Mi ritorni in mente | `Delitto al circolo del tennis` di Franco Rossetti

 Articolo di Luca Pallanch



 

Colpiti dalla feroce inutilità e illogicità dei delitti che occupano le pagine dei quotidiani degli ultimi anni, ad uso e consumo della morbosa curiosità del lettore (e dello spettatore) medio, riaffiora alla nostra memoria di cinefili incalliti un misconosciuto film di Franco Rossetti, Delitto al circolo del tennis, proiettato per la prima volta proprio quarant’anni fa, il 29 dicembre 1969. Non si è consumato inchiostro per quest’anniversario, così come in passato non se ne è speso molto per recensire il film, mai rievocato, neppure quando più volte, a distanza di anni, si sono presentate occasioni per parlarne. E che occasioni…
29 ottobre 1975, Pier Paolo Pasolini, nel suo ultimo articolo sul «Corriere della Sera» prima della tragica morte, scrive: «Anche Moravia mi onora delle sue illazioni. Sono illazioni di uomo intelligente, si sa; ma si sa anche che egli prova il “piacere del testo” solo a patto, come ogni autore del resto, di romanzarlo. In quanto romanziere egli ha visto nell’episodio del massacro del Circeo e nell’aggressione di Cinecittà, appunto, due episodi. Cristallini, trasparenti, incisi, chiusi: microcosmi a loro modo perfetti. Tanto è vero che, attraverso un simile “modello narrativo”, egli può assimilare il massacro del Circeo al suo racconto del 1927 Delitto al circolo del tennis. Anch’io, analogamente, potrei assimilare l’aggressione sottoproletaria di Cinecittà all’aggressione dei quattro napoletani a Maddalena, la donna di Accattone (1961). Ma so che l’aggressione dei quattro napoletani a Maddalena, la donna di Accattone, rispetto a quella dell’autunno del 1975 a Cinecittà, è idillica: e rientra perfettamente in un codice di malavita in cui non è esclusa l’umanità. Anche Moravia dovrebbe accorgersi che il delitto al circolo del tennis, rispetto al delitto del Circeo dell’autunno 1975, è idillico: e nessuna reale relazione storica li unisce. Tra i due c’è un salto di qualità: salto di qualità che è dovuta all’enorme quantità. Un delitto che nel 1927 era espresso da un ambiente di élite, oggi è espresso da un ambiente di massa. Il delitto gratuito “gidiano” è diventato un genere di consumo. Una scelta personale è diventata una coazione collettiva. E non è poco».
Il delitto gratuito è diventato un genere di consumo, scrive profeticamente Pasolini: «la “massa” dei giovani ignora il tradizionale conflitto interiore tra bene e male; la sua scelta è impietrimento, la fine della pietà; e ciò quasi per partito preso, aprioristicamente: sia che si tratti di delinquenti, sia che si tratti di bravi ragazzi infelici – la infelicità non è una colpa minore». Sono sufficienti queste parole a spiegare gran parte dei crimini commessi ai giorni nostri, troppo spesso senza un perché (con il paradosso, poi, che nelle aule giudiziarie si vada alla ricerca di prove certe al di là di ogni ragionevole dubbio, quando ormai di ragionevole non c’è più niente), invece di scomodare illustri psicologi e tuttologi vari. Con la fine della pietà viene meno ogni freno, ogni inibizione: non vi è stato solo un salto di qualità, ma è cresciuta l’efferatezza, come ben testimonia il cinema di genere anni Settanta, dal thriller al poliziesco, che andrebbe ora riletto proprio in questa chiave, di adesione alla realtà, anch’essa morbosa, come oggi avviene per i resoconti televisivi.
L’inaudito Pasolini fotografa immediatamente lo scenario apocalittico che lo circonda, lo percepisce da vicino, a differenza di Moravia, che «non guarda le cose stando in mezzo, ma da lontano»: «Non esibirò a questo punto – scrive ancora il poeta friulano – la mia patente di intenditore in concreto: patente ottenuta attraverso il mio modo di esistenza, che mi ha offerto la occasione di guardare in faccia centinaia di volte per centinaia di sere i protagonisti delle centinaia di episodi che prefigurano casi estremi e tragici come quelli del Circeo e Cinecittà». Parole che non possono che risuonare sinistre alla luce dei successivi fatti, di lì a pochi giorni. Altro delitto gratuito, quello pasoliniano, efferato, feroce, inutile, semmai si possa parlare di utilità di fronte a un omicidio. E delitto gratuito, per eccellenza, è quello descritto da Alberto Moravia, in tempi non sospetti, nel racconto Delitto al circolo del tennis – pubblicato nel 1928 sulla rivista «900», per poi confluire nella raccolta La bella vita (1935) – da cui prende le mosse Pasolini, non citando assolutamente il film di Franco Rossetti, in teoria ben più prossimo ai casi di cronaca nera a cui fa riferimento il poeta. Eppure il film aveva operato una deviazione rispetto al racconto di Moravia che avrebbe meritato maggiore considerazione.
Moravia, nutrito dalla lettura di Delitto e castigo di Dostoevskij, mentre lavora al romanzo d’esordio, Gli indifferenti, scrive questo racconto, ambientato, per l’appunto, in un circolo di tennis, in occasione di un gran ballo di gala, alla quale viene invitata, ma solo per prendersi gioco di lei, la principessa, «che non era principessa, ma a quel che si diceva soltanto contessa (e si raccontava anche che a suo tempo aveva fatto vita di società, e che ne era stata esiliata per una brutta storia di adulterio, di fuga e di rovina finanziaria)», un personaggio grottesco, carica di gioielli falsi, vestita come una stracciona, con l’abito fuori moda, la gonna lunga, la scollatura indecente, celata da «uno scialle multicolore, con uccelli, fiori e bestie di tutti i generi», i capelli ribelli tenuti parzialmente a bada da una fascia. Zimbello dei frequentatori del circolo, appartenenti per la maggior parte alla grossa borghesia, «tutti figli di famiglie ricche e stimate, e poiché bisogna pure lavorare, esercitavano tutti più o meno qualche parvenza di professione». Uno di essi, tale Ripandelli, «un giovane sui trent’anni, d’una bellezza alquanto meridionale, capelli neri e lucidi, occhi neri, volto ovale, dai tratti perfetti», la conduce in un salottino, nel quale ben presto irrompono altri quatto membri del circolo, Lucini, Micheli, Mastrogiovanni e Jancovich, il più vecchio socio, un industriale cinquantenne, il quale si finge padre e rivale in amore del Ripandelli per divertirsi alle spalle della donna. Fra zuffe, riconciliazioni, grandi risate, richieste indecenti, parziali concessioni, eccitazione crescente, la situazione degenera e gli uomini si gettano addosso alla principessa, imbestialiti dalle sue resistenze, con «un desiderio crudele di battere, di punzecchiare la donna», finché Ripandelli «con una mano che non gli sembrò sua tanto gli parve indipendente dalla sua volontà, afferrò sulla tavola la bottiglia vuota e l’abbatté con forza sulla testa della donna, un po’ sopra la nuca, una sola volta», uccidendola. Delitto gratuito e insensato, letterario al tempo in cui fu scritto, profetico, o semplicemente realistico, se trasportato ai giorni nostri. Certo, esercizio di stile, per Moravia, sulla strada della sua definizione di scrittore, ma pregno, come abbiamo visto, di successivi sviluppi. A cominciare dal film, liberamente ispirato al racconto, e più che al delitto, alla macchinazione che ne consegue, ovvero come far sparire il corpo, mettendo d’accordo tutti i presenti, più o meno sconvolti, per l’accaduto. Prevale la tesi di Jancovich, la più ragionevole in quel contesto irragionevole: buttare a fiume il cadavere «così crederanno che si sia uccisa… viveva sola… in un istante di sconforto… son cose che accadono». Il delitto autogenera la sua giustificazione… Per poi finire tutti quanti, come spesso accade, a ballare per non destar sospetti: «“Ancora mi raccomando” disse un’ultima volta Jancovich “animazione, ballate, divertitevi come se nulla fosse accaduto». E in effetti, andando avanti su questa china, tanti ne troverà la polizia di assassini a ballare e a divertirsi come se nulla sia accaduto, anzi con il sospetto che per loro, effettivamente, nulla sia accaduto.
E nulla di tutto questo accade nel film omonimo di Franco Rossetti, sceneggiato dal regista con Ugo Guerra e Francesco Scardamaglia: nessun delitto, solo una trama ordita ai danni di un professore universitario. Riccardo Dossi (un grande Chris Avram) è un celebre economista, si divide tra lezioni accademiche e importanti incarichi istituzionali, ed egualmente nella sfera sentimentale si divide tra una fidanzata di lungo corso e una giovane amante. È vedovo e ha una figlia, Lilla (Angela McDonald), che se ne è andata di casa (anzi, dalla villa di famiglia) ed è legato a lui da un rapporto di amore-odio. È lei ad aver architettato il piano, per realizzare il quale si avvale della collaborazione del suo ragazzo, Sandro (Roberto Bisacco), insegnante di tennis al circolo di cui è socio Dossi, e di una svampita ragazza, Benedetta Varzi (Anna Gaël), figlia di un amico e collega di Dossi, il quale, trovandosi per lavoro all’estero, gliela ha affidata. La bellissima Benedetta non ha difficoltà a vincere gli scrupoli di Dossi e a diventarne l’amante, esponendosi così agli scatti della macchina fotografica di Sandro, che riprende di nascosto gli incontri amorosi tra i due. Le foto compromettenti, che potrebbero distruggere la reputazione di Dossi e compromettere l’amicizia con Varzi, gli vengono recapitate al circolo dallo stesso Sandro, il quale dice di averle ricevuto da un uomo che è fuggito via e di non di aver resistito alla tentazione di guardarle. Ovviamente è in grado di riconoscere l’uomo e per gratitudine nei confronti di Dossi, che ha aiutato suo padre, è disposto a mettersi sulle sue tracce. Inizia così una complessa trama volta a distruggere Dossi: i tre giovani infatti sono dei rivoluzionari. La loro filosofia è volta a colpire al cuore il Paese: «Oggi il neocapitalismo può permettersi aggressioni violente, scoperte; impone il suo potere attraverso una linea di repressione sempre più spietata. Noi non dobbiamo avere scrupoli sulla moralità o meno dei metodi di lotta. Marce, occupazioni, scontri con la polizia sono cose che servono solo a far incarcerare centinaia di compagni. Basta con il falso eroismo rivoluzionario, noi dobbiamo colpire il sistema nei suoi punti di forza, distruggere i centri di potere e chi li impersonifica». Siamo nel 1969, il film è stato girato prima di piazza Fontana, prima degli anni di piombo e già si parla di «colpire il sistema nei suoi punti di forza», con un’impressionante capacità di lettura di un fenomeno che stava, negli anni della contestazione giovanile, appena gettando le sue radici. E chi è che impersonifica i centri di potere? Un economista! Inquietante premonizione di quello che accadrà effettivamente: si colpisce Dossi che in una riunione in Svizzera chiede a uomini di governo l’applicazione di misure economiche che potrebbero comportare problemi di politica interna. Eppure questo film, fondamentale per capire a priori quello che sarebbe accaduto in Italia, come si sarebbe sviluppata la lotta armata, è stato sempre ignorato, forse proprio per il titolo che richiama alla memoria il racconto di Moravia, finendo per conferire al film un alone letterario, di delitto gratuito per l’appunto, mentre in esso di letterario non c’è nulla, di Moravia neanche l’ombra, a parte l’ambientazione in un circolo del tennis, semmai c’è l’esemplificazione della mutazione antropologica del proletariato denunciata da Pasolini. Il proletario Sandro è diventato un maestro di tennis per assimilarsi alla borghesia, frequentare il suo circolo, indossare i suoi abiti, godere dei suoi privilegi. Ma solo apparentemente, perché il borghese Dossi si serve di lui finché serve, poi lo liquida con un assegno: «ho ripetuto già un’infinità di volte in questi miei maledetti articoli che l’atroce infelicità o aggressività criminale dei giovani proletari e sottoproletari deriva appunto dallo scompenso tra cultura e condizione economica: dall’impossibilità di realizzare (se non mimeticamente) modelli culturali borghesi a causa della persistente povertà mascherata da un illusorio miglioramento del tenore di vita». Ancora Pasolini. Invece la borghese Lilla conduce la sua guerra personale con armi e obiettivi diversi: non certo la lotta di classe, quanto quella dei sentimenti. Lilla vuole punire suo padre, dal quale si sente rifiutata. La sua è una ribellione che nasce e si consuma nell’alveo rassicurante della borghesia: un’alternanza di amore e odio, di sentimenti espressi e repressi. E a tal fine usa il suo fidanzato, succube, e la sua amica, alla quale, in fondo, Dossi non dispiace nemmeno, anzi. «Volevi fargli del male, ma volevi anche che reagisse, che ci stritolasse, che trionfasse. Ti sei servita di noi perché tu lo ami. Sei innamorata di tuo padre», la rimprovera Sandro, quando si rende conto della verità. La lotta rivoluzionaria svela fin dal principio il suo velleitarismo, ognuno combatte una guerra con se stesso, con la sua educazione, i suoi costumi, la sua libertà e alla fine i mezzi per raggiungere l’obiettivo sono quelli che loro stessi condannano: «Non possiamo cambiare il mondo usando gli stessi imbrogli, gli stessi sporchi metodi di questo mondo», ovvero il ricatto, i sotterfugi, le macchinazioni. Tant’è che Sandro e Benedetta, la quale si era persino finta morte (il delitto gratuito diventa una morte naturale gratuita), decidono di rivelare la verità a Dossi, il quale reagisce prendendoli a schiaffi (preannunciando lo schiaffo che suggella, dieci anni dopo, il fatidico incontro fra padre e figlio ne La luna di Bertolucci, film che chiude il cerchio di un decennio di lotta generazionale), per poi spararsi ormai consapevole del vuoto in cui si è riflessa la sua esistenza: «E così l’avreste fatto per le vostre idee? Anche lei lo ha fatto per le sue idee, per le sue convinzioni? Quanto deve odiarmi…». Amore/odio, per l’appunto.
Avrebbe meritato di più questo grande, misconosciuto, film di Franco Rossetti (regista irregolare, diplomato al Centro Sperimentale negli anni gloriosi in cui il migliore cinema di genere a venire sedeva su quei banchi, da Umberto Lenzi a Tonino Valerii, da Giuliano Carnimeo a Ernesto Gastaldi, quindi sceneggiatore di un autentico cult come Django di Sergio Corbucci e autore di un magistrale western, El Desperado – il più amato da Quentin Tarantino fra tutti gli spaghetti-western –, e di alcune commedie dai titoli insuperabili: Una cavalla tutta nuda, Quel movimento che mi piace tanto): di essere posto a confronto con Teorema e Porcile di Pasolini, con I cannibali di Liliana Cavani, con Ultimo tango a Parigi di Bertolucci, con il miglior cinema nato sulle ceneri del ’68, invece di essere sepolto negli archivi e riesumato nel 2006 in occasione della retrospettiva sui film della contestazione al Cinema Trevi di Roma, la sala della Cineteca Nazionale. E se tutto questo non bastasse, è il primo film a colori di Vittorio Storaro, il cui straordinario talento visivo si sprigiona fin dalle prime inquadrature nell’appartamento di Benedetta. Il trionfo del pop, con giochi di colori che valgono da soli la visione.
 

 

Lascia un commento