Vacanze Romane | Settima Stazione

Vacanze Romane | Di un siciliano attraverso il festival
Settima Stazione
 
a cura di Gabriele Sabatino
Roma | sala Petrassi (waiting for…) | 22 ottobre ’09
Sssssthhhhh! Fate silenzio!Ssono in Sala Petrassi in un momento quasi religioso: sto aspettando Meryl! Alle 12.00 ci sarà la conferenza stampa per il film Julie&Julia…ma di questo ne parleremo domani. Dovete (purtroppo) attendere.
E ieri? Cosa è successo tra le battute finali di queste Vacanze festivaliere? Film, film, e film. Dovevo recuperare. E tra l’altro una giornata piena di “attese”. Quei film di cui se ne parla molto di più prima che arrivi…qualcosa nell’aria mi dice che…dovete leggere fino in fondo. Imperdibile per sapere cosa vedere e cosa evitare per i prossimi mesi.
Sapete perché mi entusiasma questo nostro lavoro sul Festival? Perché nonostante pranziamo insieme, ci vediamo nei bagni, in sala stampa, ci prendiamo il caffè, ci spingiamo in fila e ci teniamo compagnia durante le attese siamo (lavorativamente parlando) liberi dei nostri pensieri. Non ci facciamo influenzare dal nostro “vivere quotidiano” così a stretto contatto. A Nerone (impossibile non appassionarsi ai suoi appunti…) Broderskab non è piaciuto. Io sono letteralmente impazzito al punto di fare la mia puntata. Vince Brodeskab (in inglese Brotherhood, in italiano significa “Fratellanza”, ma tutti speriamo vivamente che non venga tradotto così, anzi speriamo che non venga tradotto punto). Perché ne sono sicuro? Perché racconta una storia! Rispondo a Giorgio (e racconto a voi il mio punto di vista) che ha visto inverosimile che un nazista palestrato e un ex soldato si possano prendere a carezze e non a pugni. Credo che il filo narrativo non sia una “storia d’amore omosessuale ai tempi del colera nazista”, piuttosto l’impossibilità di due personaggi con un contesto (e un testo) corrotto che tentano di capire cosa è naturale e cosa è culturale, quale la loro differenza, quali le conseguenze, quali le devastazioni. Se la cultura si impone contro-natura, la natura si staglia oltre-cultura. E direi quasi oltre potere vista la bellissima scena del protagonista Lars che racconta del vice-Hitler, omosessuale e dunque ucciso, reo solo di meritare una verticale ascesa al potere che minacciava Adolf (la maschera della cultura ancora una volta utilizzata contro-natura).
Il film c’è e ci sta. Ci sta in un periodo dove le prime pagine dei giornali raccontano questo (e se non è verosimiglianza questa, allora quale?) e c’è perché (facciamo gli accademici) ha dei buonissimi attori e una sceneggiatura forte che non delude, che ti chiede di stare seduto e volere sapere se Jimmy alla fine tradirà i suoi ideali (costruiti?) o si lascerà andare alla sua natura. La proiezione del pubblico è stata accompagnata da applausi (veri) che non finivano nemmeno quando la delegazione era già fuori dalla sala.
Usciti dalla sala, siamo andati Diritti in coda (quando scrivo queste battute vorrei schiaffeggiarmi da solo) per vedere L’uomo che verrà, che secondo me era molto meglio se non fosse venuto proprio. Ma, Giorgio Diritti ci ha voluto ugualmente fare impegnare 117 minuti a vedere questi suoi paesaggi emiliani (privi di condizioni atmosferiche non ditemi che non ve ne siete accorti!), queste sue brave attrici (ma non basta) e raccontarci qualcosa tristemente nota, ma anche già vista e rivista. Di film come questi ce ne sono davvero molti, e non ho trovato che L’uomo che verrà aggiunga nulla di più alla cinematografia esistente. Inoltre plauso a chi ha invitato in proiezione pubblico tutti gli amici di produttori, distributori e militanti del set. Prima di tutto perché il fragoroso applauso ha coperto i giudizi, secondo perché avendo tutti a disposizione la schedina per votare non so quanto reale possa essere la “somma” totale. Cronaca: molte ragazze avevano gli occhi lucidi, magari sarò io che non capisco l’intensa maternità di un bambino salvato…
Infine proiezione stampa dei Coen con “A serious Man”. Vi avevo già detto che io e Nerone siamo sempre in completo accordo su tutto? Ecco è questo che mi piace. Quanto l’arte divide e moltiplica e nello stesso tempo unifica e pacifica (posso citare la reductio ad unum? Fa chic…). Il teatro dell’assurdo: i giornalisti ridevano già ai titoli di testa. Cioè mi state dicendo che uno schermo nero dei Coen è cinema di alto livello, intriso di umorismo efficace che già fa riempire i taccuini? La giornalista che mi stava seduta accanto, spero legga questo post, rideva ad ogni singola parola. E facevano da eco in moltissimi. Meno male che il mio amico Mauro Donzelli di Coming Soon Tv mi ha rassicurato che nemmeno lui è rimasto entusiasta del film. Poi leggo di Nerone che parla perfino di “manierismo” inconcludente…e dunque posso prendere un sospiro di sollievo. E’ un film fatto bene, non c’è dubbio. Ma non c’è anima. Se volevate raccontarmi una storia di sfigati cronici, di irrisolti e patetici professori precari a cui gliene succedono di mille colori…ci siete riusciti. Ma se volevate farmi ammazzare da ridere, raccontandomi di disgrazie assurde dal sapore grottesco per colpire un nuovo immaginario, per farmi riflettere su come la vita è un gioco (perfino maledetto) e come tale va presa…, sorry boys, non ci siete riusciti.
Sabatino | e i fratelli della fratellanza.
 

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Vacanze Romane di un siciliano attraverso il Festival |
a cura di | Gabriele Sabatino

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