Dal cinema muto al dialogo senza suono

Dal cinema muto al dialogo senza suono

 

Si sa, il silenzio è prezioso…spesso dice più di ogni altra cosa. Il cinema delle immagini, per circa trent’anni, col suo “mutismo sonoro” ha comunicato egregiamente un mondo visibile anche ad una società più cieca e più sorda. Ma l’esperienza percettiva della comunicazione del cinema muto è davvero così superata per la generazione d’oggi?
Tra storia e progresso tecnologico, coincidenza vuole che nel periodo storico in cui dittature mondiali tolgono la voce alla ribellione repressa, sia il “silenzio” cinematografico a filmare un’epoca rivoluzionaria nonché refrattaria. E’ l’immagine in bianco e nero, l’espressione incoercibile degli sguardi, l’imprevedibilità macchinosa dei gesti e dei corpi in movimento, che infrange tutto quel sapere di retroscena vissuto nelle fabbriche, nel malessere sociale, nella politica del potere.
Un cinema dove le parole non trovano spazio, il linguaggio diviene un’esperienza didascalica, sintetizzata. Il mondo ci appare nella sua immanenza. Il gesto inizia dove finisce la parola e lo spettatore si perde in quella magia tipica del sogno , dove tutto scorre seguendo sequenze di visioni evocative nell’assoluto silenzio.
Dunque, le parole non trovano spazio e si perdono nell’immaginario, nell’universo senza tempo.
Le forme di comunicazione silenziose del cinema muto ci riportano inevitabilmente ad analizzare quelle scarne e riduttive del mondo Web.
Sebbene lontani anni luce dal mettere a confronto questi due modi di percezione comunicativa, non passa inosservata anche nella comunicazione contemporanea quella tendenza a privilegiare l’elemento del silenzio. Alla nostra domanda iniziale se il cinema muto è ormai visto dai giovani come un oggetto distante, la risposta per certi aspetti sembrerebbe proprio di si.
I più giovani non con conoscono i primi passi dell’arte cinematografica. Tutt’al più sono ben disposti a sorridere davanti le scenette comiche di Mr.Bean e non ignorano l’esistenza di un certo Charlie Chaplin, icona del bianco e nero, del suo famoso baffetto alla Hitler e di quel bastone ruotato nella mano durante la sua camminata buffa. Oltre all’immaginario collettivo di questo personaggio, la maggior parte dei ragazzi finisce per scambiare “Tempi moderni” con il nome di un settimanale e “Luci della città” con un nuovo programma televisivo! Questo perché purtroppo non hanno mai avuto modo di entrare in quelle ormai rare sale cinematografiche (presenti soprattutto nelle metropoli) adibite alla proiezione di film muti. La fruizione di quei film oggi, grazie alla copia restaurata, è senza dubbio un’esperienza unica e indimenticabile. Lo spettatore in questa occasione non è seduto più in un Cinema ma riscopre il Cinematografo: viene coinvolto dalla proiezione visiva mentre dei musicisti in sala accompagnano con la musica i colpi di scena, gli stati d’animo degli attori, creano l’ambiente in cui si svolge l’azione. Insomma ci si trova immersi tra passato e presente in un’atmosfera partecipativa.
L`uomo, nelle sue forme artistiche, ha da sempre cercato di congelare l`attimo attraverso la pittura, la scultura e la fotografia in un gioco spazio-temporale.
A distanza di un secolo, le circostanze del progresso tecnologico ci riconducono consapevolmente ad annullare gli spazi e velocizzare il tempo dei movimenti sino a scioglierlo nel suo attimo. Dagli anni ’60 ad oggi, il cinema muto è ritornato in modo sotterraneo. Alcuni registi eliminano le parole per dare spazio ai rumori e descrivere col sonoro dettagli di risvolti e cambiamenti sociali. Arrestano la voce delle parole per far ascoltare il mondo moderno: il rumore del materiale plastico delle sedie, lo scorrere delle dita sulla tastiera di un computer, porte che si aprono e si chiudono in una costante assenza – presenza fugace di lavoratori succubi di una vita frenetica e asettica. E’ interessante approfondire come il silenzio tanto amato dai registi degli anni ’20 sia un elemento così presente nei modi di comunicare cui fanno sempre più riferimento i giovani.
L’esperienza comunicativa della new generation sfocia nelle forme internettiane, la chat per eccellenza. La chat è quella forma di comunicare con l’altro in tempo reale attraverso la video-scrittura. Un linguaggio scritto fatto di abbreviazioni, di sintesi del pensiero, di fugacità delle nostre intenzioni e delle nostre espressioni. Un continuo parlare, comunicare restando muti, in silenzio. Ci si avvale di numerosi piccoli segni adatti ad esprimere graficamente l’emozione del momento. Il senso della vista si accontenta di percepire scritte che scorrono mantenendo una distanza fantasmagorica con chi sta comunicando con noi.
Il silenzio del cinema muto è una forma alta di comunicazione, è un non silenzio perché lascia spazio alla mimica, ai movimenti del corpo, ai sorrisi e lacrime che scendono su visi in primo piano, ed arriva a comunicare appieno una situazione o un disagio. Il silenzio della chat è di per sé un silenzio malato, una condizione indotta, un silenzio che si fa sempre più silenzioso nella comunicazione one to one. Un cinema muto della nostra epoca, marcata da disagi e insicurezze, di apparenze e assenze, forse sarebbe un cinema muto a sfondo opaco, dove l’immagine lascia a desiderare e non comunicare.

 

di Patrizia Miglietta

 

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