Omaggio a Furio Scarpelli

In coppia con Age inventò la Commedia all`italiana | Ricordo di Scarpelli  

Si è spento lo scorso mercoledì, all’età di 90 anni, Furio Scarpelli uno tra i più grandi autori del cinema italiano. In coppia all’inseparabile collega Age (Agenore Incrocci) ha scritto alcuni tra i più grandi capolavori del nostro cinema. La collaborazione tra i due è stata così stretta che parlare a livello cinematografico di lui o di Age al singolare è davvero difficile. Tutti i più grandi maestri di quel cinema (e non solo) si sono rivolti a lui e Age per realizzare i capolavori che tuttora ammiriamo. Da Monicelli a Risi da Comencini a Scola passando per Germi, Sergio Leone e via dicendo. Se non è riuscito a godere della stessa fama e degli stessi riconoscimenti attribuiti ai maestri del nostro cinema o ai grandi attori è solo dovuto al ruolo ricoperto nella produzione filmica, quella di sceneggiatore, da sempre ingiustamente poco considerata. E se si prestasse un po’ d’attenzione ai titoli di coda dei migliori film del nostro cinema, alle migliori commedie all’italiana, ci si accorgerebbe che forse avremmo anche potuto far a meno di uno dei grandi maestri ma non certo di lui. Basti scorrere l’elenco di alcune commedie scritte da lui (sempre in coppia con Age), citiamo solo le più importanti: I soliti ignoti, La grande guerra, L’armata Brancaleone, Brancaleone alle crociate, Sedotta e abbandonata, In nome del popolo italiano, C’eravamo tanto amati e La terrazza. Non solo le più importanti quindi, simbolicamente anche la prima (I soliti ignoti) e l’ultima (qui si può aprire un dibattito tra C’eravamo tanto amati e La terrazza). Sceneggiatore di una commedia in chiaroscuro che è riuscita perfettamente a cogliere le grandi trasformazioni sociali del nostro paese dalla fame del dopoguerra all’euforia degli anni ‘60 fino all’avvento della tv commerciale, alla società del falso benessere degli anni ’80. Negli anni ’60 la sua produzione sarà piena di ottimismo, ed i suoi protagonisti non si potranno non amare. Anti-eroi vigliacchi e tragicomici che intraprendono imprese più grandi di loro, fuori dalle loro capacità materiali, trovano sempre, di solito verso la fine, un momento in cui si riscattano con un atto eroico, sono l’esatta metafora di un’Italia in pieno boom. Nei ’70 invece comincerà a sfiduciarsi, a capire che non si riuscirà a costruire un paese civile ed i suoi protagonisti non si riscatteranno più delle passate vigliaccherie ma percorreranno il sentiero opposto; dopo le eroiche lotte resistenziali cominceranno a mordersi il fegato dai rimorsi per non esser riusciti a cambiare niente. “Volevamo cambiare il mondo invece il mondo ha cambiato noi” dirà l’intellettuale fallito Satta Flores in C’eravamo tanto amati e “La nostra generazione ha fatto schifo” replicherà il rampante Gassman nello stesso film. Insomma riuscirà a delineare con tratto leggero e incisivo allo stesso tempo, il ritratto di un paese. E non è difficile pensare che la frustrazione dei protagonisti di C’eravamo tanto amati o de La terrazza non sia anche la sua. Ma il suo straordinario talento lo ha portato ancora più in là. Sarebbe riduttivo considerare solo la sua capacità descrittiva di un paese e dei suoi eroi e anti-eroi. Scarpelli ha fatto di più. Ha reso visibile più di ogni altro nel nostro paese la mano dello sceneggiatore. È con L’Armata Brancaleone che la sua impronta stilistica diviene straordinariamente evidente, l’invenzione di un linguaggio latino-maccheronico che fonde il dialetto ciociaro, romano, veneto e via dicendo con un italiano arcaico lo porterà alla pura sperimentazione linguistica. Un prepotente ingresso della letteratura sullo schermo cinematografico. Per Furio Scarpelli la sceneggiatura non era un meccanico esercizio mentale al servizio dell’industria culturale ma era ancora “arte di bottega” che produceva cinema di qualità. Questa è la pesante eredità che lascia sulle spalle degli sceneggiatori e del cinema dei giorni nostri. Non possiamo che augurarci che tra un cinepanettone e l’altro qualcuno prenda al più presto in mano il testimone lasciato da Scarpelli e ricominci un duro lavoro di ricostruzione che restituisca dignità al cinema italiano.
 
Stefano D’Alessandro

 

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