Invictus | Il placcatore Clint

L’invincibile anima di Mandela | La nuova meta del cowboy biondo di Leone alla regia 

E’ un placcaggio armonioso e veramente corale quello che provoca sullo spettatore “Invictus”, il nuovo film di Clint Eastwood. Dal 24 febbraio nelle sale italiane, il lungometraggio è una trasposizione cinematografica del romanzo “Ama il tuo nemico” di John Carlin sulla terza edizione del Word Cup di Rugby, che si tenne in Sud Africa all’indomani delle elezioni presidenziali di Nelson Mandela.
Nella prima parte del film si alternano scene di finzione a scene di reportage sulla storia del Sud Africa e sulla politica segregazionista: dalla scarcerazione nel 1990 di Madiba, alla sua elezione nel 1994 a primo presidente nero del Sud Africa, agli scontri di piazza fino alle strategie politiche per eliminare sostanzialmente l’apartheid nella Nazione e realizzare una Nazione Arcobaleno rispondendo e alle aspirazioni dei neri – “placcando” la loro sete di vendetta – e alle paure dei bianchi.
L’oggetto di valore, cui Mandela, protagonista del film, vuole congiungersi e far ricongiungere tutto il suo popolo è proprio la riconciliazione della Nazione: scopo che raggiungerà grazie ad attanti che, infatuati dal carisma del Madiba, si trasformeranno da opponenti ( i bianchi, i leader del partito anti-apartheid, i neri che seguivano il calcio e nelle partite di rugby tifavano contro gli Springboks, la scorta di Mandela ) ad aiutanti. Ed attanti-aiutanti per eccellenza saranno proprio i giocatori della squadra Springbok e del suo bianco capitano François Pienaar che, in occasione della finale di rugby, nello stadio Ellis Park di Johannesburg, andranno a sconfiggere ai tempi supplementari i temuti e invicibili All Blacks della Nuova Zelanda sfidando anche la loro galvanizzante danza di guerra maori con il sostegno e l’euforia di tutta la nazione sudafricana.
E la figura del Madiba, interpretata dal brillante Morgan Freman, coproduttore del film e già apparso in un film di Eastwood – è l’allenatore di boxe in “The Million Dollar Baby”, ricorda in alcune scene ( l’arrivo nello stadio, il sostegno alla squadra durante gli allenamenti, la visione delle partite e il tifo nello stadio durante la finale ) quella di Sandro Pertini ai Mondiali di Calcio del 1982 e quella recente di Obama, nelle vesti di telecronista, in una partita di basket americano.
Dopo “The Million Dollar Baby” e “Gran Torino” Clint Eastwood, ( il regista appare anche in una sequenza finale nelle vesti di irriducibile tifoso del Sud Africa dopo la meta che decreta il pareggio per il Sud Africa e l’approdo ai tempi supplementari ), che l’immaginario collettivo cinematografico, come giustamente in articolo su “la Repubblica” fa notare Roberto Saviano, associa al gringo con il cappello o con la pistola, utilizza il linguaggio cinematografico, ma soprattutto quello sportivo e competitivo per diffondere messaggi pacifisti e non violenti.
Sebbene lo sport nella prima parte del film sia un ulteriore elemento di segregazione ( emblematica una delle prime scene iniziali dove la strada separa due campi sportivi: da una parte i neri poveri che giocano a calcio e dall’altra i bianchi che giocano a rugby), sarà poi proprio lo sport a unire un popolo. Nel calcolo politico di Mandela, oltre a risolvere i problemi economici, come la povertà e il lavoro, la piena sostanziale eliminazione dell’apartheid si realizza anche nel fidealizzare tutta la Nazione ad una squadra di Rugby che aveva prima di allora rappresentato, con i colori verde-oro, l’emblema e il nome, proprio l’apartheid.
Clint ha utilizzato il linguaggio di due sport, come il pugilato e il rubgy, che al di là dell’apparente violenza, sono proprio rappresentativi di una sana passione sportiva e rispetto dell’avversario durante e al termine dell’incontro sportivo.
Un ottimo messaggio per i futuri Mondiali di Calcio che si svolgeranno proprio nel Sud Africa.

 

 

 

 

<< Il rugby è solo un calcolo politico? Umano >>

Lascia un commento