Luigi Zampa, un regista di (in)successo

 
di Luca Pallanch
 
 
«Zampa è un regista che ci interessa sempre,
proprio per questa sua capacità di dare immagini tangibili agli umori,
al moralismo pessimista dell’italiano medio, al suo giudizio su epoche recenti,
e creare maschere contemporanee comiche o drammatiche»
Italo Calvino, «Cinema Nuovo», n. 43, 25 settembre 1954.
 
Il Festival Internazionale del Cinema di Roma 2009 ha dedicato la retrospettiva a un grande regista del passato, Luigi Zampa (Roma, 1905-1991). Un Maestro senza più titoli, per convenzione annoverato fra le seconde linee del cinema italiano, alle spalle dei grandissimi, uno di quei nomi recitati come una formazione di calcio (Zampa, Castellani, Lattuada, Comencini, ecc.), ma prima della meritevole iniziativa del Presidente della Fondazione Cinema di Roma Gian Luigi Rondi e del curatore Mario Sesti mai studiato e approfondito fino in fondo, tanto da attendere ancora la consacrazione con un meritato “Castoro” (che, finita la gloriosa gestione di Fernaldo Di Giammatteo, ormai invece non si nega più nessuno).
Zampa è un autore fuori moda, un classico di cui continuiamo a vedere e rivedere i film, magari ignorando il suo nome (chi non conosce Il vigile, Il medico della mutua, Bello onesto emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata, un trittico sordiano fra i più noti?), senza però godere fra i cinefili del necessario appeal. Forse perché uomo appartato, perfino severo nelle rare fotografie che circolano, poco interessato a chiosare la sua opera con dichiarazioni allettanti. Poteva funzionare più a Hollywood, da quel grande artigiano che era, capace di estrarre cinema da qualsiasi sceneggiatura e di imprimervi, comunque, il proprio marchio. Sicuramente oltreoceano avrebbero apprezzato di più le sue origini popolari, sempre rivendicate e su cui ha costruito il romanzo semi-autobiografico Il successo e, in fondo, anche i suoi film. Nell’intervista-testamento, l’ultima rilasciata prima di morire (contenuta nel volume di Francesco Bolzoni e Mario Foglietti Le stagioni del cinema. Trenta registi si raccontano, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2000), Zampa dichiarò: «Ho sempre preferito gli ambienti veri perché significa trovare la vita». Zampa era un regista che cercava la vita, ovvero una verità iscritta nei volti delle persone e nei luoghi in cui vivevano. Se è stato neorealista, anche oltre la stagione del neorealismo (che lui contribuì a superare, tanto da indurre Rondi a coniare, per Vivere in pace, l’etichetta “neorealismo rosa”), lo è stato per questa adesione (e condivisione) alla realtà. Zampa era in perfetta sintonia con le storie che raccontava, partecipava emotivamente alle vicende dei suoi personaggi, simpatizzando per le persone semplici («La gente che si alza la mattina e va a lavorare è l’umanità più ricca che ci sia»). Più vicino quindi allo spirito di ricostruzione, in tutti i campi, che animò il nostro Paese alla fine della seconda guerra mondiale, che agli intellettualismi anni Sessanta, quando il boom economico portò con sé disagi interiori prima sommersi nelle difficoltà quotidiane. Ecco perché si tende a identificare Zampa con l’epoca neorealista, malgrado nessuno dei suoi film, né Vivere in pace (1946), né L’onorevole Angelina (1947, nel quale lanciò come attore un certo Franco Zeffirelli), sia citato fra i capolavori di quel periodo. Forse per il suo ottimismo di fondo, che non gli consentiva di spingere il dramma fino al compiacimento. Troppo spesso poi ci si dimentica della straordinaria collaborazione con Vitaliano Brancati, una delle vette più alte nelle relazioni pericolose fra cineasti e letterati: «un incontro particolarmente fecondo tra due personalità che a diversi livelli propendevano verso una risentita osservazione della realtà italiana» (n. m. [Nicolò (Lino) Miccichè], Filmlexicon degli autori e delle opere, Edizioni di Bianco e Nero, Roma, 1967). Insieme scrissero, fra gli altri, Anni difficili (1948), Anni facili (1953) e L’arte di arrangiarsi (1954) – ai quali va aggiunto il posteriore Anni ruggenti (1962), liberamente ispirato a Gogol’ – sul trasformismo tipicamente italico, storie di piccoli uomini costretti dalla Storia a indossare panni diversi a seconda delle circostanze, assurti a simbolo di un popolo sempre pronto a correre in soccorso del vincitore, come scrisse Bruno Barilli (battuta che Ennio Flaiano citò più volte, al punto di essergli attribuita). Satira che si prende gioco dei nostri punti deboli, offrendo una rappresentazione grottesca della società. Basterebbero questi film a fare di Zampa un autore con la a maiuscola, ma l’uomo, prima ancora del regista, era curioso e sensibile agli stimoli offerti dalla realtà, per cui in tempi non sospetti si permise, nel suo capolavoro Processo alla città (1952, su soggetto di Ettore Giannini e di Francesco Rosi), di trattare un argomento spinoso come quello della camorra, visto nelle sue origini storiche (un noto fatto di cronaca nella Napoli di inizi del Novecento), ma con un occhio ovviamente rivolto al presente (e purtroppo al futuro, vista la perdurante attualità del film). Secondo Morando Morandini «Non è solo il miglior film di Zampa, anche per merito dell’efficiente sceneggiatura (Suso Cecchi D’Amico, Ettore Giannini, Diego Fabbri, Turi Vasile) e uno dei rari drammi giudiziari riusciti del cinema italiano, ma anche una di quelle opere in cui le istanze civili e morali del neorealismo s’innestano sul robusto tronco di un melodramma popolare attento alla lezione del cinema americano d’azione», «il Morandini. Dizionario dei film»). Ma anche un film che anticipa il cinema di denuncia dello stesso Rosi, Petri e Damiani, filone al quale Zampa ritornerà più volte nella sua carriera, con Il magistrato (1959), altra pellicola giudiziaria, ambientata a Genova nell’ambiente del porto, e Gente di rispetto (1975), da un romanzo di Giuseppe Fava («Film rispettabile, ma non nel senso ironico del titolo col quale si allude come in Fatti di gente perbene alla solida reputazione che conferiscono, in un certo mondo, il delitto e l’intrigo. Bensì per il robusto senso dello spettacolo che, nell’ordine del decoro professionale cui Zampa mai si sottrae, presiede a una sorta di “giallo” che mentre da un lato stinge nel kafkiano, dall’altro fruga con amara coscienza civile una delle sacche più terrificanti della società italiana: l’oscura realtà di quella Sicilia dove la miseria s’intreccia al sopruso e alla paura, e genera un’immagine rabbrividente della vita», Giovanni Grazzini, «Corriere della Sera», 31 ottobre 1975). Dietro la “cultura” della mafia, diffusa in ogni strato sociale, si celano interessi e speculazioni edilizie: l’interesse del regista per la realtà sociale non sposta però la sua attenzione dal motore della vicenda, il denaro.
La curiosità e la capacità di Zampa di vivere la contemporaneità, senza rimanere fedele a concezioni predefinite, lo portano a cavallo degli anni Sessanta ad avvicinarsi anche alla commedia di costume, con film volutamente leggeri (Ladro lui, ladra lei, 1958, Il vigile, 1960, Frenesia dell’estate, 1963, Le dolci signore, 1967), alternati a ritorni di fiamma per la satira pungente (il citato Anni ruggenti) e per la grottesca rilettura della società, colta nelle sue espressioni più dolorosamente arcaiche (Una questione d’onore, 1965, una faida fra due famiglie in Barbagia nel quale viene invischiato il protagonista, interpretato da Ugo Tognazzi: «È un soggetto di sapore pirandelliano, con il tipico contrasto fra la vita e la forma, nel quale Ugo Tognazzi si muove come un grottesco e accusatorio eroe di Brecht (ma è evidente anche il modello di Germi)», Tullio Kezich, Il film sessanta. Il cinema degli anni 1962-1966, Edizioni Il Formichiere, Milano, 1979). Per poi rialzare il tiro sull’onda del ’68, che non colse il regista impreparato. Il medico della mutua (1968) è un film (e un titolo) emblematico sull’arrivismo, anch’esso tipicamente italico, che può spingere un modesto medico a passare sulla testa (e sui cadaveri) di chiunque pur di far carriera. Beffardo ritratto della sanità pubblica, con toni da commedia che sfumano via via in un vortice di cattivi sentimenti, dal quale lo spettatore esce impotente. Bissato da Bisturi la mafia bianca (1973), che Kezich definisce «la versione drammatica» de Il medico della mutua, lodandone l’efficace progressione drammatica e la conclusione a sorpresa . Ma è con Contestazione generale (1970) che Zampa dimostra la sua modernità e la sua giovinezza di spirito: la ribellione al potere come chiave di lettura dei rapporti sociali, a qualsiasi livello e a qualsiasi età. Zampa trae dalla contestazione giovanile il monito per una riflessione più ampia, che investe il cosiddetto sistema, strutturato su rapporti di forza e convenzioni che vanno rispettate, pena l’esclusione sociale. Un regista che sconvolge l’ordine televisivo precostituito, un impiegato alle prese con un vulcanico datore di lavoro (costruito sul modello del produttore ed editore Rizzoli e sulla aneddotica che accompagnava le sue gesta), un prete posto di fronte al problema del matrimonio e al mutare dei costumi anche in campo ecclesiastico, oltre che un breve episodio dedicato all’occupazione dell’università, il più attuale, ma anche il meno impellente per il regista. Sono gli ultimi fuochi del cinema di Zampa, che l’anno successivo firmerà un altro titolo rimasto nell’immaginario collettivo, Bello onesto emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata, con Sordi e Claudia Cardinale. Chiuderà la sua carriera, dopo il ritorno a temi cari con Gente di rispetto e Bisturi la mafia bianca, con Il mostro (1977, «un apologo sulla violenza. Il mostro, dice L. Zampa, non è questo o quel personaggio: è la violenza nella società, nei mezzi di comunicazione di massa, nella famiglia», «il Morandini. Dizionario dei film») e il film a episodi Letti selvaggi (1979, in cui compare anche Roberto Benigni), che se non aggiungono nulla alla sua filmografia, dimostrano fino all’ultimo il suo interesse per la realtà circostante.

Non bastasse tutto ciò, la grandezza di Zampa è testimoniata dai nomi degli sceneggiatori che hanno firmato i suoi film: oltre a quelli già citati, Aldo De Benedetti, Piero Tellini, Vincenzo Talarico Age & Scarpelli, Ruggero Maccari, Pasquale Festa Campanile & Massimo Franciosa, Benvenuti & De Bernardi, Sergio Amidei, Tonino Guerra, Rodolfo Sonego, Giorgio Bassani, Ennio Flaiano, Alberto Moravia, dal cui romanzo La romana ha tratto l’omonimo film del 1954, restaurato per l’occasione della Cineteca Nazionale in collaborazione con Sky Cinema. Per non parlare degli attori, a molti dei quali ha offerto l’occasione per interpretazioni particolarmente ispirate: Aldo Fabrizi, Raf Vallone, Peppino De Filippo, Nino Taranto, Gino Cervi, Salvo Randone, Amedeo Nazzari, Paolo Stoppa, Alberto Sordi, Vittorio De Sica, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, Frank Wolff, Enrico Maria Salerno, Gabriele Ferzetti, Anna Magnani, Carla Del Poggio, Valentina Cortese, Silvana Pampanini, Gina Lollobrigida, Sylva Koscina, Sandra Milo, Bice Valori, Claudia Cardinale, Virna Lisi, Ursula Andress, Monica Vitti. Nell’opera di Luigi Zampa scorre il meglio del cinema italiano. 

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