Shutter Island. Noir Reload

                                                                      di Marco Chiani

Scorsese omaggia un passato fatto di trench e sigarette penzolanti, di oscuri segreti e piogge torrenziali |
Da oggi nei cinema

"Sono cresciuto con i noir del dopoguerra e il cinema dei tedeschi immigrati come Preminger e Lang, questo film si pone lungo la linea evolutiva di quei film e di quelli di Jacques Tourneur come Le catene della colpa", parola di Martin Scorsese. Anche se, presso i cinefili, non riscuote più il consenso di qualche anno fa, il regista di Toro scatenato in fatto di storia del cinema ha pochi eguali. Difatti è più un professore di filmologia che un cinefilo militante alla Tarantino, uno che preferisce far restaurare Scarpette rosse piuttosto che omaggiare la serie B italiana degli anni Settanta, un autore in definitiva che fa cinema attraverso il cinema, arrivando a dirigere gli attori sottoponendoli a continue visioni da cineforum. 

Shutter Island, la sua ultima fatica, racconta di una misteriosa sparizione, di un istituto mentale abbarbicato sulle montagne di un`isola in mezzo al mare, e dell`indagine di due poliziotti con trench e cappello in dotazione che devono venire a capo di un`intricatissima matassa. Basterebbero queste due righe per includere di diritto l`ultima pellicola di Scorsese nel mare magum di quei film che pescano a piene mani nella tradizione del glorioso noir. Più un sottofilone che un genere vero e proprio in realtà, per alcuni l`incontro tra il racconto gotico e il poliziesco – sia sufficiente pensare a La scala a chiocciola –, una tipologia in tutto ibrida che deriva, così come il giallo, il proprio nome da una serie di libri (la “Série noire” pubblicata da Gallimard). Se già il noir classico ha una definizione che sfugge alla certezza, figuriamoci cosa si può dire di quei film neo o post noir coi quali gli autori più disparati continuano a dilettarsi dagli anni Settanta in poi…

Il mistero del falco
e La fiamma del peccato, L`ombra del passato, Vertigine, Il postino suona sempre due volte, La città nuda, Strada scarlatta e Detour: storie di donne fatali e uomini prede del destino, di locali notturni e interminabili viaggi in macchina, di sigarette fumanti e fulminanti twist finali. Tutti questi film – così come gli altri mille che non abbiamo citato – hanno in comune, al di là del singolo valore di ognuno (un Tay Garnett non è certo un Fritz Lang), un mood che è solo loro, una tendenza visiva che finisce col diventare immagine totale del mondo. Perché il noir classico ha prima di tutto elaborato la propria estetica dell`espressionismo tedesco, con quella iconografia sbilenca a ribadire la non rettitudine della vita e quell`allucinazione fondativa poi passata all`horror americano e al racconto gotico in un parto gemellare che dal poliziesco affluisce e ugualmente diffluisce.

Se l`epoca d`oro del noir è quel ventennio scarso che da Il  mistero del falco (1941) arriva a L`infernale Quinlan (1958), le storie di torridi legami e loschi traffici derivate dai romanzi dei vari Hammett, Chandler e Cain, già dalla metà degli anni Settanta tornano in auge. Il primo lavoro degli Studios in questa direzione è mettere nelle mani di Roman Polanski, del resto immigrato come Preminger e Lang, la regia di Chinatown, probabilmente la prima vera e propria operazione cosciente di noir reload della storia del cinema, esercizio in bilico tra rivisitazione fedele alla tradizione, ma ugualmente figlia del tempo in cui è prodotta. Ma rifare un noir oggi, raccontare cioè una storia per mezzo dei più condivisi marchi di fabbrica di quel filone, non consiste semplicemente nell`utilizzo della voce off di un protagonista tenuto in scacco dal destino o nel proporre inquadrature con algide bionde coperte dal fumo della propria sigaretta. Per questo il contemporaneo James Ellroy, per molti l`erede più degno di Chandler e Cain, sporca di sesso e perversione le sue storie, rendendole più appetibili al pubblico contemporaneo: così Black Dahlia, portato sullo schermo con la consueta classe da DePalma, e L.A. Confidential, tradotto in immagini da Curtis Hanson. 

La messe di questa continua rivisitazione del noir arriva all`ultimo Scorsese attraverso le più varie tinte, da quella disincantata di due maestri come Robert Altman e Arthur Penn, che firmano Il lungo addio e Bersaglio di notte, ai fratelli Coen: dal primo Blood Simple fino a Non è un paese per vecchi passando per L`uomo che non c`era, tutto il loro cinema sembra un continuo omaggio a La fiamma del peccato e a Il grande sonno. Virato nella fantascienza (Blade Runner di Ridley Scott) o nell`horror (L`elemento del crimine di Lars von Trier), il post noir sporca le filmografie di Stephen Frears (Rischiose abitudini), Steven Soderbergh (Delitti e segreti) e Christopher Nolan (Insomnia), fino ad arrivare al cupo ritratto famigliare di American Beauty di Sam Mendes e all`insospettabile Woody Allen, che con March Point rende chiarissimo il legame tra questo oscuro mondo e i meccanismi della tragedia greca.  

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