“La guerra di Internet. Pirati all`assalto”

La guerra di Internet. Pirati all’assalto | Da Il Fatto Quotidiano del 10 marzo 2010

L’un contro l’altro armato. Niente paura: non parleremo di Alessandro Manzoni, né dei due secoli attraversati da Napoleone e da una serie di guerre senza fine. Qui è in ballo una battaglia devastante di cui pochi si sono resi conto. La guerra è quella che vede in armi da una parte il popolo del web e dall’altra editori, discografici, produttori cinematografici, autori, scrittori, musicisti e simili. Le prime avvisaglie risalgono all’offensiva mossa in Svezia lo scorso anno contro i ragazzi di Pirate Bay, il sito di downloading  più cliccato dai “pirati” di tutto il mondo: 25 milioni l’ultimo anno. I pirati non sono più i soliti smanettoni minorenni, ma adesso anche gli adulti, gli anziani e persino le casalinghe. Si dimostrano ben più temibili dei pirati che assaltano petroliere e navi da trasporto. Questi si accontentano di chiedere un riscatto in denaro. Gli altri invece non chiedono niente, non vogliono soldi, neppure un centesimo. Quello che provano è un piacere indescrivibile a scaricare in rete canzoni, film, articoli di giornali, interi libri e qualsiasi cosa abbia sembianza di contenuto. Se sentono una canzone che gli piace, la mettono in rete. Perché non farla ascoltare anche agli amici e agli amici degli amici? Se vanno al cinema e vedono un bel film, perché non farlo vedere anche a chi magari al cinema non va mai? Se leggono un buon articolo, perché non farlo leggere gratis a tutti. Gratis, ecco la parola magica che sta all’origine della guerra. Se ti metto in rete non devi pretendere di essere pagato. E’ il credo dei pirati e in nome di  tale credo sono pronti ad andare in galera. Il downloading è un gioco da bambini: basta cliccare un sito tipo megavideo.com (con sede a Hong Kong), o duckload.com, film gratis.tv, guardafilm.net… e in un secondo sai dove scaricare quanto cerchi. I giovani redattori di cinemonitor.it, il portale della Sapienza Università di Roma che dirigo, stanno conducendo un’inchiesta sul pirataggio tra i teenager in Italia. Quanti sono? La verità è inquietante: il 100 per 100! Perché lo fai? La risposta unanime è molto semplice: se una cosa è in rete, vuol dire che si può scaricare. Non sono solo i ragazzi a praticare questa religione, sono anche gli insegnanti che alzano le mani e giustificano gli allievi con altrettanto candore: se una canzone o un film sono reperibili sul web perché non dovrebbero prenderseli? Che ne sanno i ragazzi del copyright, del diritto d’autore, del danno che  tali pratiche creano ad autori e produttori? E poi chi ha detto che anche gli autori non siano d’accordo? Molti cantanti, furbi come il diavolo, pur di non perdere il consenso dei fans, si sono schierati dalla loro parte. Scaricate pure, hanno dichiarato le rockstar, da Robbie Williams ai mitici Radiohead. Se venderemo meno cd, ci rifaremo con i concerti. Del resto perché scandalizzarci se ha ammesso di scaricare gratis brani musicali anche l’attuale ministro degli interni, quel Maroni chiamato a guidare la repressione contro il pirataggio made in Italy. Chissà come farà. Sin qui abbiamo parlato di princìpi , ma è solo fumo. L’arrosto è ben altro. Si calcola che nel 2009 la pirateria abbia prodotto nei paesi del G20 danni per 100 miliardi di euro, causando in Europa la perdita di 2,5 milioni di posti di lavoro. In Italia solo in campo musicale fa danni  pari a 300 milioni di euro l’anno. Sempre in Italia negli ultimi 20 mesi hanno chiuso oltre 1000 videoshop. Vallo spiegare al personale licenziato e ai commercianti falliti che gli scaricatori non hanno intenti  punitivi! La realtà è che la loro azione ha mandato sul lastrico migliaia di persone che quando sentono la parola downloading mettono mano alla pistola. Che il problema sia all’ordine del giorno lo prova il dibattito sul copyright che agita la Francia. Lì non è la crisi economica o il calo di popolarità di Sarkozy a occupare quotidianamente  i media nazionali, ma proprio la battaglia per la salvaguardia del diritto d’autore. All’inizio dell’anno, dopo una serie di sconfitte parlamentari, Sarkozy è riuscito a fare approvare una legge, la Hadopi, che protegge il copyright con una volontà repressiva micidiale. Da oggi chi è scoperto a scaricare illegalmente tre volte di seguito anche solo una canzonetta viene “staccato” dalla rete. Hanno protestato le sinistre, ma poco convinte e solo per opportunismo elettorale, così alla fine ha prevalso il pugno di ferro. Il tema della libertà di circolazione delle idee sul web è piuttosto controverso. Hillary Clinton ha preso posizione contro la censura del governo cinese (e anche contro il governo italiano per la recente multa al video-shock di  Google), ma quando in America qualcuno fa circolare in rete contenuti protetti il governo manda nientemeno che l’FBI. I governi dunque si sono schierati a fianco del diritto d’autore e i grandi editori non sono da meno. Rupert Murdoch ha dichiarato che il suo impero metterà in rete solo notizie a pagamento. Gli ha fatto eco De Benedetti, che ha proposto la stessa cosa. Idem ha fatto il New York Times. Jimmy Wales, il cofondatore di Wikipedia, ha decretato che vendere notizie sul web è pura follia. E difatti chi ci ha provato ha fatto flop e già sta pensando di tornare alla gratuità. I cadaveri lasciati sul terreno sono ormai troppi. Basti pensare che con una sentenza durissima i ragazzi di Pirate Bay sono stati condannati al carcere. La loro condanna anziché diminuirne la popolarità l’ha portata alle stelle: si sono presentati alle elezioni europee e hanno raccolto il 7,4% di voti, un’enormità. Appena arrivato in parlamento il partito dell’europirataggio ha giurato fedeltà al proprio credo, da diffondere ovunque al pari del vangelo. Alla nuova offensiva, da noi ha risposto una sentenza della Corte di cassazione che sancisce l’obbligatorietà di condannare non solo gli utenti ma gli stessi siti che ospitano materiali protetti dal diritto d’autore. Di fronte a una battaglia ormai cruenta urge l’intervento di un paciere. Ci sta provando Creative Commons, l’organizzazione non profit messa in piedi per legalizzare il copyright sul web col consenso degli aventi diritto. Ma i pirati hanno fatto sapere che i termini legalizzare e consenso devono scomparire da internet. Dunque la guerra continua
 

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