La promozione del cinema italiano

di Luigi Filippi per Cineuropa
 
Parte con il piede giusto il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che apre il convegno inaugurale degli Stati generali del cinema italiano, dedicato alla promozione, dicendo che lo stesso Festival del Film di Roma, che ospita l’evento, è esso stesso un elemento importante di promozione: verso gli operatori, tra i quali favorisce il confronto; verso la città, alla quale offre un appuntamento qualificante; verso il resto del mondo, al quale invia un’immagine accattivante della capitale.
 
Ma parlare di promozione significa intersecare vari argomenti: Fus, legge cinema, produzione nazionale, sale di città e altro. Della necessità del Fus si fa promotore lo stesso Alemanno, sostenendo che serve al cinema come a tutte le attività culturali, al pari di quanto avviene nel resto d’Europa. Ma questo strumento va ripensato per aiutare il merito ad emergere e non per discriminare, per fare da leva agli interventi privati, per favorire la crescita di un prodotto che agganci le richieste del pubblico e intensifichi, di conseguenza, le frequenze nelle sale.
 
Sulla necessità del Fus sono praticamente tutti d’accordo, dagli assessori alla Cultura degli enti locali, Giulia Rodano (Regione), Cecilia D’Elia (Provincia), Umberto Croppi (Comune), ai rappresentanti degli autori, Stefano Rulli (CentoAutori), Emidio Greco (Anac), agli esponenti della produzione, Riccardo Tozzi, dell’esercizio, Paolo Protti, del Parlamento, Luca Barbareschi.
 
Ma le differenze sono importanti e provocano anche frizioni. Per esempio, Barbareschi suscita una polemica dicendo che sulla reintegrazione del Fus 2009 alcuni hanno tenuto un “atteggiamento barricadiero imbecille”, attaccando il ministro Bondi subito dopo avere ottenuto i 60 milioni di reintegrazione stanziati quest’estate. Reintegrazione, peraltro, non dovuta alle manifestazioni fatte dal mondo dello spettacolo, come vivacemente sostenuto da Rulli, ma ad un personale incontro-scontro del deputato Barbareschi con il ministro Tremonti.
 
Per Tozzi, ancora più radicalmente, "il Fus è uno strumento obsoleto, frutto di una cultura pansindacale degli anni Settanta, che ha messo al centro non la produzione, ma l`occupazione". E le “vere vittime” di questo strumento sono state le fondazioni liriche, costrette a impegnare il 90% dei bilanci per pagare i dipendenti. Oggi, il fondo può ancora servire ad alcuni scopi, ma per il cinema il presidente dei produttori propone anche fonti alternative di finanziamento come la tassa di scopo. Anche se lo stesso Tozzi, convenendo con Emidio Greco, si dice poco convinto che questa tassa sarà pagata dai provider di Internet e dalla televisione. Pertanto, propone che l’imposta sia accollata solo alle sale e all`home video, "ricompensandole" con una riduzione dell`Iva al 4% e destinando il differenziale (per le sale è attualmente al 10%, n.d.r.) al finanziamento dell’industria cinematografica.
 
Favorevole “nel suo impianto strutturale e tecnico” alla proposta di Tozzi, ma decisamente contrario all’ipotesi di far pagare la tassa di scopo solo alla filiera cinema, è Paolo Protti, presidente dell`Anec, associazione esercenti cinema, per il quale una tassa così concepita non darebbe nemmeno i risultati economici necessari. Pertanto è indispensabile che essa sia estesa a tutti quanti sfruttano il prodotto film e in particolare alla pay tv e ai provider. Inoltre, per Protti, in un nuovo sistema di “recupero fondi”, ciò che viene prelevato all’esercizio deve ritornare all’esercizio. E, comunque, un nuovo sistema di finanziamento non può riprendere le attuali suddivisioni, che praticamente trascurano l’esercizio cinematografico. Più in generale sul Fus, il presidente dell’Anec sostiene che, proprio perché è obsoleto, va ripensato e vanno trovate contemporaneamente altre fonti di finanziamento non solo per il cinema, ma per tutti i settori dello spettacolo.
 
Intervenendo sulle sale, il presidente dell`Anec, annunciato un apposito incontro che si svolgerà a Roma l’11 novembre, sostiene la necessità di passare dalle enunciazioni di principio e dalle dichiarazioni di solidarietà ai fatti concreti, ricollocando anche economicamente la sala in modo più consistente. E fa l`esempio delle strutture che partecipano a Schermi di Qualità (di cui Cristina Loglio ricorda i sei anni di attività e i 791 schermi iscritti alla nuova edizione), che ricevono meno di settemila euro a schermo come premio del loro impegno nella diffusione del prodotto di qualità italiano ed europeo.
 
L’intervento di Protti fa seguito ad altri sul medesimo argomento e sullo stesso tono: salvaguardare le sale di città per la loro insostituibile funzione di diffondere il cinema di qualità e di mantenere aperto il rapporto con un pubblico adulto. Per Claude Eric Poiroux, esercente francese e direttore generale di Europa Cinemas, il circuito europeo di esercizi che distribuisce film di qualità non nazionali, le sale di città sono un “irrinunciabile tesoro europeo”. Andrea Occhipinti di Lucky Red le ritiene indispensabili per rivolgersi a una specifica fascia di spettatori e propone anche che ai multiplex non vadano più di due copie dello stesso film. Stefano Rulli sottolinea l’impegno degli autori per la creazione di un circuito alternativo di sale di qualità sull’esempio del Sacher di Nanni Moretti. Riccardo Tozzi dice di guardare “con angoscia” alla loro chiusura, che penalizza il cinema di qualità in generale e in particolare quello italiano, il quale quest’anno registra per la prima volta una flessione della quota di mercato. Per Giandomenico Celata, dell’Università di Roma La Sapienza, che ha presentato una ricerca sull’esperienza di Schermi di Qualità, gli esercizi di città sono decisivi sia nella costruzione del box office di un film e sia per fronteggiare la “frantumazione” del pubblico, in atto da tempo. Ma, più in generale, per Celata è ogni tipo di sala a meritare una considerazione speciale, perché è “il luogo dove il film costruisce il suo valore”. Dalla ricerca da lui coordinata, Celata trae tre indicazioni fondamentali: il marketing di sala tenga conto dell’esplosione dei siti web che informano sul cinema; il botteghino offra una maggiore modulazione dei prezzi del biglietto; il passaggio alla proiezione digitale preveda uno switch off, un termine ultimo uguale per tutti, sull’esempio di quanto sta avvenendo con lo spegnimento dei canali analogici della televisione.

Il discorso si allarga, infine, alla riforma complessiva del cinema. Qui emergono due considerazioni: una, più scontata perché ben conosciuta, riguarda le categorie professionali che insistono sulla richiesta di un centro nazionale sul modello francese, autofinanziato, autonomo dalla politica, gestito dagli stessi operatori. L’altra considerazione, improbabile fino a qualche tempo fa, riguarda gli enti territoriali: gli assessori alla Cultura della Regione Lazio (Rodano) e del Comune di Roma (Croppi), rivendicano lo sforzo crescente delle rispettive amministrazioni a favore del cinema, inteso anche come elemento di crescita economica, soprattutto a Roma e nel Lazio, ma sottolineano come sia indispensabile una politica nazionale sullo spettacolo e in particolare una legge sul cinema. In questo senso, Croppi vuole cogliere segnali positivi nei lavori attualmente in corso alla commissione Cultura del Senato. E tutti si augurano, silenziosamente, che questa volta per arrivare al risultato non servano né manifestazioni di piazza né scontri con i ministri interessati.  

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