontentarsi e di provare cose nuove, di sentirsi vivi, prende il sopravvento su Giovanni che decide all’improvviso di lasciare tutto, alla ricerca di quel sé che lo porti ad una condizione migliore.
Ed ecco che il tema del lavoro precario conduce ad una trasformazione anche dei ritmi di esistenza, di tutte quelle certezze individuali che si frantumano, e che è l’aspetto principale al quale la regista s’interessa maggiormente nel film, la perdita cioè della sicurezza affettiva. I due documentaristi si ritrovano perciò a filmare una crisi di coppia, che parte dalla difficoltà di vivere soli e instabili in una società “liquida”, così stigmatizzata dal sociologo Bauman, ma che prende poi la via della consapevolezza sconfinando nell’universale fine di un amore. I temi sono attuali e presi in considerazione specialmente dai trentenni di oggi, ma l’intera storia è letta dallo sguardo femminile; Alba Rohrwacher, finalmente in un ruolo che renda giustizia al suo infinito talento, è il fulcro del film: nei suoi scatti d’ira, rabbia, confusione, nelle attenzioni verso il figlio, nell’oscillazione tra lucidità e negazione del sé, trasmette una forza ed una vitalità che possono uscir fuori solamente forse da una donna abbandonata ed infelice, alla quale è stata rubata una maternità serena, senza una spiegazione valida che metta fine a quello che lei credeva un amore unico, speciale e sicuramente più forte di qualunque incertezza sociale. La Rohrwacher recita il suo ruolo anche solo con un respiro, o togliendosi un ciuffo di capelli dalla faccia; la sua paura e la sua dolcezza sono espressi in maniera sublime e semplice. Apparentemente debole ma in realtà vitale e appassionata, crea quel personaggio attualissimo di giovane donna in grado di lenire con l’intelligenza e il sorriso quel mal di cuore, di cui canta magicamente Billi Holiday. E’ lei senza dubbio la migliore promessa del cinema italiano. Lo stesso non si può dire di Marco Foschi, Giovanni, che pare reciti giusto perché gli è stato detto di farlo, e che qualsiasi gesto faccia l’importante per lui sia impostare l’espressione del bel tenebroso. In una Roma frenetica le luci rimangono soffuse tra il continuo susseguirsi di eventi e lo stile di ripresa, con la macchina a mano, che assume chiaramente il punto di vista dei due documentaristi, è molto partecipativo, incredibilmente vivace, e cerca di mantenere fluida l’interazione tra personaggi e macchina da presa. Essi sono la coscienza narrante dei personaggi, ma uno dei due mette in pratica il principio di Heisenberg: l’osservatore di un esperimento complesso diventa parte in causa direttamente e muta l’assetto dell’insieme…
    E poi, sui titoli di coda, “Pazienza”  di Gianna Nannini, testo che completa quel poco che il film non è riuscito a spiegare.     

 

 

  Stefania Bellinvia

 

 

Lascia un commento