Giù dalla cattedra – Day Seven

Giù dalla cattedra | Day seven

a cura di Giorgio Nerone

Scandalo, ma con moderazione. Come si addice a un Festival di impronta popolare. Brothehood, dell’italodanese Nicolo Donato, parla di neonazisti e di gay. Ma non è uno studio sull’humus neonazista condito da una storia omosessuale. Piuttosto è una storia d’amore a cui capita di accadere in un contesto neonazista. Quindi con i crismi dell’impossibilità, in altri casi generati da genitori in disaccordo, famiglie rivali, differenze etniche o di classe. Quindi con una concessione al convenzionale e a volte al poco plausibile che qua e là fa capolino.
In ogni caso, siamo dalle parti di Brokeback Mountain più che da quelle di American History X o The Believer. Dovrebbe essere un bene, perché il primo è un film nettamente superiore agli altri due, ma qui qualcosa non funziona. Sarò rude: se un nazista palestrato e un ex soldato si prendono, è verosimile che lo facciano con la forza, non a colpi di carezze.

«Dio ha il miglior addetto alle pubbliche relazioni che io abbia mai visto. Poi ci sono Gesù e Picasso. Io vengo al quinto posto, dopo Andy Wharol». Parole di Mark Kostabi, estone d’origine, americanissimo per senso degli affari e tensione a emergere. Ve lo ricordate? Negli anni ’80 era una star strapagata del mondo dell’arte, un incrocio tra Wharol e Johnny Rotten che andava in giro a parlar male di tutti. E si definiva “con artist”, artista truffatore, rivendicando apertamente il fatto che non fosse lui a dipingere, ma uno stuolo di assistenti pagato meno di 4 dollari l’ora.
Ora che è caduto in disgrazia, e che è risorto anche grazie a una statua del Papa commissionatagli da Roma, la definizione non gli piace più, ma proprio Con Artist si intitola il gustoso documentario che Michael Sladek gli dedica. Vi si descrive un adorabile, patetico buffone con buone intuizioni e qualche talento, disposto a tutto, anche a condurre improbabili show televisivi, pur di mantenere la fama. In pratica un personaggio perfetto per l’Italia. E infatti siamo stati noi, continuando a comprare i suoi quadri, a salvargli il culo e tenerlo a galla.

Altro documentario, altra piccola perla. Emmitt Rhodes, californiano, tra il 1970 e il 1973 sfornò alcuni dei più bei dischi in circolazione, coniugando l’ispirazione beatlesiana e i suoi west coast. Componeva, cantava, suonava da solo tutti gli strumenti. Un talento cristallino rovinato dal perfezionismo e dalla sua casa discografica, che gli fece causa per non aver consegnato, come previsto da contratto, 6 dischi in tre anni. Da allora Rhodes scompare letteralmente nel nulla.
35 anni dopo un ragazzo italiano si innamora di lui dopo aver trovato un suo disco su una bancarella. Indaga, si informa. E siccome ha già esperienza come assistente di Nanni Moretti e Mazzacurati, si lancia. Lo chiama al telefono, prende un aereo, lo stana nella sua piccola casa-studio dove Emmitt passa ancora il tempo a suonare.
The One Man Beatles di Cosimo Messeri è per metà un classico documentario biografico, confezionato bene anche grazie a interviste con interlocutori di pregio (tra cui le mitiche Bangles e Michael Penn). E per l’altra metà è una seduta di psicoterapia con Rhodes, potente mix di rimpianto, consapevolezza, brillantezza, pessimismo cosmico.
Cosimo Messeri ha 24 anni e ricorda in effetti Nanni Moretti da giovane, anche per come tiene il palco con disinvoltura. Dopo il film riesce a dirittura a coinvolgere Mario Sesti in un duetto comico: ne risentiremo parlare.

Per finire, i fratelli Coen. Sui quali il mio entusiasmo è andato raffreddandosi nel corso degli anni, fino a diventare di ghiaccio. Con una vampata improvvisa per Non è un paese per vecchi, che del resto era al 50% di Corman McCarthy.
In A Serious Man tornano a un approccio indie, popolato di attori poco noti, per l’autobiografica incursione nelle disgrazie di una famiglia ebrea di fine Sixties. Potenzialmente materiale !"sentito", con cui loro per primi si dovrebbero scaldare. Ma invece ecco di nuovo il solito (ingegnoso)  esercizio di sadismo ai danni dei personaggi, freddo e matematico. Il solito dipinto di un mondo senza senso, in cui nemmeno la fede può dare più risposte, forse solo i Jefferson Airplane.
Maniera, divertente ma pur sempre maniera.

Uno dei personaggi intervistato su Kostabi dice di lui: «Stava annegando in una mare di ironia. Bisognava continuamente mettere tra virgolette quello che diceva. C’era solo ironia e più nessuna realtà». Mi sembra sia perfetta anche per i fratellini di Minneapolis.

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