La giornata per le sale di città. Un`occasione sprecata

di Antonio Autieri (direttore di E-Duesse)
 
 
 
La giornata Anec dell’11 novembre, dedicata ai problemi delle sale di città, è stata complessivamente deludente. Si sperava in un momento propositivo e operativo, o quanto meno in un’occasione per mettere con le spalle al muro le varie categorie – distributori, produttori, enti locali, gli stessi esercenti, ma anche gli autori – con le loro responabilità, ma la realtà è stata diversa. Nella migliore delle ipotesi si è trattato di un’esatta fotografia di un male, ma una fotografia che ormai conosciamo bene: che senso ha, in un convegno per addetti ai lavori, ripetersi per ore cose già note? Se gli enti locali sono forse il punto decisivo su cui lavorare (per ottenere incentivi, sostegni anticrisi, finanziamenti per digitale e ristrutturazioni, convenzioni, riduzioni o esenzioni su tasse, utenze e costi vari), perché far intervenire chi fa già – pochi casi virtuosi – e non incalzare gli altri (cosa non difficile per l’Agis, che ha il polso della situazione nell e varie regioni)? Magari confrontandosi con i problemi reali e tralasciando le solite considerazioni sul valore culturale e sociale (su cui tutti concordano) che non sistemano i conti. E che non rendono giustizia all’importanza economica di queste sale. 
I produttori erano rappresentati al meglio da Riccardo Tozzi e Angelo Barbagallo, che portano avanti ipotesi “strutturali” interessanti. Manca però la riflessione e il confronto sui film tra produttori e autori da una parte ed esercizio dall’altra. È vero, nell’ultimo decennio nuovi produttori hanno ricostituito il rapporto con il pubblico. Però nell’ultimo anno e mezzo le cose sono andate molto meno bene: non è il caso di capire cosa funziona e cosa no (film, storie, registi, attori) nei cinema vocati al prodotto italiano? 
Ma qui ci interessa rivolgerci soprattutto a esercenti e distributori. Questi ultimi continuano a sembrare poco attenti al problema, e se preoccupati (soprattutto chi lavora ancora molto con le sale tradizionali dove alcuni film “di qualità” fanno anche l’80%) non propongono alcuna ipotesi operativa. All’incontro romano erano pochi – e pochissimi sono rimasti fino alla fine – e nessuno di loro ha preso la parola: colpa loro o dell’organizzazione? L’Anec, invece, per mesi ha promesso che da questa giornata sarebbe uscito un pacchetto di proposte, richieste, ipotesi di soluzioni. Quelle sentite erano riflessioni interessanti e acute, ma anche un po’ accademiche. Non era quello di cui si sentiva il bisogno se il problema è drammatico come lo si descrive (e lo è). 
Non solo: il tono generale e il messaggio consegnato ai media è stato come sempre poco incisivo e “sconfittista”, a cominciare dall’iniziale servizio del Tg2 mostrato in video. Nostalgico sul p assato di questi cinema, funereo sul loro presente. È vero, hanno chiuso centinaia di cinema – ed è un dolore, nonché un problema che ci angoscia, soprattutto pensando a chi ci lavorava – ma tanti altri cinema continuano a lavorare con esercenti che si battono come leoni: perché disegnare un quadro così fosco di un settore che comunque tiene, pur in un momento di crisi? Perché far aleggiare ancora una volta che il problema sono i multiplex, i quali rispondono a precise esigenze di una parte consistente di pubblico e che hanno invece frenato l’emorragia di schermi (anzi aumentati) e di presenze? Perché l’esercizio non si mette in discussione nelle modalità con cui si rapporta al pubblico? L’unico che l’ha fatto – guarda caso, nuovo del settore: Valter Casini di Circuito Cinema – ha irritato parecchi presenti… Non ci nascondiamo i problemi che ha l’associazione, a cominciare dal presidente Protti (che già ha le sue gatte da pelare nel far digerire l’ingre sso di Anem a chi si mette di traverso). E sappiamo che dietro le quinte si lavora – come abbiamo scritto nell’ultimo editoriale – per portare a casa risultati concreti. Ma promettere prima del tempo (che fine ha fatto la task force che doveva lavorare sul tema delle sale cittadine? Quali esiti ha avuto il suo lavoro?) e comunicare male (perché enfatizzare le attese su questa giornata, per poi fare un convegno frettoloso come tanti altri?) diventa un boomerang. Meglio allora lavorare a fari spenti, e parlare solo quando si aprirà la stagione degli annunci reali. 

 

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