Gli irregolari | Il sogno infranto di Riccardo Fellini

Articolo di Luca Pallanch 

 

Nella storia genealogica del cinema italiano (un intreccio di parentele tuttora da dirimere) la vicenda del secondo Fellini è fra le più emblematiche e singolari.

Nato a Rimini nel 1921, un anno dopo Federico, ben presto Riccardo è travolto dalla medesima passione del fratello, il cinema. Diplomatosi in ragioneria, segue per un po’ di tempo le orme paterne come rappresentante di generi alimentari, ma il richiamo della passione è più forte e lo spinge a trasferirsi a Roma, dove fa la comparsa in alcuni film (I tre aquilotti di Mattoli, Addio amore di Franciolini, I bambini ci guardano di De Sica, Apparizione di De Limur). Secondo alcuni fonti avrebbe anche frequentato il Centro Sperimentale di Cinematografia senza diplomarsi. La chiamata alle armi stronca sul nascere la sua carriera, tanto che dopo la guerra ritorna a fare il rappresentante, spaziando dai generi alimentari alla vendita di automobili. Finalmente Federico gli offre ne I vitelloni (1953) la possibilità di ricominciare con un ruolo significativo: Riccardo, ovviamente, uno dei cinque protagonisti, simpatici playboy di provincia che si dedicano «ai loro ozi, alle loro passeggiate notturne, ai loro sogni di fughe, viaggi, evasioni che, come sempre, si concluderanno senza danno attorno a quello stesso tavolino da caffè che tanto li ha sentiti progettare a vuoto» (Gian Luigi Rondi). «Hanno studiato, ma non hanno poi preso né un diploma né una laurea; dovrebbero e potrebbero lavorare, ma non lavorano; considerano una cravatta, una sciarpa, fatti importanti; hanno sempre molte pretese, sempre pochi quattrini; trascorrono le loro giornate al caffè, attorno a un bigliardo, o in piccoli cinema o in vacui vagabondaggi, o in modestissime avventure, spesso vagheggiate soltanto. Ogni tanto un’aspirazione, non importa se bislacca, si accende; ma poi subito si spegne, in una risata un po’ scema e un po’ indulgente. Cronici minorenni della vita, giungono così alla trentina; e l’oltrepassano, flaccidi e inermi, egoisti e sprovveduti, fin quando il tedio provinciale per sempre li ingoierà, e non muterà la loro indole, anche se si dedicheranno a qualche sopportato lavoro, e si sposeranno, e avranno dei figli» (Mario Gromo). Riccardo Fellini del vitellone sembra possedere il temperamento e l’indolenza, ma anche la simpatia naturale. È il prolungamento naturale di Federico: la sua immagine trasposta davanti alla macchina da presa, perché medesimi sono le origini e l’ambiente in cui sono cresciuti. Accanto a Alberto Sordi, Franco Fabrizi, Franco Interlenghi e Leopoldo Trieste, Federico inserisce un pezzo della propria storia, contribuendo ulteriormente all’autobiografismo dell’intera vicenda. Purtroppo per Riccardo la prima grande occasione è anche l’unica. Lo ritroviamo in piccole parti in Allegro squadrone di Paolo Moffa, Sinfonia d’amore (Schubert) di Glauco Pellegrini, I vagabondi delle stelle di Nino Stresa, Le notti di Cabiria di Fellini, Città di notte di Leopoldo Trieste, Il padrone delle ferriere di Anton Giulio Majano, un episodio, Gli adulteri, diretto da Marco Ferreri de Le italiane e l’amore, e sempre con Ferreri ne L’ape regina, nel ruolo anch’esso autobiografico di un venditore di automobili. Dieci anni dopo I vitelloni, in una lenta discesa verso l’anonimato, dal quale Riccardo spera di uscire facendo il grande salto dietro la macchina da presa. Non gode del consenso e dell’appoggio del fratello (il quale, vuole la leggenda, gli chiede addirittura di usare una pseudonimo, quasi fosse unico titolare di un cognome divenuto un marchio popolare in tutto il mondo) e stenta a trovare un produttore disposto a rischiare su un esordiente, per quanto illustre, suo malgrado. Il film, Storie sulla sabbia (1963), ha un parto lungo e tormentato: anni di lavorazione, la presentazione alla Mostra di Venezia nella sezione “opere prime”, un’attesa smodata, non certo da parte del pubblico, quanto della critica pronta a sparare sul regista, per partito preso. Una sola voce contraria si leva in sua difesa: Giuseppe Marotta. Su «L’Europeo» (e poi sulla raccolta di recensione Di riffe o di raffe, Bompiani, 1965) lo scrittore prestato alla critica cinematografica scrive: «Il caso del minore Fellini mi intenerisce. Questo è un mondo in cui, sul piano della solidarietà e dell’affetto, nella colonna attiva dei sentimenti, diciamo, nessuno è fratello di nessuno; mentre come passivo i legami di sangue con un uomo celebre e fortunato hanno un peso incalcolabile, tremendo. Le peripezie di Storie sulla sabbia e del suo giovane autore sono ormai fin troppo note. Il film fu più volte sospeso, abbandonato, per i soliti dubbi e vizi dei finanziatori (i quali vedono soltanto un elefante lontano un centimetro, quando lo vedono); Riccardo non ebbe, da Federico, aiuti di sorta; perfino a Venezia, il Giove cinematografico di Otto e mezzo si guardò bene dall’apparire, fosse anche mutato in cigno, o in pelo di Mario Natale, o in sorriso di Lanocita, o in qualsiasi altra forma di avallo. In coscienza: Storie sulla sabbia meritava questo impervio susseguo? Da un fratello, no. Io non sono, per l’afflitto Riccardo Fellini odierno (il futuro di ogni arte è pazzo, è al Neurodeliri) che un estraneo; ma la mia puntata su di lui, tutto considerato la faccio». Delle tre storie di cui è composto il film – la giornata di una bambina sulla spiaggia, le nozze sfortunate di una ragazza e le avventure di un gruppo di amici di buona famiglia, i cui destini si intrecciano con quelli di una povera donna che ha appena partorito – a Marotta piace soprattutto la seconda. Della prima annota il rischio di leziosità, della terza la mancanza di «un brividello negli animi». Ne deduce che immaturo è il narratore, mentre al regista «c’è da fargli, spesso, tanto di cappello. È vivo e sorgivo in lui quanto in Federico, se non più, l’amore delle immagini».
Sulla scia Filippo Sacchi sul «Corriere della Sera» (6 ottobre 1963): «Se il pubblico fu ingiusto con I basilischi, ancor più lo fu con Storie sulla sabbia del secondogenito Fellini, addirittura crollato con 32 mila lire di incasso il quarto giorno. Mannaggia, direbbe il povero caro Marotta, l’unico critico che abbia difeso il film. Ebbene, sono contento di sentirmi, quasi in un postumo abbraccio, ancora una volta d’accordo con lui. Stroncato a Venezia, deriso come il balbettio di un regista infante, questo filmetto è pieno, nella sua frammentaria insistenza e divagatoria ingenuità, di cose delicate e gentilissime. Raramente il magico mondo dell’anima infantile è stato visto con più stupefatta tenerezza e lievi fluttuanti colori di quanto lo sia qui, nel primo dei tre bozzettini, quello dedicato all’adorabile Francesca. E credo che dimenticherò molte sequenze illustri, ma non dimenticherò il personaggio dolcissimo di Anna, la sposa malmaritata, quella figura bianca, leggera e altocinta che trascorre sul quadro paesano e festaiolo della giornata nuziale con la grazia irreale delle fate e delle farfalle. E – d’accordo – il terzo episodio è debole e tirato, però osservate il tempo perfetto con cui è resa la piccola trovata dell’ubriaco che spicca i saltini sulle righe dello spartitraffico. Insomma, la retina del regista c’è. E allora, santo cielo, un po’ di indulgenza». Purtroppo l’indulgenza invocata da Sacchi e il “fido” auspicato da Marotta (rivolto alla «Banca di Italia del cinema», ovvero Federico Fellini) sono negati al Fellini cadetto, come lo chiama lo scrittore. E di lui non resteranno ulteriori tracce nel cinema: Riccardo devia i propri interessi verso la televisione, dove si farà apprezzare per alcuni documentari sugli animali (Zoo folle, Quegli animali degli italiani), certo più fedeli degli uomini. Peccato perché Storie sulle sabbia, riscoperto quest’estate alla Mostra di Venezia nella retrospettiva Questi fantasmi 2, era film degno di maggior attenzione da parte del pubblico e della critica. Per la sua ispirazione sincera e per una partecipazione emotiva da parte del regista alle storie narrate che ci fanno rimpiangere il successivo silenzio forzato. C’è un mondo interiore che affiora prepotentemente, ma non fatto di autobiografismi gratuiti, basato piuttosto su un acuto spirito di osservazione, come se Riccardo Fellini si fosse trovato effettivamente su quella spiaggia, a Tor San Lorenzo, vicino Roma, per osservare le vicende poi trasposte sullo schermo. Tre storie e tre momenti di passaggio, a cavallo tra l’infanzia e l’adolescenza. Una bambina da sola sulla spiaggia contempla la propria infanzia e la propria innocenza, illuminata dai raggi del sole e dalle prospettive di una vita ancora piena di possibilità: l’orizzonte le si spiana davanti, ricco di dolci promesse, e Francesca sa cogliere ogni istante e ogni particolare del tempo che scorre. La spiaggia è desolatamente vuota, siamo fuori stagione o fuori dalle mete del turismo di massa, la bambina vive lì vicino e da lontano giunge la voce della madre che la chiama: sono solo frammenti di vita strappati dal secondo Fellini alla quotidianità. Nemmeno i fugaci incontri con strani personaggi che camminano sulla spiaggia riescono a far irrompere in questa quotidianità qualcosa di straordinario: attraverso il personaggio di Francesca Riccardo Fellini fotografa e immortala l’infanzia, quando i bambini non avevano nulla e giocavano con i sogni. Qui il boom economico non è ancora giunto, come ancor più evidenzia il secondo episodio, le nozze di una ragazza introversa e solitaria con un uomo più anziano di lei, con il quale non sembra avere nulla in comune. Neanche i sentimenti, visto che riaffiora il ricordo dell’idillio con un ragazzo, simile a lei caratterialmente, presente al pranzo di nozze, che si svolge in una trattoria a conduzione familiare sulla spiaggia. La malinconia di entrambi, che solo loro percepiscono, a vicenda, stride di fronte al clima di festa, alla goliardia, al cibo consumato voluttuosamente, alle grida, ai giochi, con gli adulti che si ritrovano bambini e i bambini che non riescono a essere adulti, nonostante l’evento lo imponga. Per cui la situazione degenera in un entusiasmo persino smodato, al centro del quale, silenziosa e quasi assente, si erge Anna, “la sposa malmaritata”, come l’ha felicemente definita Filippo Sacchi. Non riesce a vincere la propria natura e il proprio pudore, concede al marito solo sporadici sorrisi forzati, e con lui si allontana, salutata da tutti i presenti, lasciandosi alle spalle l’adolescenza e forse la felicità. Un episodio che più che a Federico Fellini sarebbe potuto piacere a Pasolini e che anticipa il cinema di Sergio Citti (sarebbe interessante proporlo insieme a Casotto), con la medesima forza naïf e la medesima partecipazione ai destini degli umili. Un inno alla semplicità, racchiusa qui nell’albero della cuccagna con i suoi oggetti del desiderio alla portata dei sogni di tutti. Così illusoriamente vicini e, nel contempo, così lontani. Nel terzo episodio un gruppo di amici trascorre una serata nella casa sulla spiaggia di uno di loro: amenità varie, discorsi, giochi (diversi da quelli del secondo episodio), malizie varie, sentimenti espressi, repressi, dichiarati, la borghesia che si specchia su se stessa, come in buona parte del cinema italiano anni Sessanta precedente alla contestazione. A sconvolgere il loro quieto, apparente, vivere è la notizia che una donna sta per partorire in una casetta vicina. Le ragazze si danno da fare, assistono la donna, fino al pianto liberatorio del neonato, che segna l’irrompere della vita, quella vera, reale, compressa fra le pareti della casetta. I familiari della donna, il marito, i genitori, brindano con i ragazzi, condividendo con loro la felicità più naturale del mondo, di fronte alla quale tutti i tentativi compiuti per vincere la noia e trascinare la notte fino a estreme conseguenze appaiono risibili. Tutto acquista una nuova luce e i discorsi precedenti perdono di senso: una delle ragazze, incinta, comprende che l’aborto non è una soluzione e si incammina con il suo fidanzato sulla spiaggia. Insieme riescono finalmente a scorgere la metà: le nozze riparatrici. Ogni cosa si ricompone, forse per magia. Il buio si dirada, è già l’alba. La vita ricomincia, il cerchio si chiude e si riapre, magari con una bambina che gioca sulla spiaggia…
 
 
 

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