Una Regione per amico

Una Regione per amico  | Editoriale

di Roberto Faenza 
 

Quando sento parlare di cultura, metto mano alla pistola. La frase è attribuita a Joseph Paul Goebbels, che pure si era laureato in filosofia nella prestigiosa università di Heidelberg. Nonostante il dichiarato disprezzo verso la  cultura, diventò il potente ministro delle propaganda sotto Hitler, nonché numero due della furia nazista. Proprio in quanto nemico della cultura, dunque potremmo dire per merito, gli venne delegato il potere di vita e di morte su stampa, radio, cinema, radio, sport e se ci fosse stata anche sulla televisione. Vengono in mente certi nostri ministri che, in quanto persone informate dei fatti e notoriamente colte, fanno di tutto per lasciare il paese senza barlume di conoscenza. Insomma, se hai in odio qualcosa, avrai in premio potertene occupare. I paragoni col passato non vanno mai fatti, ma alcuni dati sono incontrovertibili. E’ un dato che il nostro ministro dei Beni culturali, che è anche un raffinato poeta, propone un giorno sì e l’altro anche di togliere i fondi a chi si occupa di prodotti culturali. Abbiamo una ministra della Istruzione, Università e Ricerca che ha proposto "il rilancio della cultura tecnica e professionale”, parole sue, attraverso la privazione di risorse umane e finanziarie nella scuola e nella università. Vantiamo un ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione che dà letteralmente di matto quando gli parlano di Fondo Unico per lo Spettacolo o di nuove opportunità per l’impiego giovanile. Abbiamo un management del servizio radiotelevisivo pubblico, che dovrebbe essere la massima agenzia di diffusione del sapere, che quando è tempo di tornate elettorali, invece di moltiplicare i programmi informativi di modo che gli elettori ne sappiamo di più, ordina di azzerarli tutti. Infine sappiamo di un ministro dell’Economia e delle Finanze, che quando un collega di governo si presenta per ottenere finanziamenti congrui lo mette alla porta minacciando di prenderlo a calci nel sedere. E poiché ancora siamo in periodo di crisi e qualcosa bisogna pur ridurre, i primi tagli vanno naturalmente verso il mondo della cultura. Tutto ciò in nome di un trauma primordiale, ovvero che quel mondo sia popolato prevalentemente da gente di sinistra, o peggio da neo e postcomunisti. L’aspetto più deteriore di questo disprezzo collettivo risiede nella colpa di non capire che nel mondo in cui viviamo, fatto  prevalentemente di produzione immateriale, il motore di sviluppo della società risiede proprio nella moltiplicazione dei beni della conoscenza. In odio a tutto ciò, si chiudono scuole e asili, si manda in tilt la ricerca scientifica, si umilia l’università, si fanno fallire i teatri, si sguarniscono le biblioteche, si dimezza la produzione cinematografica. Quando un paese è in crisi, l’economia non si risolleva concedendo prestiti speciali alle banche, che poi si sa che uso ne fanno, ma investendo sul domani, coltivando la scuola, la ricerca, l’università. Non  a caso la nozione di cultura deriva dal verbo latino che significa appunto coltivare. Giova al potere una popolazione mentalmente banalizzata, disponibile al letargo, salvo gioire per le avventure artificialmente costruite da isolani pseudofamosi o per le adunate sul ring delle emozioni, diventate il pane quotidiano della tv pubblica. E’ lì che vengono pagati a suon di bigliettoni pool di cervelli specializzati nelle idiozie più sublimi. Diciamoci la verità: viviamo in un paese dove lo stato la mattina spende milioni per cercare di educare i giovani e il pomeriggio ne spende ancora di più per diseducarli davanti al televisore. Gli antichi romani avevano Ovidio e Cicerone, noi abbiamo Maria de Filippi e Simona Ventura. Vogliamo fare un esempio? Bene, lo stato in Francia nel 2009 solo per la cultura dell’audiovisivo ha speso circa 1.500 milioni di euro, contro un misero quinto investito in Italia. Se poi incrociamo i dati del confronto con gli altri paesi europei su quanto spendiamo per la ricerca scendiamo agli ultimi gradini, in compagnia della Grecia in bancarotta. Tutto ciò ha un’origine precisa: privatizzare tutto, togliendo allo stato l’onere dell’investimento pubblico nei territori del sapere. Che poi vuol dire far perdere il lavoro a decine di migliaia di persone, in primis giovani. Per fortuna non tutte le istituzioni rispondono allo stesso modo. E se il potere centrale tende a defilarsi, da qualche parte il potere locale cerca invece di impegnare nuove risorse e nuove progettualità. Sta a vedere che ha ragione il vituperato Bossi, di recente divenuto sorprendentemente saggio e paziente, quando auspica decentramento e federalismo per supplire al vuoto di presenza dello stato. Le più virtuose in tal senso non sono però le regioni leghiste, non il Veneto e neppure la ricca Lombardia. Virtuoso è invece il Lazio, che con una politica innovativa negli ultimi anni ha investito nella cultura più di ogni altro regione. Forte del dato che in questa regione la prima industria è quella dell’informazione, con 2237 imprese e un fatturato che sfiora i 7 miliardi di euro l’anno. Il 23% delle imprese audiovisive italiane ha sede in questa regione, con un incremento di soggetti del 32,5% negli ultimi anni. Vi lavora il 27% degli occupati italiani del settore, di cui 48.500 a tempo pieno. L’assessorato preposto al settore è stato sinora guidato da una donna, l’assessore Giulia Rodano, ha dato prova di lungimiranza. Basta scorrere l’agenda delle cose fatte per convincersi che è questa la strada da percorrere come antidoto alla tossicità dei provvedimenti governativi. Nel Lazio, la cultura viene definita “il nostro petrolio” ed è intesa come un bene prioritario, tale da trasformarsi in elemento essenziale per la coesione sociale e la crescita economica. In questa regione il patrimonio culturale è probabilmente il più importante al mondo. Si tratta di incentivare e rafforzare la più imponente concentrazione del paese per numero di imprese, dalle biblioteche al teatro al cinema all’informatica all’industria dei videogiochi alla televisione. E’ questo il volano principale per decine di migliaia di officine giovanili, scuole, centri sociali, accademie, associazioni. Con tali finalità è stato varato un “piano straordinario per l’occupazione intellettuale”. Si tratta di una serie di bandi, il cui finanziamento si rivolge alle piccole imprese e a tantissimi giovani di talento in cerca di lavoro. Particolare attenzione viene data alle infrastrutture culturali e alla rete, proprio mentre il governo sta pensando all’istituzione di un cyber poliziotto che dovrebbe proteggerci dal web! Se la prossima settimana diventerà governatore Emma Bonino si proseguirà su questa via. Al contrario, seguendo le dichiarazioni della rivale Polverini, la parola cultura appare rimossa da ogni promessa elettorale. Certo l’ex sindacalista non metterà mano alla pistola, ma la rimozione è sintomo di un reiterato errore: che si tratti non di un bene essenziale ma soltanto di un vocabolo caro ai comunisti.

 

Di Roberto Faenza
da Il Fatto Quotidiano
 

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