Via Volonté numero 9 – Quello che esiste e non si vede più

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Via Volonté numero 9 |  Informazione al cinema?

 Buio in sala, appaiono le prime immagini di Via Volonté numero 9 e ci si trova nella realtà, quella un po’ dura, amara e sgradevole, quella che per alcuni puzza e disturba, della quale non si dovrebbe parlare e soprattutto vedere.

Il pensiero va istintivamente alla grande madre TV, che da molto tempo, un pezzo alla volta, ci ha privati di questi incontri con la vita reale di tutti i giorni. Del vedere e sentire quanto accade alle persone che vivono accanto a noi. Dei loro problemi, cadute nella vita e, a volte, difficili e dolorose risalite.

L’illusione delle apparenze ha diffuso l’errata convinzione di un benessere per tutti: il possesso di cellulari, i-pod, suv , tv al plasma o lcd, abiti firmati veri o più spesso taroccati non hanno affatto liberato, affrancato centinaia di migliaia di italiani dai primari bisogni come la casa o il lavoro.

Torna alla mente quell’Italia anni ‘50/’60 quando si portavano ancora quei cappottoni di lana dura e pesante e nelle casupole e baracche delle periferie comparivano già le antenne tv.

Appunto della casa, di una casa, ci parla questo documentario  – così vicino al reportage giornalistico – ideato e scritto da Rolando Ravello e Emilio Marrese, diretto e girato da Lorenzo Scurati per la Fandango, presentato all` Indipendent Film Festival di Roma conclusosi lo scorso 16 aprile, che lo ha visto vincitore come miglior documentario italiano.

In Via Volonté numero 9, periferia in espansione a nord della città, è stata occupata una palazzina da oltre un anno, e fin qui non ci sarebbe gran novità considerate le vicende divenute abitudine del nostro Paese, ma qui, a vederla da vicino, scopriamo altro.

Si sente, si tocca con mano, come questa crisi venuta da lontano e sdegnosamente negata, si potrebbe dire allevata con cura, ha impoverito e infine privato anche di un tetto, quelle cosiddette famiglie del mitica classe media, che al primo inciampo dell’esistenza si trova in drammatiche difficoltà.

Qui non ci sono sbandati ed altre categorie umane che semplicemente certi pensatori eletti vorrebbero far sparire, queste donne, uomini e bambini ad un tratto non sono più riusciti banalmente a sostenere la spesa di un affitto, divenuto a volte quasi uguale allo stipendio di un mese di lavoro.

Il racconto degli “occupanti” è piano e sorpreso, cosciente e preoccupato, triste ma dignitoso: non una lacrima è uscita da quegli occhi stanchi, provati ma fiduciosi nelle loro risorse. Le donne, a conferma che non le ferma nessuno, sono spesso più decise pur se maggiormente sofferenti per l’intimità perduta per sé e i piccoli; i maschi a tratti avviliti di non aver potuto provvedere come avrebbero voluto ai loro cari.

Eh, i dettati ancestrali sono duri ad aggiornarsi.

Tutti lavorano, tutti collaborano e condividono la responsabilità di gestire una situazione difficile e a volte preoccupante per il timore di altri arrivi. E comunque con la coscienza di aver commesso un atto illegale che hanno rifiutato fino all’ultimo, quando l’istinto di sopravvivenza li ha convinti che non vi era altra possibilità.

Aiuti dalle istituzioni non ce ne sono stati.

In Italia ci sono oltre 5 milioni di case non abitate e circa trecentomila famiglie hanno perso o perderanno la casa entro il 2011.

Ravello e Marrese sono discreti, benevolmente assenti; lasciando che il flusso della narrazione resti affidato completamente ai protagonisti della vicenda. Guardati dalla fotografia misurata di Scurati e la vicinanza nelle musiche espressive e solidali di Alessandro Mannarino, alternano ai momenti di vita quotidiana di questa improvvisata vita in comune. Il racconto a bassa voce di come una vita fatta di piccoli sogni, errori commessi e pagati, esperienze fallite, l’imprevedibile caso,  li abbia infine trovati uniti in un esempio di solidarietà che sempre più spesso appare dimenticata dalla nostra società.

Emblematica, a fine proiezione, la scena fuori set nel foyer del cinema, dell’anziana signora dignitosa e ben curata che chiedendo lumi al responsabile regionale per la casa, l’uscente Mario Di Carlo, non ottiene alcuna risposta. Anzi, non degnata di uno sguardo mentre continua imperterrito la conversazione sul cellulare.

Ecco, è da queste indifferenze concrete il punto da cui si dovrebbe ripartire.

 

c.c.

 

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