Donne e TV. Flavia Barca (IEM): ‘Troppi programmi che umiliano l’identità femminile’

 

Flavia Barca, direttrice dell’Istituto di Economia dei Media della Fondazione Rosselli, scrive in relazione all`appello di Gabriela Cims, sostenuto dalla campagna "Donne e TV" lanciata da Key4biz
                                                   di Flavia Barca
Perché aderisco all’appello della responsabile dell’Osservatorio Direttiva Servizi di Media Audiovisivi del Dipartimento Comunicazioni, Gabriella Cims?
Come la storia molto bene – e molto tristemente – ci insegna, sono innumerevoli, nel tempo, le situazioni di disagio nelle quali l’essere umano “si abitua” a vivere perdendo completamente la percezione di quanto la sua esistenza potrebbe essere migliore e migliorabile.
 
In parte si tratta di una condizione necessaria laddove ci permette di convivere con realtà difficili e pesanti. In parte è una nebbia sugli occhi che spesso, troppo spesso, ci dimentichiamo di avere.
 
Ecco credo che per lungo tempo, noi donne che viviamo in questo paese, abbiamo avuto una nebbia sugli occhi, così come il genere maschile che ci stava accanto, che ci ha impedito di VEDERE quanto l’identità del nostro sesso, quotidianamente, subisse una quantità innumerevole di piccole umiliazioni. Nella vita privata, sul lavoro, nei cartelloni appesi per strada, nelle immagini televisive. In qualche modo abbiamo rinunciato a tentar di correggere le zone d’ombra del ruolo femminile nella società, abbiamo smesso di chiederci cosa fosse sbagliato e perché fosse sbagliato. Abbiamo smesso di stupirci – o forse non ci siamo mai stupite – di fronte alle battute sessiste, alle donne ritratte in pose umilianti sui manifesti pubblicitari in giro per la città, alle volgarità di cui sono piene le trasmissioni televisive. Magari ci hanno infastidito, forse abbiamo fatto qualche commento in proposito con la persona che ci stava accanto in quel momento. Ma pochi sono stati, da tanti anni a questa parte – gli anni ottanta? – i tentativi organizzati di modificare questo stato di cose.
 

Qualcuno però, finalmente, ha alzato un dito e si è chiesto con veemenza se tutto questo fosse normale.

 
E in fondo ci vuole poco a togliere la nebbia dagli occhi. Per quanto mi riguarda la prima scossa, violenta, è arrivata con il video di Lorella ZanardoIl corpo delle donne”. Inizialmente confesso di aver avuto una reazione infastidita, perché le immagini che il documento mostra sono immagini molto forti, violente, difficili da digerire. E spesso è più facile negare che farsi mettere in discussione. Specie quando avviene l’effetto contrario rispetto alla “suspension of disbelief”, cioè un bisogno di identificare ciò che si è visto come qualcosa di irreale e lontano da noi, per evitare che ci tocchi troppo.
Però le immagini del video della Zanardo hanno continuato a lavorare dentro di me, come un tarlo. Avevano modificato la mia percezione, la mia soglia di dolore. Così la scatola televisiva è diventata un luogo ideale attraverso il quale cominciare a discutere sulle diversità di genere e di come le identità del maschile e del femminile sono RACCONTATE alla società. E come ben sappiamo la televisione è lo strumento di comunicazione che più di ogni altro ha una grande responsabilità in questo senso, quella pubblica in primis. Perché un paese che si vuole definire civile e democratico non può permettere che la metà dei suoi cittadini sia quotidianamente offesa e svalutata da un mezzo di comunicazione a così alta diffusione e impatto sulla popolazione, in particolare un mezzo al servizio dei cittadini e finanziato direttamente dai cittadini attraverso il canone.
 
La tv, purtroppo anche quella pubblica, ci riporta indietro di decenni, raccontando una donna che si è liberata ma solo per poter esprimere in modo autonomo il suo desiderio di essere dominata, che ha imparato a conoscere il suo corpo ma solo per utilizzarlo come oggetto del desiderio maschile, che ha acquisito potere ma solo per schiacciare altre donne e comunque non è mai un potere che proviene dall’autorità morale.
E invece vorrei vedere riflessi sullo schermo televisivo le mie difficoltà di donna, madre, moglie, figlia, e non donne irreali costrette a umiliarsi per poter raggiungere il loro attimo di celebrità.
Vorrei che la tv raccontasse il mondo che cambia, le modificazioni dei ruoli, del femminile e del maschile, ed i problemi e gli spaesamenti che ne derivano. La crisi del matrimonio, le famiglie allargate, l’omosessualità. Ma laddove la fiction inizia, piano piano, ad accogliere nuovi linguaggi, nuove problematiche, qualche elemento di riflessione e di dibattito, l’intrattenimento crede di doversi definire nella sua accezione più banale, retriva, come se – a differenza di quanto ci insegnano i paesi dell’Europa del Nord – intrattenere volesse dire far leva sulle pulsioni più basse e squalificanti dell’individuo umano, spesso per giunta maschile.
 
Sento che la riapertura di un dibattito sia dovuta per i nostri figli – io, ai miei, mi vergogno, troppo spesso, di mostrare la televisione. Mi vergogno come se fosse una mia colpa quando una donna viene appesa a un gancio come un prosciutto o viene apostrofata con chiare allusioni sessuali, perché ciò confligge con tutto ciò che ogni giorno, nel mio vissuto, cerco di insegnare loro, che hanno iniziato da poco ad apprendere i codici con i quali interpretare la realtà che li circonda. Perché il contenuto di moltissime immagini è offensivo della dignità mia e di chi mi sta intorno. E sento di dover questo a mia madre e a tutte quelle donne che da anni e da decenni hanno combattuto battaglie importantissime sulla loro pelle, ed oggi vedono liquidati anni di riflessioni e di scelte talvolta anche sofferte in poche battute di un programma televisivo.
 
Quindi grazie all’iniziativa di Gabriella Cims, che mi da l’opportunità di alzare un dito su un tema così delicato partendo da un luogo così strategico di riflessione comune. Perché forse la tv non sposta voti, ma stimola e sedimenta le piccole e grandi narrative che costituiscono il nostro immaginario, e questo è vero soprattutto per quelle persone che hanno meno strumenti per costruirsi narrative autonome. Farsi veicolo di buone pratiche è quindi un dovere sociale, che in particolare il servizio pubblico dovrebbe assumersi (altrimenti qui prodest un servizio pubblico?). A questo fine ci aspettiamo che il nuovo contratto di servizio recepisca le proposte contenute nell’appello, e torni ad essere una voce dalla quale la gente possa sentirsi di nuovo rappresentata. Laddove oggi, in un momento così difficile per il nostro Paese, di ostilità verso le istituzioni, di sfiducia nella cosa pubblica, è necessario trovare uno spazio, un locus, dal quale ripartire per mettere un poco di ordine. Non per le donne ma per tutta la società, che sul complicato ma vitale equilibrio di maschile e femminile, di donne e di uomini, si fonda.

 

 

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