L`immagine cosa mostra e cosa nasconde

L`immagine | Mostra o nasconde?

Hunger di Steve MecQueen

L’immagine è uno strumento della percezione umana che offre una rappresentazione della realtà circostante. L’essere umano attraverso gli occhi, che per loro natura sono predisposti ad essere sensibili allo stimolo visivo, rileva e osserva gli oggetti che lo circondano. L’occhio è la nostra finestra sul mondo: esso, una volta distinti colori e forme, invia un segnale ai neuroni della scatola cranica i quali poi rielaborano le informazioni e consentono all’uomo di ricondurre ciò che vede a categorie concettuali a lui conosciute. Tutto questo processo, di per sé molto veloce, addirittura istantaneo, consente agli elementi che appaiono all’occhio umano di essere riconosciuti. Dinnanzi lo sguardo di colui che guarda si manifesta l’immagine; essa è capace di mostrare e negare al contempo la visione completa di se stessa a colui che  la fruisce. Per decodificare un’immagine bisogna possedere un apparato simbolico che consenta, in prima istanza, di comprendere; e, poi, di interpretare il contenuto di ciò che si sta mostrando all’occhio umano, di poterlo quindi scomporre e analizzare fino al punto di coglierne il suo significato. Bisogna distinguere con attenzione un significato che può essere ricondotto a un senso attribuitogli da un sentire comune; cioè il senso comune che l’uomo sviluppa attraverso gli studi degli anni scolastici, e i il senso più profondo che nasce da un tipo di fruizione consapevole e critica. Il primo significato, che emerge da un approccio iniziale all’immagine, sarà denominato con l’etichetta di “superficie”, esso presenta un vizio epistemologico perché non è in grado di fornire gli strumenti per una corretta interpretazione dell’immagine. Infatti gli anni della scuola dell’obbligo non prevedono lo sviluppo di un’abilità nella lettura e nell’interpretazione dell’immagine in quanto tale, né tanto meno dell’immagine in movimento e, quindi poi, cinematografica. Siamo dinnanzi ad un grande paradosso sociale: noi civiltà dell’immagine che non siamo capaci di decifrare le immagini, di scomporle e di attribuirgli del senso, noi non siamo capaci di compiere un’operazione che ci richiede autonomia di coscienza e di pensiero. E’ realistico e triste allo stesso tempo affermare che nessuno ci ha insegnato a farlo! Siamo, invece, educati ad accettare passivamente il senso, ahimè di superficie, che altri al nostro posto veicolano attraverso le immagini. Proprio le innumerevoli campagne pubblicitarie, di grande successo economico, ci confermano l’incapacità di osservare attivamente anche i brevi fotogrammi televisivi. In linea con il processo logico sopra argomentato, dobbiamo essere consapevoli che riceviamo passivamente messaggi che ci inducono al consumo di beni materiali e ad un tipo di pensiero stereotipato. L’immagine con la sua duplice natura di apparenza e rappresentazione della realtà consente di prendere visione di fatti e circostanze che l’uomo, se non intellettualmente ed emotivamente pronto a interpretare, non può decodificare. Infatti, dati statistici rilevanti sanciscono il successo economico di film spazzatura: un esempio eclatante è l’incasso al botteghino del classico film-panettone in uscita nelle sale cinematografiche durante le festività natalizie. L’occhio umano gode della visione di immagini che assiduamente è costretto a vedere, rileva realtà a lui note, riconosce in determinate immagini (amoreggiamenti, scappatelle, scenari lussuosi) comportamenti a lui famigliari sin dall’infanzia, acquisiti e incamerati da anni di fruizione televisiva. E’ evidente che il cinema d’autore contemporaneo (faccio tacito riferimento a nomi come Haneke, Moore etc) facendo dell’immagine un potente mezzo di denuncia e quindi di conoscenza della realtà, anche di quella più scomoda e cruda, non riesce a conquistare il favore del grande pubblico. Ecco che il cinema scade nella convenzionalità e nella banalità delle immagini alle quali il pubblico è educato sin da bambino. A questo punto “i temerari” che continuano a voler raccontare e mostrare attraverso l’immagine in movimento la realtà, in particolare quella ai margini della convenzionalità sociale e del politicamente corretto (penso ai film dei fratelli Dardenne, alla nuova ondata del cinema irlandese), risulta incomprensibile. L’occhio umano non si affranca dal senso comune e rimane vittima di un vorticoso momento sociale di assuefazione del pensiero e di schemi mentali precostituiti, si priva della difficile operazione della gnosi: ovvero del riconoscimento del segno, cioè dell’attribuzione di un significato che esiste ma che non viene compreso perché diverso dai segni che il pubblico è stato abituato a riconoscere da sempre. Ecco che in conclusione, provocatoriamente, rilevo e difendo con prepotenza la tesi che l’immagine continuerà a non mostrare niente, se non il significato di superficie – patinato e convenzionale –  che altri vogliono che sia compreso, fino a quando non ci saranno menti capaci di andare oltre il senso comune. Questa situazione rappresenta una grande sconfitta per il mezzo cinematografico, che per natura ha, in potenza proprio per dote congenita del medium, la capacità di estendere il messaggio veicolato attraverso le immagini ad un pubblico che potrebbe crescere a livello esponenziale, una audience che non ha bisogno di saper leggere e scrivere ma che deve saper interpretare il segno filmico che si mostra ai suoi occhi.

Valeria Zagami

 

 

 

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