Baaria | Recensione

Baarìa è un film che va ben digerito prima di essere recensito. Quello che ho pensato la prima volta che ho sentito parlare di questo enorme kolossal siciliano era che, forse, Tornatore rischiava di ripetersi e di diventare ridondante. D’altronde la Sicilia l’aveva già raccontata eccellentemente con Nuovo Cinema Paradiso. Così avevo sinceramente paura di una ripetizione. Poi, con titubanza, sono andato al cinema. Devo però fare una premessa: Tornatore è uno dei motivi per cui amo il cinema, perciò la mia iniziale paura era semplicemente quella di avere una delusione. Invece, come al suo solito, anche questa volta Tornatore mi ha emozionato e commosso con una delle prime immagini, che non è la corsa del bambino che diventa volo, ma è un’inquadratura: quella in cui si vede il bambino correre per la strada di Baarìa quando, improvvisamente, l’immagine è attraversata da un uomo senza gambe che corre sulle mani: questa è la Sicilia, che non corre sulle sua gambe tagliate, ma che, pur di correre, usa le braccia, di una Sicilia che non vuole restare indietro, che non vuole rimanere ferma, che vuole crescere e togliersi di dosso tutti i problemi che la affliggono. Ci sono dei registi che sono in grado di riassumere un concetto in un’immagine, di veicolare il senso di un unico film con una inquadratura. E questi sono i film e i registi che preferisco. 

 
Baarìa è un film che va ben digerito prima di essere recensito. Quello che ho pensato la prima volta che ho sentito parlare di questo enorme kolossal siciliano era che, forse, Tornatore rischiava di ripetersi e di diventare ridondante. D’altronde la Sicilia l’aveva già raccontata eccellentemente con Nuovo Cinema Paradiso. Così avevo sinceramente paura di una ripetizione. Poi, con titubanza, sono andato al cinema. Devo però fare una premessa: Tornatore è uno dei motivi per cui amo il cinema, perciò la mia iniziale paura era semplicemente quella di avere una delusione. Invece, come al suo solito, anche questa volta Tornatore mi ha emozionato e commosso con una delle prime immagini, che non è la corsa del bambino che diventa volo, ma è un’inquadratura: quella in cui si vede il bambino correre per la strada di Baarìa quando, improvvisamente, l’immagine è attraversata da un uomo senza gambe che corre sulle mani: questa è la Sicilia, che non corre sulle sua gambe tagliate, ma che, pur di correre, usa le braccia, di una Sicilia che non vuole restare indietro, che non vuole rimanere ferma, che vuole crescere e togliersi di dosso tutti i problemi che la affliggono. Ci sono dei registi che sono in grado di riassumere un concetto in un’immagine, di veicolare il senso di un unico film con una inquadratura. E questi sono i film e i registi che preferisco.
 
Il volo del bambino Tornatore ci porta avanti e indietro nel tempo in una Sicilia arcaica, dove si beveva il sangue del vitello appena sgozzato per favorire la gravidanza, dove si lottava per un pezzo di pane e per un pezzo di terra, una Sicilia romantica e passionale negli amori e nelle lotte di partito, una Sicilia che cambia aspetto con rapidità, anche se le storie e i personaggi rimangono sempre gli stessi e, se prima si vendevano dollari, poi si vendevano tre penne a millelire, fino ad arrivare alla Sicilia attuale, dove il bambino di allora si confonde tra le macchine, ma non si perde, trova la via di casa, trova l’anello della sorella inghiottito dalla terra, perchè la casa è sempre casa, in ogni tempo e in ogni luogo. E’ vero, Baarìa è un affresco della Sicilia che fu e di quella che è. Baarìa è il terzo capitolo di una trilogia personale e autobiografica iniziata con “Nuovo cinema Paradiso” e “Malèna”. Tanto che i due film vengono precisamente suggeriti ad un certo punto della trama: il primo quando viene raccontata l’apertura del cinema che da “Littorio” diventa “Vittoria” (il bambino di Baarìa sembra proprio quello di “Nuovo Cinema Paradiso”); il secondo nella scena immediatamente successiva, quella in cui il maestro fa guardare ai bambini Monica Bellucci, chiamata ad interpretare nuovamente il ruolo di Malèna per due inquadrature (undici secondi credo). E’ come se il regista ci stesse dicendo “ecco, a questo punto dovreste interrompere la visione di Baarìa e guardare Nuovo Cinema Paradiso e Malena, per poi ritornare alla fine di Baarìa”. Il film diventa addirittura autoreferenziale, Tornatore cita sè stesso e non solo, cita Fellini e il “Film Bianco” di Kieslowski (anche questo faceva parte di una trilogia). Tornatore cita il cinema che ha sempre amato. La cosa più sorprendente di questo regista è come il suo amore per il cinema trapeli da tutti i pori delle sue pellicole ed è qui che la scena della Bellucci diventa cardinale, nonostante sia stata stupidamente criticata. Il fatto è che Malèna, altro non era se non il cinema stesso che, compiacente e compiaciuto, attraversa la piazza di Siracusa tra i mille sguardi senza i quali non avrebbe vita, con prorompenza e prepotenza. Perciò, come fare un film autobiografico senza mettere al centro del discorso anche il cinema, che è stato  impersonificato ed incarnato nella filmografia dell’autore dal corpo splendido di Monica Bellucci?
 
Insomma, anche questa volta Peppuccio ha colto il segno, anche se probabilmente il finale è troppo lungo ed oramai sono assolutamente contro i film di tre ore almeno che non siano diretti da David Lynch. Ma questa è un’altra storia…
 
di Giulio Poidomani

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