LA NOSTRA VITA











Una volta il cinema italiano era in grado di raccontare l’Italia che cambia, l’Italia in movimento, l’Italia in crisi e gli italiani con i loro problemi, le loro gioie, le loro vittorie e le sconfitte. Era il cinema Neorelista, il cinema del dopoguerra, il cinema della grande commedia all’italiana di Risi, Germi, Scola, Monicelli, era il cinema dell’impegno, era un cinema che ci raccontava. Poi venne la crisi, venne la censura, la mancanza di coraggio, un vuoto di pensiero e d’intelletto, un cinema chiuso nell’intimismo autoriale, nella vacuità dei messaggi, nella mancanza di senso. Oggi il cinema italiano è fatto di inutili storie d’amore, di finte commedie e di megalomanie alla “Baaria” che non aggiungono nulla di più a ciò che è già stato fatto e detto. E’ un cinema che si ripete, un cinema ridondante, un cinema poco o per nulla fiero di essere immagine in movimento. Un cinema che, sicuramente, non è immaginazione in movimento. Un cinema tratto da libri, un cinema tratto da altri film, un cinema imburrato, infornato, mangiato e rimangiato, presentato in una bella confezione, ma che al gusto sa di un cattivo sapore.

Eppure qua e là appaiono delle lucciole che volano nell’aria nella buia notte della cinematografia italiana. Per fortuna queste sono le lucciole che arrivano ai Festival Internazionali, come “Cosa voglio di più” di Soldini, alla Berlinale, o “La nostra vita” di Luchetti, attualmente in concorso al Festival di Cannes, uscito appena ieri nelle sale. Proprio questi sono due film che si elevano dal piattume italiano, invaso dai vari “Baciami ancora”, dai vari “Scusami se mi permetto di fare film che hanno l’illusione di voler parlare dell’amore”, da istruzioni per l’uso varie ed happy family ridicole. Si, in quest’asfittico panorama italiano ce n’è per tutti, anche per Salvatores. Come può, infatti, un regista come lui, unico in Italia che è stato in grado di fare un film come “Nirvana”, o di fare VERE commedie, come “Mediterraneo”, “Sud” e “Puerto Escondito”, ridursi, poi, a fare un film come “Happy Family” che presenta semplicemente un’accozzaglia di personaggi banali che, difatti, sono il frutto della mente di un residuo di sceneggiatore italiano col cervello in pappa per colpa, probabilmente, della troppa visione delle fiction televisive italiane. Da un regista come lui mi sarei aspettato molto, ma molto di più. Salvatores e Tornatore, infatti, sono gli unici due registi italiani che possono avere la possibilità di fare qualsiasi cosa vogliano, ma, purtroppo, evidentemente, anche loro, sono a corto di idee, così uno ripete schemi già visti e l’altro ripete sé stesso in un eccesso di megalomania scalpitante: Baaria, uno dei film più costosi del cinema italiano, un budget di 25 milioni di euro, sprecati. Pensare che si sarebbero potute fare almeno 10 opere prime, piuttosto che quell’ epopea siciliana confusa. Innegabile, però, la maestria registica dei due autori. Il problema è di sceneggiatura e di idee.

Ma per fortuna c’è altro, per fortuna esistono registi più fortunati, più intelligenti e coraggiosi. Tra questi, in cima alla lista, metterei, sicuramente, Daniele Luchetti, regista di “Mio fratello è figlio unico”, film apprezzato dalla critica e dal pubblico perché racconta l’Italia vera, anche se ambientato tra gli anni sessanta e settanta. E quest’anno Luchetti ci riprova, ambientando il film ai giorni nostri e titolandolo “La nostra vita” (sceneggiatura di Rulli, Petraglia e Luchetti). Anche in questo caso, alcuni elementi della trama, appaiono inizialmente confusi. Non si capisce, infatti, ai fini della storia, a cosa servano i personaggi collaterali di Raoul Bova, di Luca Zingaretti, di Stefania Montorsi, della rumena, della moglie stessa di Elio Germano, interpretata da una Isabella Ragonese che tanto bene fa al cinema italiano. Infatti, inizialmente, parrebbe che il film voglia raccontare un matrimonio felice. Ma poi tutto si spezza e, allora, si penserebbe che il film voglia raccontare il sopravvivere ad un’assenza, ma poi il tono cambia ancora e il film si butta sul tema del lavoro. Eppure ci sono i figli e un padre e il loro rapporto. A tutto ciò si legano uno spacciatore in carrozzina con compagna nera immigrata, un fratello belloccio ma impacciato, una sorella forte, un Giorgio Colangeli che fa gli impicci. Ma tutti questi personaggi a cosa servono? Di chi o che cosa vuole parlare veramente il film? Tutti questi elementi si aggregano e prendono forma sotto una visione unica e compatta, che, simbolicamente, racconta l’Italia di oggi, che avanza a strafalcioni, che fa errori, che sbaglia, ma che cresce e, forse, dagli errori comincia ad imparare. Ma andiamo con ordine.

Claudio ed Elena sono sposati, lei è incinta del terzo figlio. Il loro è un matrimonio felice. La loro canzone è “Anima Fragile” di Vasco Rossi. Lei muore dando alla luce il piccolo Vasco. Il film non si ferma, banalmente, sul racconto di un lutto e sulla sua elaborazione, ma questa viene abilmente evitata, accennata con un’inquadratura e il film vola, immediatamente, verso il tema del lavoro e del futuro. Un padre vedovo deve assicurare l’avvenire ai propri figli senza madre. Una Madre-Terra-Patria che aleggia per tutto il film come una presenza che è assente, che non c’è più, ma alla quale ci si deve rivolgere, con la quale ci si deve confrontare per andare avanti. In fondo è proprio quella donna che non c’è più il motore della storia. Si va così a raccontare un’Italia fatta di immigrati, di lavoratori a nero, di morti dei quali è meglio non parlare per non bloccare i lavori nel cantiere, di appalti e sub-appalti gestiti da un costruttore che fa gli impicci e che preferisce consegnare una casa costruita male, piuttosto che spendere altre sei settimane di lavoro e soldi. Si tratta, insomma, di un’Italia che arranca, ferma a contemplare i suoi raggiri e le sue truffe. Un’Italia che va avanti grazie all’aiuto dei familiari e degli amici. Un’Italia reale, vera. E’ un racconto ben ancorato alla realtà, con basi solide. L’idea del film nasce, infatti, da un viaggio in Israele (dove si fanno tanti figli e da giovani) e da un documentario sull’assegnazione delle case popolari ad Ostia. La trama si concede un’unica esplorazione nel campo dell’onirico e del visionario. Una visione, anch’essa, così reale e così vera, fatta di un coro di voci ferite e di volti che piangono una donna che non è la madre dei tre figli, ma che è qualcosa di più, è una madrepatria, alla quale cantano:

“…e la vita continua anche senza di noi
che siamo lontani ormai
da tutte quelle situazioni che ci univano
da tutte quelle piccole emozioni che bastavano
da tutte quelle situazioni che non tornano mai
perché col tempo cambia tutto lo sai,
e cambiamo anche noi,
e cambiamo anche noi,
e cambiamo anche noi,
e cambiamo anche noi.”

Ecco qual è il vero tema del film: il cambiamento. E’ un film che vuole essere un messaggio di speranza: apriamo gli occhi, sappiamo tutti qual è la situazione dell’Italia, quali sono i problemi in cui si crogiola da trent’anni almeno, se non di più. E il protagonista del film lo sa, lo canta e lo grida a squarciagola e, in una situazione in cui non sa come muoversi, sbaglia, ma non sbaglia per sbagliare ancora e ancora e ancora: sbaglia per imparare e sa che deve imparare per insegnare ai propri figli. Figli coi quali si riunisce solo alla fine del film nell’ultima calda inquadratura, figli che non voleva guardare, figli che allontanava, tanto che l’ultimo nato non lo prenderà in braccio per gran parte del film. Quando lo fa, per la prima volta, lo usa quasi come un’arma, per essere sicuro di non essere attaccato nel momento in cui deve comunicare a tutti quelli che lavorano per lui che non ci sono più soldi e che non potrà pagarli. E’ un padre che sbaglia e che usa il figlio come scudo, ma poi si ravvede e risolve i suoi problemi. Lui rimane senza soldi, ma è rimasto onesto, perché si può cambiare e allora cambiamo anche noi, cambiamo anche noi, cambiamo anche noi!

E’ questo il messaggio che si deve mandare, è questo che il cinema deve raccontare: un’Italia che ha la possibilità di cambiare, ma bisogna crederci, bisogna dare speranza, perché è questa l’Italia di oggi, non quella dei Moccia e dei Muccino. Non quella dei Bellocchio, dei Giordana, dei Placido che si ostinano ancora a voler raccontare il passato. E’ un’Italia in cui bisogna avere il coraggio di fare la rivoluzione sul serio, di operare per il cambiamento. Jean Luc Godard ha evitato di presentarsi al festival di Cannes con un semplice bigliettino enigmatico («Suite à des problèmes de type grec, je ne pourrai être votre obligé à Cannes. Avec le festival, j’irai jusqu’à la mort, mais je ne ferai pas un pas de plus. Amicalement.»), evitando di vendere il proprio film come se fosse un prodotto, non vuole essere complice del capitalismo imperante e decide di far uscire il suo film sul web, oltrepassando il mercato, sorvolandolo da lontano. Il suo film tira le somme sulla situazione europea: la rivoluzione è l’unica via possibile e presto ce ne accorgeremo. Col tempo cambia tutto, lo sai, e cambiamo anche noi!

Insomma, questo film sembra ritrovare quei temi cari al cinema italiano che ha fatto la storia dell’Italia: i cittadini che avanzano e risolvono i loro problemi (nonostante chi li governa, come ha giustamente detto Elio Germano al ritiro del premio come miglior attore, fatto che non accadeva dai tempi Di Marcello Mastroianni), i bambini che ci guardano (che sono i nostri figli), il futuro che va assicurato a chi verrà dopo di noi, i sentimenti veri che si scontrano silenziosamente, senza essere messi in mostra e pateticamente spiattellati ai quattro venti. E’ un cinema fatto di sottrazione, finalmente, di non detto, di sussurrato, un bel film come quelli di una volta di cui si sente un gran bisogno in quest’Italia malata e becera. Un film dove le famiglie sono vere e non sono quei grotteschi pranzoni di Ozpetek che continua a fare e rifare lo stesso film da anni perché non ha nient’altro da dire.

Un messaggio ai produttori, agli sceneggiatori, ai registi: smettetela di censurarvi, smettetela di raccontare quello che non vogliamo più sentire, basta coi rutti e le scoregge, basta coi sentimentalismi inutili, con le gelosie e i fidanzatini dei parioli. C’è tanto di più, tanto di vero e giusto e sensato. Lode ai Virzì, lode ai Soldini, lode ai Luchetti. E naturalmente lode agli esteti dell’immagine come Paolo Sorrentino. E morte a tutti gli altri, almeno che non si reinventano. Se non avete nulla da dire, date spazio ai giovani che abbiamo tanto da raccontare, perché la vita, la nostra vita, continua. Ed infatti il testo della canzone di Vasco è perfetto per questo film che, in qualche modo, si rivolge anche al cinema, lontano da tutte quelle situazioni che ci univano, da tutte quelle piccole emozioni che bastavano…

Firmato: uno sceneggiatore incazzato.

 

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