Un`Alice per tutte le stagioni. Burton e gli altri

Alice in Wonderland | Un fantastico mondo senza meraviglie…

                                                         di Alice Gussoni                                                    
 
Ore 14:45, lo spettacolo sta per iniziare. Nella sala anche gli spot pubblicitari che precedono il film si adeguano e sfoggiano colori sgargianti ed effetti 3D. Non ho pensato a mettere le lenti a contatto, così mi ritrovo a indossare con un po’ di impaccio gli occhiali 3D sopra i miei per potermi godere la pellicola, che altrimenti risulterebbe sfocata e inguardabile. Ed ecco che dopo soli 20 minuti di trailer e pubblicità varie il nuovo attesissimo film di Tim Burton “Alice in Wonderland” prende vita sullo schermo…Da subito mi rendo conto che l’inizio non è quello di “Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll, né di Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, il seguito del primo romanzo, ma piuttosto un immaginario punto intermedio, dove la protagonista ha ormai 19 anni e non ricorda più il suo precedente viaggio nel paese di Underworld. La cosa non mi sorprende affatto, in fondo ognuno dei precedenti interpreti di questa novella si è preso la libertà di reinventarla a proprio piacere. Il risultato è sempre nuovo, ogni volta che si guarda questo film è come se fosse la prima volta.

Tim Burton quindi, dopo l’iniziale licenza poetica, fa cadere Alice nel noto buco, attraverso il quale si ritrova nella ben nota sala delle porte con una pozione allungante e una torta accorciante.

L’effetto aggiunto dal 3D è fantastico, anche se non si può non notare come la fotografia ne venga irrimediabilmente compromessa. In breve tempo il film ci trascina in un’ambientazione meravigliosa che da sé forse varrebbe la visione del film, ma quando la storia comincia a prendere corpo, man mano che si svelano i vari personaggi, comincio a sentire un certo disagio, fino all’incontro con il mitico Cappellaio Mattto-Johnny Depp. A questo punto, nel bel mezzo della scena del tea party, quando aspetto con tutto il cuore la delirante canzonetta di “Buon non compleanno”, emblema del nonsense infantile, spunta fuori un oracolum dove è segnato il destino di Alice. La delusione è profonda: ma come, mi chiedo, scappa dal monto reale perché troppo formale e borghese e si ritrova con un destino già bell’e pronto senza possibilità di scelta proprio qui, nel Paese delle Meraviglie? Dov’è finita l’anarchia visionaria del romanzo originale? E l’anticonformismo onirico e grottesco di Burton, capace di rendere i mostri più amabili delle così dette persone normali?

La trama quindi prosegue strattonando lo spettatore fra la volontà di sorprenderlo e la capacità di risultare banale. L’antagonismo tra la rossa regina di cuori Helena Bonham Carter e l’efebica regina bianca Anne Hataway, è senza scintille e tutto sommato alla fine propendo per il testone della regina rossa, che almeno è cattiva e con tutte le ragioni di esserlo. Johnny Depp, nonostante il trucco da Cappellaio Matto che da solo cerca di esprimere la follia del personaggio, è troppo simile nei suoi tic nervosi al cioccolataio Willy Wonka e risulta molto più dentro le righe di quanto non lo sia la stessa Alice, interpretata da Mia Wasikowska, che d’altronde sembra smarrita nel ruolo che il personaggio le impone. La petulante bimbetta che nella versione originale vorrebbe riordinare ogni cosa assurda che le capita lungo il cammino, qui invece sembra essere l’unica a cercare una via di fuga alla monotonia di un sistema conformista e prevedibile.

Infine, senza voler dare una stroncatura totale alla prova del maestro Burton, anche la colonna sonora realizzata dal suo storico partner Danny Elfman risulta piatta e a tratti addirittura irritante, come quando sui titoli di coda irrompe ululante le vocetta stridula di Avril Lavigne.

Si potrebbe incolpare la produzione Disney per questo mancato capolavoro che aveva tutti i presupposti di riuscire, ma guardando la sua precedente versione a cartoni animati del 1951 si deve riconoscere come invece questo sia un caposaldo per l’infanzia, carico di significato e intriso di delirante fantasia onirica.

Ad oggi si contano ben 17 trasposizioni cinematografiche del romanzo, che alla vetusta età di 145 anni riesce ancora a far sognare intere generazioni, senza contare le altrettante numerose versioni più ufficiose, fra le quali è d’obbligo citare il curatissimo porno-musical“Alice in Wonderland: A Musical Porno” (1976) di Bud Townsend. In questa versione poco ortodossa il film si prende il compito di mostrare l’educazione sessuale di una fanciulla, Alice,  che pudica al limite dell’anedonia scappa di fronte alle avances del fidanzato e cade in un buco, un topos a cui nemmeno gli interpreti più innovativi hanno mai saputo rinunciare. Da quel momento in poi attraverserà mille peripezie in un mondo psichedelico popolato da figli dei fiori che la convincono a lasciarsi andare con canti balle e “tanto amore”, fino al raggiungimento della sua piena maturità sessuale.

Un’altra storica versione di Alice, che appartiene al genio visionario a cui si ispira apertamente proprio Tim Burton in tutti i suoi film di animazione, è quella realizzata da Jan Švankmajer, titolo originale Něco z Alenky (1988). L’intero lungometraggio è frutto di una tecnica mista, dove tutti gli effetti speciali e i personaggi fantastici vengono realizzati animando in stop-motion animali impagliati, utensili da cucina, coltelli, forbici e oggetti vari uniti in strane forme. Ad esempio il Brucaliffo è un calzino che si trova in un cesto da cucito a cui si uniscono una dentiera e degli occhi di vetro, mentre il Bianconiglio è un coniglio impagliato che, strappatosi i chiodi con i denti dalle zampette, fugge via dalla teca di vetro dove si trovava perdendo continuamente segatura da uno squarcio sul torace. Le visioni disturbanti che propone Švankmajer, nonostante l’inquietante senso di solitudine e decadenza che trasmettono, sono affascinati proprio per la semplicità degli elementi che le compongono e svelano la poesia che si cela dietro l’apparente normalità degli oggetti. Per questo può essere considerato il maestro di tanti registi contemporanei, da Tim Burton  a Terry Gilliam fino ad arrivare a Michel Gondry.

Si potrebbe continuare citando tutti gli artisti che il romanzo di Carroll ha saputo ispirare nel corso degli anni, contando anche i numerosi musicisti che da esso hanno attinto per le liriche delle loro canzoni, Jefferson Airplane in testa con Follow the White Rabbit, fino ad arrivare a Marylin Manson, che proprio di questi tempi si sta cimentando nella sua prima opera cinematografica “Phantasmagoria” sulla vita di Lewis Carroll.

Insomma un vero pozzo senza fondo da cui in tantissimi hanno saputo attingere nuovi spunti per la creazione di mondi fantastici e fantasmagorici.

Peccato quindi che questo matrimonio così tanto atteso tra Tim e Alice non sia andato nel migliore nei modi, nell’attesa che il nostro beniamino torni a farci sognare con i suoi mostruosi incantevoli personaggi, metto su il dvd di Beetlejuice e aspetto fiduciosa.

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