Il Profeta | Uno sguardo oltre le sbarre

Nelle sale da venerdì | Il profeta – Uccidi o sarai ucciso

Il carcere come un microcosmo in cui si scatenano dinamiche ancestrali, una babele di lingue e di voci, etnie e religioni. Metafora della Francia di oggi. Candidato all`Oscar come miglior film straniero, Gran Premio della Giuria a Cannes, trionfatore ai César, regia di Jacques Audiard, “Il Profeta” si snoda sulla scia de “La Haine” (L`odio) di Matthieu Kassovitz. Ma è anche pellicola di genere carcerario e di formazione.




Condannato a sei anni di prigione, il diciannovenne arabo Malik El Djebena non sa né leggere né scrivere. Più giovane e fragile rispetto agli altri, viene preso di mira dal boss della mala còrsa che detta legge nel carcere. E` così obbligato a svolgere dei lavori sporchi, che lo rafforzano e gli meritano la fiducia del capo. Coraggioso, impara alla svelta e la sua mente lavora frenetica, ha un piano segreto…

Niels Arestrup è il còrso César, Tahar Rahim è Malik, delicato e faccia d`angelo. Non sono padre e figlio ma padrone e schiavo, uno ordina e l`altro esegue.

L`uomo è un padrino della criminalità, un duro senza nessuna tenerezza. Il suo volto quasi un archetipo che rimanda ai miti greci.

Il ragazzo è diviso fra due mondi – i còrsi lo considerano un arabo e gli arabi un còrso – in realtà non appartiene a niente e a nessuno. Non ha radici. E` un giovane senza storia: la scrive pian piano davanti ai nostri occhi. Ma invece di restare schiacciato dal peso delle sue vicissitudini, rompe gli schemi e riesce a liberarsi. E` un eroe oscuro che va verso la sua redenzione, un “profeta” perché il suo sguardo chiuso dietro le sbarre vede oltre. La sua padronanza delle lingue parlate nella prigione ne fa un essere superiore.

Un cinema, quello francese, che ha il coraggio di mostrarci una realtà senza finzioni, cruda e dura ma con un barlume di speranza.

Francesca Bani

 

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