Giù dalla cattedra – Day Six

 

Giù dalla cattedra | Day six

a cura di Giorgio Nerone

L’Italia s’è desta? No, indigesta. O almeno, incapace di digerire la presenza di stranieri, di divenire realmente una società multietnica.  Questo il pensiero di partenza di Claudio Giovannesi nel dedicarsi a Fratelli d’Italia, documentario su tre studenti  – stranieri d’origine,  italiani di fatto – dell’ITC Toscanelli di Ostia, nato dopo un anno di laboratori in varie scuole.  Alin è rumeno ed è in rotta con la propria classe, Masha è bielorussa ed è indecisa sul tornare o meno in patria per riabbracciare suo fratello dopo 9 anni, Nader è egiziano e musulmano, ma ha una ragazza italiana, cosa che la madre non può accettare.
Ho insegnato in classi simili, quindi riconosco perfettamente lo spaccato di vita che Giovannesi offre: il bullismo, la difficoltà di comunicazione, la scuola vissuta come imposizione. Qui l’occasione sta nell’uscire dalle mura scolastiche, nell’entrare in quelle case e toccare con mano quelle situazioni di cui i docenti possono solo speculare in sala professori.
Sono 90 minuti di sguardo sulla realtà di oggi, punto. Dovrebbe raccontarle la tv certe cose, invece ci arriva il cinema, e va più a fondo, senza comunque fornire chiavi di lettura decisive.

Giorgio Diritti non fallisce. L’avevamo invocato, non ha tradito. L’ultimo italiano in concorso, L’uomo che verrà, finalmente convince. Doveva andare a Venezia, ma si comprende ora il perché del dirottamento su Roma. Accanto ai comunisti “riformisti” di Baaria e agli studenti in rivolta di Placido, un film sulla Resistenza sarebbe stato troppo. Meglio vederlo qui, al riparo dal chiacchiericcio post-ideologico, al riparo dall’eventualità di inserire frettolosamente Diritti nell’elenco dei nostalgici e dei parassiti governativi.
L’uomo che verrà racconta l’eccidio di Montesole, fine settembre 1944. I nazisti rastrellano e fucilano più di 700 persone, quasi tutti contadini. Come risposta agli attacchi partigiani dei giorni precedenti. Chi ha visto Il vento fa il suo giro non si sorprende per la fedeltà con cui Diritti ricostruisce l’ambiente: dialetto stretto, facce scolpite dal lavoro duro (in cui le “ospiti” Maya Sansa e Alba Rohrwacher si inseriscono senza forzature), accento sui riti del quotidiano, esattezza dei gesti. Si entra in un’altra dimensione, accompagniamo i personaggi verso il destino che conosciamo, che immaginiamo.
Per un’ora e mezzo Diritti dirige con rigore impressionante. Poi si fa prendere un po’ la mano, il film si fa un  meno asciutto, si ricerca la grandezza in modo appena più programmatico. Ma sono dettagli, perché il film è una potente pagina di storia in immagini, concepita prima di tutto come omaggio alla comunità che ha sofferto la strage.  L’approccio è profondamente umanistico, non ideologico, ed è equilibrato. Riesce, Diritti, a evitare il revisionismo così come l’apologia partigiana. Di questi tempi, non era facile.

Dopo Tokyo, la Cina. E una certezza: non bisogna vedere i film orientali a Roma. Il motivo è semplice: quelli buoni li prende il sinologo Muller per Venezia. Qui arrivano gli scarti, come questo The Warrior and The Wolf, assoluto film patacca del festival, che entra di diritto nella cinquina dei film più brutti che io abbia mai visto.
Attenzione: non si tratta, come ieri, dell’esordiente da 10mila euro, ma di una produzione milionaria della Focus Features (divisione cinese), confezionata ad uso e consumo degli occidentali. Si narra di un generale,  di un guerriero e della sua selvatica amante, di un lupo. Di visioni e maledizioni. Tutto risibile, perché fondamentalmente incomprensibile, nonostante le didascalie che ogni tot minuti invadono lo schermo per raccontare pezzi di storia di cui le immagini non riescono a farsi carico. In sostanza, la negazione del narrare cinematografico.

Eppure rimango in sala e soffro fine alla fine. Solo perché fuori fa troppo freddo.

 

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Giù dalla Cattedra  [appunti sparsi di un docente senza classe]  |
a cura di | Giorgio Nerone

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