Gli irregolari | Roberto Natale, poeta per un film, scrittore per tutti gli altri

di Domenico Monetti
 
 
«Il critico cioè deve, a mio modesto avviso, avvalendosi della sua specifica conoscenza cinematografica interrelata alle sue discipline […], riproporsi prima di tutto come vero e proprio “didatta di massa”, secondo la formulazione e l’augurio gramsciano, cioè come intellettuale sociale. Una simile collocazione, che prende atto dell’indifferenza delle masse fra arte “nobile” e arte “volgare”, segna di conseguenza e automaticamente il superamento o, come scrive Franco Fortini, la sospensione storica del tradizionale concetto di “arte”». A scrivere sulla situazione critica in modo così illuminante, all’interno di un dossier dedicato appunto al cinema scritto, in un periodico specializzato come «Cinecritica» (e più specificamente il numero 3, maggio 1979) non è un critico di professione ma uno dei più importanti sceneggiatori del cinema di genere, regista di un solo e particolarissimo film “d’autore” (Il mio corpo con rabbia, 1972), autore di apprezzati documentari in coppia con Glauco Pellegrini prima e con Nino Zucchelli dopo. Ma andiamo per ordine. Dopo gli studi (Economia Marittima e un diploma di capitano di lungo corso) e l’esperienza partigiana si dedica all’attività documentaristica realizzando due interessanti documentari in coppia con Glauco Pellegrini: Prigionieri del golfo (1947) e Una giornata nel golfo (1949). Chi scrive ha avuto la sfortuna di poter vedere solamente il primo. È un cortometraggio di undici minuti, che racconta in un cupissimo bianco e nero la durissima e dolorosa ricostruzione de La Spezia, città di nascita Roberto Natale. Attraverso il commento delle dolenti voci fuori campo degli abitanti assistiamo a uno spettacolo atroce: una città distrutta e soprattutto prigioniera della sua stessa fonte di ricchezza. Il golfo, infatti, si è trasformato in un terribile luogo di morte e impedisce qualsiasi collegamento con l’esterno. Pieno di mine insieme alle navi affondate, il golfo rappresenta una barriera insormontabile e al contempo una trappola mortale per i poveri pescatori. Ma la volontà degli abitanti non soccombe. Con la solidarietà di tutti, i palombari riescono a togliere tutte le mine e con un potente rimorchiatore a trascinare via la catena di barche affondate. Vero e proprio esempio di cinema resistenziale, basato da una parte sul pessimismo del dopoguerra, dove il “dopo” deve ancora avvenire e di sicuro non sarà sotto forma di “sole”. Dall’altra c’è la volontà di ricostruire un’identità anche a prezzo di gravissimi sacrifici. Il documentario è stato finanziato dall’ANPI con la somma di 500 mila lire. La scelta di Natale come regista viene spiegata da Barbara Deana e Antonella Pina nel bel catalogo Liguria Horror Express. Il cinema secondo Mario Bava e lo sceneggiatore Roberto Natale: «si rivolsero a Natale perché si sapeva che andava al cinema e aveva dei contatti a Roma, per aver frequentato come studente quella sorta di salotto letterario che allora era il ristorante Menghi. I contatti di Natale lo indirizzarono al regista veneziano Glauco Pellegrini che accettò di girare il documentario. Le riprese di Prigionieri del Golfo durarono due settimane grazie all’aiuto della Marina Militare, che mise a disposizione uomini e mezzi. Dopo cinquant’anni, Prigionieri del Golfo è stato scoperto e restituito alla visione pubblica grazie al lavoro di ricerca della Cineteca storica locale dell’Istituzione Culturale del Comune della Spezia». «Una giornata nel golfo era un altro omaggio a La Spezia, mentre Agricoltori del mare (1951) me lo sono diretto e autofinanziato eraccontava una giornata tipo degli allevatori di cozze», mi spiega Roberto Natale, «Questi lavoratori dovevano fronteggiare dei terribili nemici: le orate, che di notte, divoravano le cozze. Per far meglio vedere l’arrivo delle orate ho utilizzato come set naturale l’acquario di Livorno. Il film fu montato e distribuito a Torino grazie all’intraprendenza di un allora giovanissimo produttore: Franco Cristaldi. La via dell’astratto (1953)era invece un altro documentario, sempre diretto dal sottoscritto che descriveva il passaggio dalla pittura classica-narrativa a quella astratta. Ricordo molto volentieri Sogno a Venezia (1958) diretto da me e dall’amico Nino Zucchelli, che vinse anche un premio. Era un docufilm, mediometraggio, che raccontava di un bambino che era talmente attratto dalla pittura del ’700, che s’immedesimava e si ritrovava dentro ai quadri, in pieno ’700!». Parallelamente Natale intraprende una carriera prolifica in qualità di sceneggiatore per il cinema di genere, firmandosi alle volte con lo pseudonimo Robert Christmas (traduzione in inglese del suo nome e cognome, coerentemente con la moda esterofila di allora): dalla commedia fine anni Cinquanta Amore e guai (1959) di Angelo Dorigo, dove Natale è anche aiuto regista, allo spionistico anni Sessanta Agente Sigma 3 missione Goldwather (1966) di Giampaolo Callegari, senza dimenticare il western (A Ghentar si muore facile di Leon Klimowsky, 1967, Vivo per la tua morte di Camillo Bazzoni, Odia il prossimo tuo, 1968, di Ferdinando Baldi), il musicarello interpretato da Claudio Villa Granada, addio! (1967) di Marino Girolami, il melò Disperatamente l’estate scorsa (1969) di Silvio Amadio, il lesbo esotico L’isola delle svedesi, dello stesso anno e sempre diretto da Amadio, l’imitazione comicarola dei film campioni d’incasso con Bud Spencer e Terence Hill (Antonio e Placido: attenti ragazzi chi rompe paga, 1975, di Giorgio Ferroni), la commedia sexy (La supplente va in città, 1979, di Vittorio De Sisti), il cinema d’impegno civile (Sos laribiancos – I dimenticati, 1999, di Piero Livi). Ma Roberto Natale viene ricordato soprattutto per le sue sceneggiature di film horror con registi cult, veri maestri del genere, come Il boia scarlatto (1964) e 5 tombe per un medium (1965) di Massimo Pupillo, Operazione paura (1966), Lisa e il diavolo (1972), La casa dell’esorcismo (1975) di Mario Bava e Il gatto dagli occhi di giada (1976) di Antonio Bido. In un’intervista rilasciata a Antonella Pina e pubblicata nel periodico «Film D.O.C.», n. 80, dicembre 2008, così Natale parlò della sua collaborazione con Bava: «Con lui ho fatto tre film: Operazione paura, Lisa e il diavolo e La casa dell’esorcismo. Quest’ultimo in realtà è sempre Lisa e il diavolo a cui, in fase di montaggio, sono state aggiunte alcune scene d’esorcismo. Lavorare con Bava è stato bellissimo. Era sanremese e forse in principio faceva il cineoperatore come suo padre, poi si mise a lavorare sui trucchi cinematografici. I primi film erano di cappa e spada, ma il genere in cui eccelse fu l’horror perché aveva tanta inventiva e progettava da solo gli effetti speciali. Realizzò anche l’enorme ragnatela in cui si dibatte il protagonista di Operazione paura. Era bravissimo! Era un artigiano innamorato del cinema. Girava film feroci pur essendo una persona molto buona. Aveva una casetta in campagna fuori Roma e quando la chiudeva per tornare in città non dimenticava mai di lasciare un po’ di briciole affinché gli insetti rimasti dentro casa avessero di che mangiare».Alla fine degli anni Settanta Roberto Natale abbandona il mondo del cinema per dedicarsi alla parola pura, la poesia, con la pubblicazione di due volumi, Per un diario e Pieghe delle mie terre. Oltre a scrivere due sceneggiati televisivi per Vittorio Sala, Il giudice (1973) e La formica padana (1978), è stato autore di alcuni radiodrammi (Mattia Prati, L’albero della memoria). Tornerà a sceneggiare filmin compagnia dell’amico di sempre Piero Livi con due opere, completamente (e ingiustamente) invisibili: Sos laribiancos – I dimenticati e Maria sì (2004), quest’ultimo una delicata storia d’amore. Ma Piero Livi è anche il fil rouge che ci permette di parlare sull’unico lungometraggio di finzione diretto da Natale: Il mio corpo con rabbia. «Il film doveva dirigerlo Piero Livi ma siccome lui era già impegnato in qualità di organizzatore generale il film l’ho diretto io». Come ha scritto giustamente il critico Davide Pulici, della rivista cinematografica «Nocturno cinema»: «Il mio corpo con rabbia, di Roberto Natale, è il film di mezzo, e perché è l’esempio pescato dal serbatoio degli anni Settanta e perché ha uno status caliginoso, indefinibile, tra cinema d’autore e le “basse” dell’exploitation. Antonia Santilli è una figlia di papà che ha voluto fare esperienza della droga. Una sola volta, ma tanto è bastato perché i genitori, Massimo Girotti e Zora Gheorghieva, su consiglio di un medico corressero ai ripari isolando la ragazza in un lussuoso albergo in Sardegna e vegliando sulla sua “guarigione”. Si è fuori stagione, nel complesso non c’è nessuno o quasi. Ma da quelle parti si aggira uno strano giovane, Peter Lee Lawrence, forse un fuggiasco ma non si sa bene, con il quale Silvia – così si chiama la protagonista – intreccia una relazione. Lawrence è la figura tramite cui Roberto Natale, sceneggiatore e regista, elucida, usandolo come un reagente, il vero rapporto focale, l’essenza della narrazione, il perno del film, che risiede nel legame tra Silvia e il padre. Film stravagante, Il mio corpo con rabbia, con dialoghi che citano Bazin e le poesie di Rilke, atmosfere rarefatte e una Santilli che è esattamente il contrario della creatura eterea, quasi metafisica che Natale aveva in mente e che descrive in sceneggiatura. Su “Nocturno” già in passato segnalammo che il film, girato col titolo L’ape d’oro (dal nome del complesso Abidoru, dove si ambienta la storia, a pochi chilometri da Porto Rotondo) ebbe una vicenda post-produttiva complessa: Natale rinnegò l’opera e ritirò la sua firma quando la distribuzione amputò il finale originale – molto duro – troncando la storia sul pre-epilogo, con una camminata notturna sulla spiaggia e tra i falò dei due protagonisti. Questo è il montaggio delle sale. Un secondo cut per la tv, reintegra, invece, la fine corretta, ma epura le scene di sesso, poche, in verità, e piuttosto caste, tra la Santilli e Lawrence». Natale non fa mistero dei problemi produttivi del film ancora oggi: «Il film fu girato in soli otto giorni, in inverno, in Sardegna, in un albergo fuori stagione. Mi tolsero una settimana di lavorazione, la conseguenza è che il tutto fu girato con molta fretta». Tuttavia il film può essere letto come una interessante variante al femminile del capolavoro bellochiano I pugni in tasca, dove la figura paterna, interpretato splendidamente da Massimo Girotti, rappresenta, come mi ha spiegato il regista, «la società capitalistica che opprime qualsiasi tentativo di ribellione da parte dei giovani». Una menzione particolare meritano i due allora giovani interpreti: Peter Lee Lawrence e Antonia Santilli. Dopo il film di Natale, Lawrence interpreterà altre due pellicole volutamente malsane e disturbanti, contrassegnate dal classico connubio di eros e thanatos: Mia moglie… un corpo per l’amore (1973) di Mario Imperoli e il bellissimo Amore e morte nel giardino degli dei (1972) di Romano Scavolini. Il suo ultimo film è Il bacio di una morta (1974) di Carlo Infascelli. Poi la fine. Ancora molto giovane decide di porre fine ai suoi giorni, perché affetto da una malattia incurabile. Antonia Santilli, di una bellezza rinascimentale travolgente, si ritirerà anche lei presto dalle scene.
 

  

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