Giù dalla cattedra – Day Eight

 

Giù dalla cattedra | Day seven

a cura di Giorgio Nerone

L’ho già detto, mi capita saltuariamente di insegnare alle superiori. Quando succede faccio fare dei test agli studenti, per conoscerli. Ne viene fuori che la saga di Twilight è in assoluto la cosa più letta dagli adolescenti in questo momento. In molti casi sono gli unici libri che leggono. Me ne hanno parlato, me ne hanno scritto. Per cui anche se non ho mail letto i libri della Meyer e non ho visto il film della Hardwicke (nonostante la gran cotta che mi presi per Kristen Stewart in Into the Wild), ho già scritto un paio di articoli sul fenomeno. E ieri ho calibrato la mia giornata sulla visita dei tre Vulturi di New Moon.
Grossa operazione di marketing, quella di dare in pasto a giornalisti e fan un incontro con gli attori e una manciata di minuti del nuovo film (che, per inciso, non sono niente di che, anzi…). L’anno scorso fu il delirio per Pattinson/Stewart, quest’anno molto meno. Perché hanno mandato 3 giovanotti che staranno si è no per 5 minuti sullo schermo. Almeno uno di loro però risulta esagitato e simpatico: è Cameron Bright, ha 16 anni, ma ha già diviso il set con Nicole Kidman (Birth), Robert De Niro (Godsend) e Aaron Eckhart (Thank You for Smoking). Si presenta con una kefia, di cui dubito conosca il significato, e candidamente ammette di non aver mail letto i libri della Meyer, e che i dettagli del suo personaggio glieli hanno raccontati alcuni amici.

Tra la proiezione stampa e quella per i fan adoranti, esco a fumare. Tre ragazzine mi fermano, avranno 15 anni. Una di loro insiste, mi chiede se ho modo di farla entrare, mi dice che si può spacciare per mia figlia. Io digrigno i denti, deglutisco. Faccio pace in fretta col fatto che per lei dimostro più di 40 anni, ma da vero adolescente mi vendico: «Sai, ti dico, IO L’HO VISTO, non è che ti perdi un granché».

Ultimamente ai Festival guardo molto di più i documentari rispetto ai film di finzione. Perché, sembra un paradosso, mi raccontano meglio una storia. Quella di Garbo. The man Who Save the World è addirittura pazzesca. Si parla di Joan Pujol Garcia, un catalano che durante la seconda guerra mondiale si sposta a Madrid e si offre a tutti i servizi segreti i suoi servigi. Inizia con i tedeschi, ma il obiettivo è ingannarli, e ben presto si trasferisce a Londra e comincia a collaborare con gli inglesi. In pratica, quest’imbroglione che arrivò a inventarsi 22 persone che lavoravano per lui diventò nel 1944 la più importante spia da ambo le parti. E risultò decisivo per lo sbarco in Normandia, che non fu la carneficina messa in scena da Spielberg proprio perché un gran lavoro di intelligence aveva fatto si che i tedeschi si aspettassero lo sbarco a Calais, credendo che la Normandia fosse solo un’operazione diversiva.
Insomma, un enigmatico eroe-attore, poi sparito in Venezuela e ricomparso solo nel 1984 per ritirare un premio a Buckingham Palace. Il doc di Edmon Roch, coerentemente, si affida a numerose e gustose citazioni cinematografiche di film a tema guerra e spionaggio, e a una serie di immagini di repertorio non banali. Il minutaggio a 88 minuti è esagerato (ne bastavano 60), ma non fa niente.

[Photo by Fabrizio Di Perna]

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