Giù dalla cattedra – Day Five

Giù dalla cattedra | Day five

a cura di Giorgio Nerone

Il cinema mondiale ha una nuova stella. Si chiama Melanie Laurent, 26 anni, francese. Presenza magnetica e combattiva nell`ultimo Tarantino, conferma l’incanto pizzicando il violino in Le Concert di Radu Mihaileanu. Lui è romeno, figlio di un giornalista ebreo e comunista. Aveva scherzato sull’Olocausto nel delizioso Train ve vie, aveva raccontato la diaspora di un finto ebreo etiope in Vai e vivrai. Ora torna per occuparsi di entrambe i lati dell’identità paterna.
È la storia di un direttore d’orchestra russo estromesso da Breznev per non aver voluto licenziare orchestrali ebrei. Trent’anni dopo si procura con l’inganno la possibilità di tornare a dirigere per un ultimo concerto, a Parigi, portando con se gli amici di un tempo e un’improbabile accozzaglia di disperati che la forza delle note di Cajkovskij saprà disciplinare al momento giusto.
Mihaileanu non fa sconti, mena a destra e a manca, prende in giro tutti. Dai russi nostalgici del comunismo ai nuovi e volgari oligarchi, dall’insaziabile spirito imprenditoriale degli ebrei alla natura chic delle istituzioni culturali occidentali, faccia presentabile di un capitalismo in crisi che ha fame di numeri più che di cultura. E siccome si ride tanto gli si perdonano le lungaggini e quel finale con 12 minuti di musica (sublime) che telecomandano la lacrima. Un esemplare di quel cinema europeo che media ad alti livelli tra pubblico ed esigenze autoriali, quindi di una specie in via d’estinzione. Anche per questo ben accetto.

Doveva succedere prima o poi. Ai festival, pur accreditati, si rimane fuori. A Venezia è di prassi, qui speravo potesse non succedere. Invece, evidentemente, un documentario su tre ragazzi stranieri residenti in Italia tira più del previsto, e io devo ripiegare su una commedia francese, con tutti i rischi che questo comporta. Sto evitando i transalpini con scientifica precisione, ma mi dico che è ora di smetterla, che con la commedia si può provare.
In effetti, Bancs Publics di Bruno Podalydès, inizia col botto. In un ufficio con impiegate e capistruttura che manderebbero ai matti Brunetta sono tutti tesi a risolvere il mistero del palazzo di fronte. Qualcuno ha appeso uno striscione con scritto “uomo solo”, le interpretazioni si sprecano, si ride fino alle lacrime. Poi l’azione (?) si sposta prima in un parco pubblico e in un supermercato “brico”, e il film si mostra per quel che è: una galleria di personaggi bizzarri, un collage di gag con sprezzo della costruzione del plot. Con tono tutto sommato carezzevole e la conferma che l’accusa di verbosità per i film francesi è ben fondata. Sono sorpreso e intenerito, perché la struttura ad accumulo in spazi adiacenti e la moderata satira della modernità mi ricordano quel genio di Jaques Tati, Playtime, Mon Uncle. Però le gag di Tati erano mimiche, pienamente cinematografiche, quasi prive di parole, per cui poteva andare due ore senza stancare. Podalydès, a parte qualche ideuzza visiva, lascia completamente il campo all’estro (verbale) dei suoi interpreti. La differenza è tanta.

Doveva succedere, anche questo. Ai Festival se un film ti sta massacrando sei legittimato a lasciare la poltrona. Mi capita a tarda sera con Human Comedy in Tokyo. La guida parla di Rohmer nipponico, il selezionatore si esalta annunciando che il film è costato 10mila euro, ma che le immagini lasceranno attoniti. Io mi do pacche sulle spalle da solo per aver scelto ancora le sezione Extra, convinto di aver scovato il nuovo giovane visionario del Sol Levante. Invece dopo 7 minuti di fotografia raffazzonata, panoramiche scattose e raccordi da dilettante comincio a chiedermi cosa avesse fumato il suddetto selezionatore, e progetto la fuga. Resisto a un’estenuante scena in una tavola calda che dura quanto la sequenza della taverna in Bastardi senza gloria (senza la suspence, senza Tarantino). Aspetto che le due protagoniste escano. Stanno parlando su un marciapiede e, al quarto passante che si gira verso la videocamera chiedendosi cosa stiano filmando, decido che è troppo e scappo.

Giù dalla Cattedra  [appunti sparsi di un docente senza classe
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