Simon Konianski | Alla ricerca delle proprie radici




Simon Konianski (Jonathan Zaccaï) è quello che in Italia chiameremmo un bamboccione: 35 anni, un matrimonio fallito alle spalle con una goyeh (una donna gentile, la famiglia Konianski è ebrea), di professione danzatrice, e molto disinibita. Torna a vivere con l’anziano padre (lo straordinario Popeck), sopravvissuto ai campi di sterminio. Trascorre le sue giornate tra letto, poltrona e Tv, immaginando di soffrire mille malattie, quando non passa il tempo con il figlioletto, imbranato e occhialuto come lui.

Simon ha un rapporto conflittuale con il suo essere ebreo, indossa sempre una felpa con su scritto Baghdad perché si considera filo-arabo. Non accetta che il padre e lo zio vivano perennemente ripiegati sui loro ricordi di guerra. Ma l’improvvisa scomparsa del padre, e il suo desiderio di essere sepolto in Ucraina, metterà in crisi tutta la sua esistenza.

Si sviluppa così la parte on the road della pellicola. Simon e il figlio intraprenderanno uno sgangherato e comico viaggio, con bara al seguito, alla ricerca del luogo di origine della loro famiglia. Nel finale arriverà per tutti la presa di coscienza di ciò che il passato è stato.

Presentata al Festival Internazionale del Film di Roma. Divertente e ironica, condita di humor nero, ma anche commovente, questa pellicola del giovane belga Micha Wald convince, inserendosi nel filone delle tante e più celebri varianti sul tema. Da “Ogni cosa è illuminata” a “La vita è bella” da “Il bambino con il pigiama a righe” a “Train de vie” nei quali si intrecciano gioco e infanzia, umorismo e dramma, frammenti di quell’immane e oscura tragedia che è stata la Shoah.

Francesca Bani



  

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