Trentacinque anni dal massacro dell`intellettuale Pier Paolo Pasolini, adesso la magistratura indaga

Sergio Citti testimonia e le indagini ripartono | La verità sul delitto dell`Idroscalo

Ci sono voluti più di trent’anni affinchè si manifestasse la volontà di fare chiarezza riguardo il brutale assassinio dell’intellettuale Pierpaolo Pasolini. Oggi 4 maggio 2010, in occasione della conferenza stampa sulla riapertura delle indagini della morte dell’intellettuale Friulano, Guido Calvi, avvocato della parte civile, utilizza parole dure per appellare la riapertura del caso parlando di <<una battaglia di verità>> che vuole sanare un debito nei confronti dell’intellettuale Friulano. Ammette chiaramente che non sono state fatte delle indagini e che all’epoca si  fece di tutto per cancellare le prove sul luogo del delitto. Infatti, il luogo non fu circoscritto e si permise a chiunque di entrare nella scena del crimine proprio per cancellare prove fondamentali. Tutto era stato occultato affinchè il colpevole fosse Pelosi, giovane ragazzo di vita, che avrebbe dovuto uccidere il poeta nella notte tra il 1˚ e il 2 novembre all’Idroscalo di Ostia. Trentacinque anni fa il magistrato Carlo Alfredo Moro chiude l’indagine dichiarando colpevole Pelosi in concorso con ignoti. Ma perché Pelosi avrebbe dovuto uccidere Pasolini? Di chi erano il plantare e il maglione ritrovati nell’automobile dell’intellettuale?  L’indagine non fu nemmeno avviata perché i fatti costruiti parlavano chiaro: una vittima, l’intellettuale omosessuale di sinistra, e un colpevole, un ragazzo di vita,  caso chiuso. Ma quali fatti? Quelli imbastiti perché la verità venisse occultata da una storia costruita a tavolino che descriveva Pasolini, omosessuale, morto per mano di uno di quei ragazzi di vita di cui era solito accompagnarsi. Inutili tutte le battaglie del regista romano Sergio Citti e di suo fratello Franco (indimenticabile volto di tanti film di del regista friulano) che volevano essere chiamati a testimoniare per fornire informazioni indispensabili per ricostruire la vicenda e riaprire le indagini. Ma la verità sancita subito dopo il delitto chi l’ha perpetrata se non la stessa magistratura? Il caso viene chiuso e Carlo Alfredo Moro, magistrato che allora si occupa dell’inchiesta, dichiara colpevole il giovane Pelosi  in concorso con ignoti. L’avvocato Calvi in conferenza stampa grida che devono essere ricostruiti i fatti e devono essere scoperti i nomi di questi ignoti. Ma non parla di mandanti. Chi sono i mandanti? Chi emana la sentenza di morte per l’intellettuale? Chi orchestra il processo sapendo già chi è la vittima e chi avrà il ruolo di carnefice? Chi permette che le due deposizioni contraddittorie delle due diverse pattuglie di carabinieri non siano motivo di riapertura delle indagini? Chi ha costruito la storia di questo delitto?
Come mai fu proprio Aldo Semerari, noto per essere legato all’estrema destra, alla loggia massonica P2 e alla Banda della Magliana, incaricato di fare la perizia psicologica a Pelosi?
Com’è possibile che una delle due pattuglie di carabinieri sostiene di aver trovato la macchina di Pasolini abbandonata sulla tiburtina? E come è possibile che l’altra pattuglia dei carabinieri sostiene di avere fermato Pelosi alla guida della suddetta autovettura in contromano lungo la mare duilio, a 160 km orari?
Oggi in conferenza stampa nessuna di queste domande ha trovato risposta. Ma l’interesse è tale da ridestare gli animi dei partecipanti alla conferenza.
Durante la conferenza stampa osserviamo il materiale girato dal regista Mario Martone che filma la testimonianza di Sergio a distanza di trent’anni. E’ solo uno dei due filmati acquisiti agli atti dalla magistratura -l’altro non ci è possibile vederlo- dove Sergio finalmente nel 2005, poco prima di morire e a distanza di trent’anni dall’omicidio, riceve ascolto. 
Sergio ricostruisce i fatti commentando con l’aiuto dell’avvocato Calvi il video che ha egli stesso girato nel luogo del delitto a distanza di dieci giorni dalla morte. Sergio narra ancora, ma stavolta non sono le sue storielle ciniche e disilluse, stavolta è il racconto-ricostruzione di come sono andati i fatti quella tragica notte. Sergio ripete che la macchina passata ripetutamente sul corpo di Pasolini non è la  macchina dell’intellettuale. Pelosi non era solo perché non fu l’esecutore materiale del delitto ma soltanto l’esca che doveva agganciare l’intellettuale con una scusa qualsiasi. Dice che Pelosi aveva contattato Pasolini riguardo la restituzione di certo materiale che all’intellettuale premeva riavere e che l’appuntamento fu dato su via Ostiense e non all’Idroscalo, dove di certo l’amico fraterno non sarebbe mai andato. Citti all’epoca appena pochi giorni dal delitto parla con un pescatore che ammette di aver visto tutto quello che è accaduto proprio perché la seconda macchina presente aveva tenuto i fari accesi durante tutto il tempo del massacro. Ma nelle indagini non si parlerà mai di una seconda macchina. Gli animi si scaldano e tra i presenti in sala c’è uno di quei ragazzi di vita cari a Pasolini che fornisce delle prove schiaccianti riguardo la presenza della seconda macchina. Parla di un uomo incaricato di portare l’autovettura danneggiata e sporca di sangue per aver sormontato il corpo dell’intellettuale quattro o cinque volte a due carrozzieri. Il primo carrozziere si rifiuterà di sistemare l’auto, il secondo consultato accetterà di ripararla. Viene chiesto all’ormai non più giovane ragazzo di vita di fare il nome dell’uomo che ha portato l’auto ma dice soltanto che a distanza di tre mesi da quando consegnò la macchina al carrozziere quest’uomo scomparve e che ha fatto il nome all’avvocato Calvi. Quello che rimane di tutta questa vicenda è lo sgomento davanti a un delitto così barbaro e furioso; quello che rimane è la ricostruzione di Sergio ormai sofferente, infatti di li a poco morirà; quello che rimane è che un uomo scomodo, l’uomo di quel martellante io so e di Petrolio il romanzo delle stragi è stato eliminato  dalle alte sfere senza che nessuno si indignasse per questo. Quello che rimane è un uomo che viene condotto nel luogo della sua morte, pestato e picchiato a sangue con delle spranghe, che nel tentativo disperato di fuggire al suo doloroso destino tenta di scappare ma viene ripreso nuovamente aggredito e finito con un’autovettura che gli sormonta il corpo per almeno quattro o cinque volte.
 
 

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