HOME MOVIE | film domestici o fiction di se stessi?

di Valentina Leotta.

Home movie: materiali filmici privati, domestici, familiari. Comunemente detti “filmini di famiglia”.

Per decenni sono stati ignorati da storici e teorici del cinema perché considerati mal fatti, noiosi, privi di qualsiasi interesse. Oggi un numero sempre crescente di produzioni ascrivibili agli home movie trova spazio nelle programmazioni dei maggiori festival per poi approdare, in alcuni casi, ad un circuito più commerciale.

Conseguenza del sempre maggiore interesse del pubblico verso il privato, del diffuso e ormai sdoganato vouyerismo (dal vouyer clandestino al vouyer ufficiale)? O risultato della personalizzazione delle tecnologie di ripresa, sempre piu’ piccole e sempre piu’ accessibili e duque sempre piu’ diffuse? O, ancora, sintomo della crescita del desiderio di affermare la propria individualita’ e mostrare la propria identita’ specifica, il proprio sguardo sul mondo?

Le ipotesi potrebbero essere tante quante i punti di vista (contenutistico, formale, sociale, estetico…). Di certo il fenomeno sembrerebbe inserirsi in quel contesto di recente crescente attenzione verso il reale che ha fatto della “realta’” un genere, o meglio un super genere: dalla tv–realtà, al revival del documentario nelle sue varie forme, fino all’esaltazione dell’iperrealismo nei film d’animazione e, perche’ no, ai reality.

 

Gli home movie sono oggi film “non ufficiali” ma che tendono sempre di più a penetrare lo spazio pubblico del mondo contemporaneo.

Il riferimento, a questo proposito, è innanzitutto televisivo. Quasi ovunque, nel mondo, un numero sempre maggiore di film o video realizzati nell’ambito della famiglia viene trasmesso dalle tv sfruttandone la valenza di documento storico, sociologico, etnologico. Nei telegiornali o nei programmi d’inchiesta (dove vengono utilizzati spesso come elemento di prova), ma anche nelle trasmissioni d’intrattenimento, dove funzionano come vere e proprie comiche (cfr. Paperissima).

Il proliferare dell’uso pubblico di queste produzioni ha assunto ormai le dimensione di un vero e proprio fenomeno sociale. In questa sede non si intendono indagare le ragioni del suo svilupparsi, riconducibile, ad esempio, a problemi di contenimento dei costi (è molto meno caro per una rete televisiva pagare un documento ad un amatore piuttosto che inviare una troupe sul posto). Piuttosto si considerano d’interesse alcune caratteristiche dello spostamento dal contesto privato (di realizzazione) a quello pubblico (di fruizione).

Recentemente queste produzioni amatoriali hanno cominciato ad essere studiate anche a livello accademico, sul piano storico-sociologico e nelle loro caratterizzazioni teorico-estetiche.

Presso l’Université Sorbonne Nouvelle (Paris III) è attivo dal 1992 un gruppo di ricerche interdisciplinari, creato e diretto da Roger Odin, i cui lavori hanno condotto alla creazione della prima opera saggistica interamente dedicata al film di famiglia: Le film de famille. Usage prive’, usage public, pubblicato nel 1995. 

 

Per home movie Odin intende un film (o un video) realizzato da un membro di una famiglia, riguardante personaggi e avvenimenti legati in qualche modo alla storia di quella famiglia, e a uso privilegiato dei suoi componenti. Attenendosi a questa definizione, è chiaro che gli home movie sono produzioni private, realizzate per essere utilizzate a circuito chiuso da un gruppo ristretto di persone: i membri della famiglia. L’home movie è costituzionalmente legato al banale e al quotidiano, di conseguenza anche al fatto di non poter risultare interessante che per coloro che vi sono coinvolti. O perché direttamente filmati, o perché legati a coloro che sono stati ripresi (rapporti di consanguineità, amicizia o comunanza affettiva). Il destinatario del film di famiglia non può che essere qualcuno che in qualche modo vi partecipa e che durante la proiezione possa interagire con gli spettatori, spiegando o commentando.

D’altro canto, questi film non sono del tutto privati, in quanto non mostrano nulla della vita intima dei componenti di quella famiglia. L’home movie è per sua natura riservato ai momenti festivi e festosi dell’esperienza, o ai riti “istituzionali” della famiglia: nozze, vacanze, nascite, viaggi, ricorrenze. Mai scene di liti, di rimprovero, debolezze messe a nudo. Non si filmano lutti né conflitti. 

Gli home movie mostrano solo lieti eventi, non dicono nulla dei problemi, dei pensieri, delle riflessioni intime di ciascuno. Le loro immagini sono sempre euforiche. In nessun altro film si vedono tante persone ridere o sorridere come in questi.

Di fatto non esiste nulla di più impersonale e stereotipato di un home movie che, secondo Odin, sarebbe luogo di celebrazione della famiglia oltre che agente di consenso. Anche il tempo della visione risponderebbe, insomma, al bisogno di affermare (più che di verificare) la solidità dell’istituzione familiare. Coadiuvante al mantenimento di un certo ordine.

Gli individui ripresi, lungi dall’essere considerati singolarmente, quasi sempre non possono far altro che partecipare cercando di conformarsi alla presenza della macchina da presa, talvolta subendone l’invasività. A questo proposito Odin fa notare come in molti casi la realizzazione di un film domestico venga vissuta, da chi è filmato, come una vera e propria violazione della propria intimità, più che come momento di condivisione di una creazione familiare.

Uno studio specifico su questo tema è stato condotto anche da Laurence Allard, sociologo dei media e tra gli autori del progetto di Odin. Secondo Allard, l’operatore di un home movie tenderebbe oggi ad agire non in quanto membro dell’istituzione familiare, ma come “cineasta”, cercando di conformarsi “professionalmente” ai modelli cinematografici e televisivi. Il suo obiettivo è sempre di piu’ di realizzare immagini che possano passare in televisione o semplicemente essere viste come un vero e proprio film. Continua ovviamente a riprendere avvenimenti della vita familiare, ma cercando di cogliere situazioni ai limiti della gag, eventi spettacolari, talvolta concependoli egli stesso. Con vero e proprio spirito da regista, egli sceglie le inquadrature, suggerisce ai propri familiari le azioni da fare o le cose da dire.

Interessante, a questo proposito, il film Un attimo nella vita altrui di Jose Luis Lopez-Linares. Proiettato nella sezione “Nuovi Territori” del Festival di Venezia 2004, presenta un montaggio degli home movie girati tra gli anni Trenta e gli Ottanta da una facoltosa donna spagnola, amante del cinema e animata da evidenti ambizioni registiche. Il film è testimonianza del suo desiderio di mettere in scena la propria famiglia, costretta per decenni ad agire davanti alla cinepresa a passo ridotto come su un vero e proprio set. Paradigmatico il comportamento della donna nei confronti delle figlie, protagoniste privilegiate delle scene da lei ideate, indotte fin da piccolissime a recitare sé stesse davanti all’obiettivo della macchina da presa.

Quando si parla di home movie, dunque, ci si potrebbe trovare di fronte a casi di vera e propria “autofiction”, ovvero operazioni autobiografiche intermedie tra fiction e non-fiction, tra utilizzo di contesti reali e finzionalizzazione delle circostanze.

Sempre Odin, allora, suggerisce di chiamare “Ego produzioni” questi filmati realizzati da un membro della famiglia con intento da cineasta, considerandole in tutto e per tutto l’opposto del film domestico.

La prima differenza individuata da Odin risiede nel fatto che esse sono prodotte da un “Io”. Il regista di home movie non dovrebbe esprimersi a livello personale; se lo fa, se racconta una storia, se fa un discorso, il film non funziona più come home movie ma diventa il film di un membro della famiglia e, in quanto tale, inaccettabile per tutti gli altri componenti. Per mantenere la propria funzione, i film domestici dovrebbero esprimere il meno possibile un punto di vista individuale sulla vita della famiglia. Anche l’assenza di una costruzione narrativa diventa fondamentale, affinché ciascun membro della famiglia possa, a partire dalle immagini che il film gli propone, ricostruire la narrazione (più o meno fantasmatica) del proprio vissuto passato e della sua visione della famiglia. Perché un film mantenga il proprio statuto di home movie, dunque, è necessario che non vi sia alcun montaggio a posteriori, poiché nulla sarebbe più aggressivo nei confronti degli altri membri della famiglia: tagliare vorrebbe dire un po’ come amputare il corpo stesso degli altri componenti.

La seconda differenza risiede, sempre secondo Odin, nel fatto che le Ego produzioni non esitano a raccontare quello che il film domestico cercava in tutti i modi di allontanare: i conflitti familiari nei loro più intimi aspetti. Più in generale, queste produzioni non hanno alcuna reticenza a esporre le questioni più intime: confidenze e confessioni di ogni sorta fatte davanti alla macchina da presa, esplorazione minuziosa dei corpi, scene di sesso più o meno pornografiche, e così via.

La terza differenza tra home movie e Ego produzioni ci conduce nel cuore del tema dell’uso pubblico dell’immagine privata: le Ego produzioni nascono quasi sempre con l’esplicito intento di essere proiettate davanti a un pubblico, e non più nel ristretto ambito della famiglia. 

Un modo per affermare la propria volonta’ di punto di vista? Per sottrarsi al meccanismo in cui tutti sono parte di un’unica societa’ dell’immagine? Il conflitto (narrativo) tra pubblico e privato continua… 

Lascia un commento