Giù dalla cattedra – Day two

Giù dalla cattedra | Day two

a cura di Giorgio Nerone

Ivory al mattino. Un rischio. Non dirige un bel film dal 1993, anno di Quel che resta del giorno, un capolavoro. Poi il declino. Rispetto a cose irritanti come Surviving Picasso o Le Divorce, The City of your Final Destination è un risalire, eppure il film è pronto da due anni e nessuno vuole distribuirlo. Si racconta di un giovane docente di letteratura che deve scrivere la biografia di uno scrittore e necessita di convincere la sua bizzarra scia di eredi. Approda così a Ochos Rio, in Uruguay, una tenuta enorme dove vivono la vedova (Laura Linney), l’ex amante (Charlotte Gainbourg) e il fratello gay (Anthony Hopkins).
Ora, quasi ogni volta che un europeo immagina il Sud America, un continente vivo e urlante, resta ancorato a un’immagine dorata, da realismo magico marqueziano mal digerito. Ivory è nato a Berkeley, in California, ma è europeo d’adozione e quindi incappa nella stessa trappola. Non c’è vita al di fuori di Ocho Rios, ma importa relativamente, giacché il punto, come spesso nei suoi film, sta proprio nel concentrare caratteri diversi in un set limitato, studiandone le interazioni. Funzionava così anche Quel che resta del giorno, ma lì la storia entrava prepotentemente tra le mura della tenuta inglese. Qui no, la vicenda è privata, il tono agrodolce. Tra alcune lungaggini e passaggi a vuoto, resta una certa gradevolezza di fondo. Soprattutto visto che ad allietare gli occhi ci sono due meraviglie come Charlotte Gainbourg e Alexandra Maria Lara, e Hopkins può snocciolare buone battute da consumato navigatore della vita.

La regola, in ogni caso, è confermata. Al Festival di Roma è preferibile scegliere sentieri alternativi e abbandonare il Concorso appena si può. Perché la sezione Extra diretta da Mario Sesti riserva quasi sempre ottime cose. Quest’anno si sono inventati un omaggio all’Heath Ledger regista, hanno invitato alcuni membri del collettivo di filmmaker di cui faceva parte (The Masses) e hanno spacciato per largamente inedito materiale che invece si trova già sul web.
Poco male, perché sul grande schermo si ha la conferma che oltre ad un attore in spaventoso miglioramento il 22 gennaio 2008 sia morto anche un regista di talento. Bastano pochi videoclip a decretarlo? Propendo per il sì, perché poche cover hanno catturato lo spleen di Nick Drake in maniera più incisiva del bianco e nero che Ledger sfodera per il video-omaggio di Black Eyed Dog. Pochi elementi, una strada, un parco, il suo volto sott’acqua. Quanto basta. E delizioso è anche l’esperimento animato per King Rat dei Modest Mouse, dal presupposto semplice: se fosse le balene a cacciare noi umani? Effetto assicurato.
Giurano i presenti, e non ci sono elementi per contraddirli, che i video venivano girati con pochi dollari e in poche ore. Anche da questo si nota quanto Ledger fosse autenticamente interessato a imparare, comprendere, curiosare. Che fosse bravo invece lo si nota anche da quanto i suoi video siano superiori a quelli di Matt Amato, amico d’infanzia e fondatore dei The Masses. Uno che in teoria aveva molto più tempo a disposizione.

In serata, il culmine. Sempre Mario Sesti rispolvera questo documentario “perduto” di Martin Scorsese (American Boy, 1978) e lo accoppia ad American Prince di Tommy Pallotta in una proiezione unica. D`altronde lo straordinario protagonista è lo stesso: Steven Prince. Chi è costui? Un amico ed ex collaboratore di Scorsese (vende lui le armi a De Niro in Taxi Driver), ma soprattutto uno che di professioni ne ha cambiate molte, le droghe le ha prese tutte e di storie ne ha viste tante. E sa raccontarle come nessun altro. In pratica Scorsese si limita a farlo sedere su un divano per qualche ora e ad intervallare i suoi aneddoti con qualche filmino di famiglia. Il risultato è fantastico.
Trent’anni dopo Pallotta (ma tra i nuovi intervistatori c’è anche Richard Linklater, che gli ha rubato un aneddoto per Waking Life) lo va a ripescare, e ripete l’esperimento. Il tizio non è morto, come era ragionevole attendersi, ma costruisce piscine e coltiva erbe classificate come medicine. E racconta gustosi aneddoti sulla vita insieme a Marty (e Robbie Robertson della Band) nella villa di Mulholland Drive. Per farvi capire: avete presente la scena dell’iniezione di adrenalina a Uma Thurman in Pulp Fiction? E’ capitato a Steve, che lo racconta a Scorsese, e Tarantino ancora ringrazia. Il punto è che non è nemmeno la più intrigante delle sue storie. Credetemi.

 

LEGGI IL DAY ONE di Giù Dalla Cattedra | Appunti sparsi di un docente senza classe

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