La politica degli autori | Forma o Messaggio?

 di Francesco Sarubbo

Il dibattito e le opinioni intorno al mondo del cinema rappresentano per alcuni tratti l’essenza del cinema stesso, senza quel sano fervore cinematografico che ci porta a idolatrare un regista, un autore, o un attore, scrivere sceneggiature e assistere a proiezioni, senza tutto ciò, il cinema non esisterebbe. O almeno non esisterebbe nelle sue manifestazioni universalmente e concretamente riconosciute. Ma cosa ci succede quando abbiamo appena finito di guardare un film? Qual è la prima cosa che fate? Cercate forse di rimettere i pezzi del film in una sequenza che vi restituisca una logica più comprensibile o forse estraete il contenuto dal contenitore?
 
Forma o messaggio?
 
Ebbene negli anni 50’ in Francia (d’oh!) alcuni autori come François Truffaut, Jean-Luc Godard, Jacques Rivette, Eric Rohmer, creavano un nuovo modo di vedere e intendere il cinema.
La nuova corrente cinematografica conosciuta come “la politica degli autori” nasce da un articolo apparso su Cahiers du Cinéma nel 1955 scritto da Truffaut in cui parla del film diretto da Becker, e da cui trae spunto per originare un manifesto per introdurre le peculiarità della politica degli autori. Francois Truffaut
Senza volerlo probabilmente, Truffaut stava rivitalizzando e affermando l’universo di significati e l’importanza di una parola come “autore”.
Nella sostanza si dava vita una prospettiva critica che intendeva valorizzare non l’opera filmica nella sua finitezza ma inserirla in un contesto più ampio che era appunto tutto il corpus di opere realizzate dall’autore. Queste premesse erano allo stesso tempo un apripista per l’adozione di un metodo, un approccio, un pensare-critico libero da ogni aspettativa e interesse, che ricollocava il vero pensiero artistico, intriso di un messaggio e un mondo, all’interno della filmografia di alcuni registi. E che inoltre, questo fosse l’unico modo possibile per comprenderla fino in fondo.
Intendiamoci è un’operazione cognitiva non da poco e uno sforzo che non si può chiedere a tutti, ma partiamo dal fatto che per chi ama veramente il cinema e lo ri-conosce non sente affatto di compiere uno sforzo.
Mi sembra oltremodo un’azzeccata attualizzazione contemporanea dinanzi alla complessità sociologica con cui spesso il cinema cerca di rapportarsi e di modellarsi. Da qui si riconoscono allora quelle avanguardie di pensiero che le epoche rincorrono e sempre più spesso ci si accorge che invece basterebbe voltarsi indietro.
Quindi? Messaggio.
E’ una domanda aperta ma qualcuno deve pur iniziare a rispondere.
Non esisterebbero allora alla luce di ciò film e opere minori e/o migliori di altri, esiste l’autore che con una messa in scena, linguaggio universale – essenza del cinema e della politica degli autori – comunica, svela, racconta, il suo mondo e permette l’ingresso in altri. L’organizzazione di elementi della scena, in maniera quasi maniacale, l’utilizzo di un linguaggio filmico piuttosto che un altro, rimandi al mito ai sogni a universi, sono tutte espressioni ( o confessioni? ) di un autore che diventa, nello stesso momento in cui lo fa, IL cinema.
 
Realtà: Vita = Cinema: Espressione del Sé
 
E’ altrettanto ovvio che è un discorso che non possa andar bene per tutti. Ma come si fa a non riconoscere un’ inquadratura sporca ma dall’altissimo significato semiotico di David Cronenberg?
Chi non ha mai riconosciuto quell’adrenalica suspence che solo Hitchcock era in grado di creare?
Tutte le opere dell’ultimo grande regista Stanley Kubrick non erano forse dei quadri immortalati da una fotografia e proiettate su uno schermo attraverso la mdp ( macchina da presa)? Per non parlare poi dei nostri Neorealisti..
In conclusione si dovrebbe alcune volte tentare di andare oltre, chiedersi il perché piuttosto che etichettare, domande più che risposte, leggere le immagini. Ricostruire e intendere la filmografia di un autore come un puzzle che terminerà solo nel momento in cui cesserà di vivere. Il suo unico obiettivo non è quello di terminarlo ma di renderlo infinito.
E’ un’operazione forse costosa ma necessaria, per restituire al cinema ciò che esso stesso da anni continua a regalarci, senso ed emozione.

 

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