Incentivi statali. Come e perché

ALCUNE NOTE IN TEMA DI CONTRIBUTI PUBBLICI AI FILM DI INTERESSE CULTURALE | di Alessio Lazzareschi

L`attuale situazione degli incentivi statali alla produzione di opere cinematografiche italiane di qualità, o che comunque ad essa aspirano (cioè i film che in termine tecnico si definiscono di "interesse culturale") merita di essere attentamente scrutinata sia per comprendere il ruolo degli incentivi nell`ambito delle risorse complessivamente disponibili per la produzione italiana, sia per individuare una possibile prospettiva di riforma.

Prima di qualsiasi altra considerazione, è bene però sgombrare il campo da un possibile equivoco. L`opera cinematografica non può essere trattata, e non è mai stata trattata in nessun paese europeo, come un qualsiasi bene di consumo. Tale impossibilità, che discende dal riconoscimento degli aspetti dell`opera che esulano da una considerazione puramente economica, è un dato riaffermato da tutta la legislazione nazionale ed europea del settore.

Come riporta l’incipit della Comunicazione della Commissione Europea n. 534 del 2001 (1), che è il provvedimento autorizzativo delle disposizioni di incentivazione delle opere cinematografiche, "Le opere audiovisive, e in particolare il cinema, svolgono un ruolo essenziale nel formare le identità europee, sia per gli elementi che accomunano i vari paesi d`Europa, sia per la varietà di culture che caratterizza le nostre diverse tradizioni e la nostra storia. Data l`ampia influenza che esercitano sulla società, si tratta di un fattore fondamentale per il buon funzionamento delle nostre democrazie." E ancora: "Le opere audiovisive hanno caratteristiche peculiari dovute alla loro duplice natura. Sono beni economici che offrono notevoli opportunità per creare ricchezza e occupazione […]. Sono anche beni culturali che, al tempo stesso, rispecchiano e modellano la nostra società. Per tale motivo lo sviluppo di questo settore non è mai stato affidato alle sole forze di mercato".

In maniera molto simile si è sempre espresso il legislatore italiano, sin dalla legge 1213 del 1961 e nel più recente d.lgs. 28/2004, riconoscendo, conformemente al dettato costituzionale, “il cinema quale fondamentale mezzo di espressione artistica, di formazione culturale e di comunicazione sociale” e insieme il rilevante interesse culturale delle attività cinematografiche “anche in considerazione della loro importanza economica e industriale”.

Il ruolo delle opere cinematografiche nella formazione dell`immaginario collettivo e nell`autocomprensione della società, e quindi la loro rilevanza pubblica, che nessuna analisi può in buona fede negare, ha sempre costituito il presupposto delle varie politiche incentivanti che si sono succedute negli anni. Ritenere che il cinema rappresenti ormai un mezzo la cui rilevanza viene marginalizzata dalla televisione, dalle forme varie dell`audiovisivo e dalla comunicazione digitale è considerazione che deve spingere a riflettere sulla rilevanza di tali altri mezzi, non certo escludere il cinema, per il ruolo che esso ancor oggi mantiene, dalla considerazione pubblica.

Quello che è oggetto di discussione, e a cui il presente scritto intende apportare un contributo di riflessione, non è tanto la necessità o meno di forme di sostegno alla produzione cinematografica, ma se siano sufficienti le politiche incentivanti "di mercato". Ci riferiamo alle misure in grado di agevolare il reperimento delle risorse produttive sul mercato, e quindi agli incentivi legati all`andamento del film nelle sale, come i contributi percentuali sugli incassi, oppure calcolati sull`ammontare delle somme spese, come gli incentivi fiscali di recente introduzione. La domanda da porsi è se siano invece necessarie, a complemento di quelle appena citate, politiche incentivanti "oltre il mercato", fondate sulla valutazione del valore culturale del progetto e in grado pertanto di determinare scelte produttive che in assenza di tali politiche non si compierebbero.

Il primo dato su cui occorre riflettere è l`incidenza dei contributi pubblici ai film di interesse culturale, e cioè proprio di quegli incentivi che prescindono dall`andamento del film nelle sale, rispetto all`insieme delle risorse impegnate nel settore. Secondo i risultati pubblicati dall`Anica e riferiti al 2009 (2), il totale delle risorse impiegate nella produzione di film italiani che hanno ottenuto il visto censura nel corso dell`anno 2009, 131 in totale di cui 97 con capitale solo italiano e 34 in coproduzione, è stato di 296 milioni di euro. In riferimento a tali film, l`ammontare complessivo dei contributi pubblici per film di interesse culturale, ricomprendendo quindi anche le opere prime e seconde, è stato di 38 milioni di euro. Date le dinamiche della produzione, il dato include anche film completati nel 2009 ma in relazione ai quali i contributi sono stati deliberati in anni precedenti.

In altre parole, a fronte di investimenti privati per i film che hanno ottenuto il visto censura nel 2009 pari a 258 milioni di euro, i contributi pubblici a film di interesse culturale, compresi quelli per opere prime e seconde, sono stati pari a 38 milioni (3), cioè al 12,8% del totale degli investimenti. La quota di risorse statali è in netta diminuzione rispetto al 20% circa dei due anni precedenti (precisamente 20,2% nel 2007 e 21,5% nel 2008) e rappresenta ormai una quota marginale degli investimenti complessivi del settore. (4) 

Benché l`investimento diretto dello Stato nei film di interesse culturale sia marginale e di entità complessiva limitata, non cessano le voci che sostengono la necessità dell`abolizione integrale di  tale forma di contributo e che affermano che, a tutto voler concedere, al settore cinematografico possano essere attribuite forme incentivanti "di mercato" (i già citati contributi percentuali sugli incassi oppure gli incentivi fiscali recentemente introdotti). Da più parti si insiste sull`eliminazione totale degli incentivi discrezionali di tipo diretto che prescindono dal mercato e anzi si configurano "oltre il mercato", perché fondati sulla valutazione del valore culturale del progetto, o comunque se ne richiede un`applicazione limitata alle opere prime e seconde.

Condividiamo pienamente la richiesta di rafforzamento dell`intervento diretto, legato al riconoscimento dell`interesse culturale, a favore delle opere prime e seconde. Esse infatti, per una molteplicità di fattori, sono opere di difficile collocazione sul mercato. Tali fattori sono connaturati all’opera prima/seconda, ci riferiamo alla scarsa notorietà del regista e spesso del cast, nonché alle ridotte disponibilità finanziarie, poiché difficilmente si può pensare di affidare budget molto elevati a chi non ha ancora avuto modo di dimostrare le proprie capacità.

Tuttavia gli incentivi a tali opere possono consentire l’emersione di nuovi talenti e sono l`unica strada per garantire il futuro dell`intero settore cinematografico; ogni politica che non privilegi i nuovi autori è una politica miope e a medio e lungo termine destinata a fallire. Gli incentivi a tali opere, che per la loro natura possono ben essere finanziati all`interno delle risorse della fiscalità generale devono essere mantenuti e, se possibile, ampliati.

Oltre a ciò, però, a noi appare necessario mantenere, anche per i film diversi dalle opere prime e seconde, un intervento che non sia "di mercato", ma che sia un intervento diretto di finanziamento pubblico e che quindi permetta di produrre film che altrimenti non vedrebbero mai la luce. Le risorse per tale intervento devono essere reperite, come indicheremo più avanti, all`interno dello stesso settore cinematografico e quindi al di fuori della fiscalità generale.

Un intervento di tale tipo è volto non tanto a difendere l`industria cinematografica nel suo complesso, per la quale possono bastare gli incentivi "di mercato", ma proprio a difendere e incentivare il cinema di qualità come mezzo di espressione artistica. Peraltro, occorre ben ricordarlo, con la condivisibile riforma del 2004 (d.lgs. 28/2004, c.d. Decreto Urbani) anche l`intervento diretto in favore di film di interesse culturale (ivi comprese le opere prime e seconde) prevede la necessità che l`opera cinematografica trovi un suo pubblico e venga diffusa. Uno degli elementi qualificanti dell`intera riforma del 2004 può infatti essere identificato nell`attenzione che viene riconosciuta, sin dalla fase di progettazione del film, alla distribuzione dell`opera e quindi al mercato di riferimento. (5)

Peraltro, e si tratta di una caratteristica certo non marginale, ma non abbastanza ricordata, i contributi pubblici per film di interesse culturale non sono a fondo perduto, ma sono soggetti a restituzione, seppur a condizioni agevolate per il produttore. In caso di successo del film e di proventi consistenti, lo Stato potrà perciò rientrare dell`investimento effettuato.

La legislazione introdotta nel 2004 oltre ad abbassare in misura molto rilevante la quota del costo del film coperta dal contributo statale, ha introdotto meccanismi in grado di evitare quegli abusi di fondi pubblici che, seppur ormai appartenenti ad un lontano passato, continuano molto spesso, e a volte in modo strumentale, a essere erroneamente citati quali emblematici della situazione attuale. Il sistema del finanziamento pubblico delle opere cinematografiche ha ora trovato un equilibrio che ha permesso la realizzazione di opere di qualità e la contemporanea affermazione dei film italiani sul mercato. Basti pensare all`incremento, confermato anche nei primi mesi del 2010 dopo la flessione del 2009, della quota di mercato conquistata dai film italiani.

Procedere oggi alla soppressione dei contributi per film di interesse culturale vorrebbe dire rompere questo equilibrio e mettere a rischio un intero settore proprio nel momento in cui esso, dopo parecchi anni, sembra finalmente riacquistare forza e qualità. D`altra parte, non sembra che tale soppressione possa essere compensata dagli incentivi fiscali recentemente introdotti né dagli investimenti effettuati dagli enti territoriali.

Si potrà senz’altro discutere dei meccanismi deliberativi, di come renderli più trasparenti, di come migliorare la scelta dei progetti, si potrà discutere della quota delle risorse che deve essere lasciata a questo tipo di incentivi (anche se non sembra possibile scendere al di sotto della soglia attuale), ma riteniamo che non si possa lasciare solo ed esclusivamente alle dinamiche di mercato la scelta di quali opere cinematografiche produrre. Peraltro in tema di trasparenza molto è stato già fatto negli scorsi anni dalla Direzione Generale per il Cinema, basti pensare alla pubblicazione sul sito web della Direzione delle motivazioni di attribuzione dei finanziamenti e dei relativi importi.

Questa posizione non solo non è ideologicamente contraria al mercato, ma si fonda sulla convinzione che sia proprio la situazione contingente del mercato cinematografico italiano ad impedire l`abbandono delle politiche incentivanti statali per film di interesse culturale. Chi ritiene che gli incentivi diretti possano essere limitati solo alle opere prime e seconde, non considera che la stragrande maggioranza dei film italiani di qualità non potrebbe essere prodotta nelle attuali condizioni di mercato, caratterizzate tra l`altro dall`assenza di una vera concorrenza nel settore televisivo, con conseguente riduzione dei corrispettivi pagati dalle televisioni e in generale dagli utilizzatori dei prodotti cinematografici, dall`allocazione degli investimenti delle emittenti televisive su prodotti di fiction televisiva e non su film cinematografici, (6) da crescenti costi di produzione (7) e distribuzione.

Senza citare i tanti film per i quali nel corso di questi anni sono stati deliberati i contributi per film di interesse culturale, basti citarne due che hanno avuto ampi e internazionali consensi: "Gomorra" di Matteo Garrone, per il quale è stato deliberato un contributo di 2.000.000 di euro, e "Il divo", di Paolo Sorrentino, per il quale è stato deliberato un contributo di 1.700.000 di euro. Si tratta di film diretti da autori che avevano già realizzato altre opere e che certo non rientravano nella categoria delle opere prime o seconde. Se oggi questi autori possono probabilmente fare a meno dei contributi per interesse culturale, tali contributi hanno certamente rappresentato un elemento importante per la realizzazione delle opere che li hanno internazionalmente consacrati.

In un`ottica di lungo periodo, e di complessiva riforma del sistema, si può anche immaginare che le uniche politiche agevolative siano rappresentate dagli incentivi “di mercato”. Una simile scelta presuppone però un profondo rimodellamento del mercato italiano, un deciso rafforzamento della produzione nazionale, l`introduzione di stringenti obblighi di investimento per tutti i soggetti che operano nel settore (dalle televisioni agli internet provider) e di remunerazione del prodotto cinematografico nelle varie fasi dello sfruttamento, la fissazione di obblighi di programmazione nelle sale e nelle televisioni. Abolire gli incentivi diretti senza che tale riforma sia attuata vuol dire mettere in pericolo un tessuto produttivo importante anche in termini occupazionali, ma che per le sue caratteristiche strutturali, in particolare sottocapitalizzazione e frammentazione delle società di produzione, è vulnerabile e non può permettersi di rimanere inattivo per lunghi periodi.

Se questa è la situazione, qualsiasi riflessione sulle azioni da intraprendere nella presente situazione di forte contrazione delle risorse pubbliche statali disponibili per la produzione cinematografica e su di un eventuale riforma del sistema statale di incentivazione non può che partire dalla ricognizione di tre dati dell`attuale congiuntura:

(i) la carenza di risorse pubbliche in un periodo caratterizzato da politiche di bilancio restrittive, con la conseguente impopolarità di politiche volte a incentivare le opere cinematografiche, soprattutto se attuate con risorse derivanti dalla fiscalità generale;
(ii) l`impossibilità, per buona parte dei film nazionali di interesse culturale, di trovare sul mercato risorse sufficienti a coprire i costi e quindi inevitabile forte contrazione della produzione cinematografica nazionale in assenza di interventi agevolativi;
(iii) la riduzione delle sale cinematografiche cittadine, e cioè delle sale in cui più delle altre si ha una fruizione del cinema italiano.

Se questi sono gli aspetti dell`attuale condizione del settore, l`unica azione possibile appare quella che agisca contemporaneamente sui due fronti dell`incentivazione della produzione nazionale di film di interesse culturale e dell’incentivazione delle sale cinematografiche che programmano i film nazionali. Tale azione non potrà che attuarsi “sganciando” gli incentivi dalle risorse derivanti dalla fiscalità generale.

Suggeriamo in proposito di riflettere sulle posizioni politiche contrarie agli incentivi pubblici al cinema. Anche se consideriamo inaccettabili le posizione pregiudiziali di chiusura (proprio in ragione della natura dell`opera cinematografica, prima analizzata) non si può negare che in un momento di forte contrazione della spesa pubblica si possano porre problemi di opportunità nell`allocazione delle risorse pubbliche al settore cinematografico.

Nell`impossibilità di reperire risorse all`interno del bilancio statale, l`unica soluzione appare quella di trovare le risorse all`interno del settore cinematografico, in particolare attraverso un prelievo con finalità predeterminata (una sorta di tassa di scopo), un prelievo, cioè, il cui gettito sia destinato alla specifica finalità di sostegno al cinema di qualità. L`idea è stata più volte proposta, ma non ha ancora trovato concreta attuazione, anche per la difficoltà di trovare un accordo sull’entità del prelievo all`interno della filiera cinematografica, sui soggetti che vi dovrebbero concorrere, sulle forme del prelievo. In questa fase, data l’urgenza di provvedere, l`imposta dovrebbe essere applicata al solo biglietto della sala cinematografica.

Nella situazione attuale non appare infatti possibile portare avanti un`ampia riforma di sistema, ma è invece necessario cercare di agire con finalità più limitate, reperire le risorse per i contributi in favore dei film di interesse culturale e così evitare che buona parte della produzione nazionale scompaia, impoverendo in maniera irrimediabile il tessuto produttivo e artistico della nostra cinematografia.

Solo in un secondo tempo, sulla stessa strada si potrà pensare di ampliare il prelievo a tutte le forme di sfruttamento dell`opera cinematografica, costituire un centro che amministri le risorse che il settore stesso mette a disposizione, disciplinare gli obblighi di investimento delle emittenti, prevedere forme di difesa delle sale cittadine. È però oggi imperativo trovare risposte, anche solo frammentarie, almeno capaci di reperire quelle risorse minime sufficienti a impedire l`estinzione dei film italiani di qualità.

Alcuni dati per capire come possa configurarsi e quale gettito possa generare l’intervento proposto: nel 2009 il totale degli incassi nelle sale cinematografiche è stato pari a 622 milioni di euro; la quota degli incassi dei film italiani pari a 145 milioni euro (in calo rispetto al 2008, ma segni positivi sono emersi nei primi mesi del 2010); i biglietti venduti ammontano a circa 99 milioni; i contributi per film di interesse culturale nel 2009 sono stati 24,9 milioni di euro, per le opere prime e seconde 9,6 milioni di euro, per i cortometraggi 960.000 euro, per sviluppo di sceneggiature 700.000 euro. (8)

Mantenendo nell`ambito delle risorse generate dalla fiscalità generale i contributi per le opere prime e seconde, per lo sviluppo delle sceneggiature e per i cortometraggi, secondo le idee più volte affermate anche dai rappresentanti dell`attuale governo, si tratterebbe di reperire circa 35 milioni di euro, da destinare esclusivamente ai contributi per film di interesse culturale e al finanziamento delle sale cinematografiche che programmano film nazionali ed europei, con una ripartizione che potrebbe immaginarsi dell`80% (28 milioni) per i contributi ai film di interesse culturale e del 20% (7 milioni) per le sale cinematografiche. Tale soglia minima è quella in grado di permettere, in un’ottica di restrizione delle risorse e di mantenimento degli incentivi di mercato (i contributi percentuali sugli incassi e i recenti incentivi fiscali), la produzione di circa 20/25 film di interesse culturale all`anno e contemporaneamente di dare un concreto incentivo alla programmazione di film di nazionalità italiana.

Nelle proposte fino ad ora avanzate in tema di tassa di scopo o prelievo di filiera, in particolare dall`Unione dei produttori dell`Anica, sicuramente condivisibili, l’incidenza sui prezzi dell`imposta, da applicarsi al biglietto cinematografico e al consumo di home video, dovrebbe essere compensata da una parallela riduzione dell`IVA, da assimilare a quella applicata ad altri settori culturali. In una situazione di forte contrazione delle risorse pubbliche è però poco realistico pensare a una riduzione dell`IVA, e quindi si deve ipotizzare che l`imposta si aggiunga al costo attuale del biglietto.

La proposta qui formulata è pertanto limitata, in quanto fa riferimento solo al biglietto della sala cinematografica e non è legata ad alcuna riduzione dell`IVA, ma oltre alla produzione cinematografica intende coinvolgere anche la distribuzione in sala. La strategia di difesa e promozione della cinematografia nazionale di interesse culturale non può infatti prescindere da un`azione coordinata di tutela della produzione e del luogo naturale di fruizione delle opere, la sala cinematografica. Se lo strumento di incentivazione della produzione di opere di interesse culturale non può che essere individuato, nella situazione attuale e in attesa di riforme, nel contributo come disciplinato dal d.lgs 28/2004 e dai relativi decreti attuativi, e quindi l`imposta qui proposta sarebbe destinata a reperire le risorse per finanziare tale contributo, lo strumento di incentivazione delle sale cinematografiche che programmano film italiani può essere individuato nel progetto "Schermi di qualità". La strada del finanziamento di tale progetto appare infatti la più adatta per perseguire lo scopo di sostegno del cinema italiano e coinvolgere gli operatori dell`esercizio, proprio per la partecipazione della pluralità delle associazioni degli esercenti e il dichiarato scopo di "promozione del cinema di qualità di nazionalità italiana e comunitaria".

Rispetto ai dati di mercato prima evidenziati, si tratterebbe di prevedere una tassa con aliquota pari a circa il 5,5% del prezzo del biglietto e quindi un corrispondente aumento del suo costo pari, in termini medi, a circa 0,35 euro per biglietto. L`importo della tassa, proprio per la sua natura di tributo, andrebbe escluso dalla base imponibile IVA e pertanto si dovrebbe evitare qualsiasi effetto moltiplicatore. L`incidenza di tale aumento sul costo del biglietto appare limitato e non in grado influenzare in maniera sensibile la domanda di spettacoli cinematografici. È comunque possibile che una simile ipotesi sollevi le proteste degli operatori che non vedono diretti benefici nel mantenimento dei contributi pubblici ai film di interesse culturale, pensiamo soprattutto ai produttori e distributori non italiani e alle multisale che non programmano questo tipo di prodotto. Tuttavia, negli ultimi anni alcuni distributori e produttori non italiani, soprattutto americani, si sono avvicinati, anche con esiti positivi, alla produzione e diffusione di cinema italiano di qualità e quindi anche per loro resta elemento importante il mantenimento di tali contributi in favore dei produttori nazionali. D`altro canto, proprio questa potrebbe essere l`occasione per avvicinare, più di quanto oggi non sia, le multisale al cinema italiano di qualità, coinvolgendole in misura maggiore nel progetto "Schermi di qualità". Una consapevole analisi della situazione non può infatti che riconoscere che il mantenimento del cinema italiano di qualità è una ricchezza per tutto il settore e tutti gli operatori.

Qualora si riuscisse a varare uno specifico prelievo sul biglietto cinematografico, questo primo e parziale traguardo, oltre che preservare buona parte dell`intervento a favore del settore, permetterebbe di impostare la strada degli interventi successivi. Da un lato, infatti, si affermerebbe il principio per cui sono i fruitori di cinema che devono provvedere allo sviluppo e alla salvaguardia della cinematografia nazionale; dall`altro lato, si avrebbe un primo parziale sganciamento del sistema degli incentivi al settore cinematografico dalla fiscalità generale, rimanendo l`affrancamento totale come l`obiettivo da raggiungere in una prospettiva di medio/lungo periodo.

Se una soluzione, seppur parziale, non è così difficile da individuare, l`inerzia dinanzi all`attuale situazione è frutto di un grave errore di valutazione. L`indebolimento o addirittura la sostanziale scomparsa del cinema italiano di interesse culturale costituirebbe un danno non solo per le categorie interessate, produttori, esercenti, lavoratori dello spettacolo e dell’indotto da esso generato, ma per il tessuto culturale italiano. Ciò che si richiede nell’attuale momento di forte riduzione delle risorse pubbliche è lo sforzo congiunto della produzione e della distribuzione nazionale per la salvaguardia della realizzazione e della fruizione del cinema italiano di qualità. È una richiesta che, nella difesa delle origini della cultura italiana, di cui fa certamente parte il cinema di qualità, si presenta come attualissima.

Alessio Lazzareschi

Studio Legale Bellettini Lazzareschi Mustilli

www.blmius.com

Note:

(1) COM(2001) 534 Def. del 26.9.2001, pubblicata in GUCE del 16.2.2002; le sottolineature sono aggiunte da noi.
(2) Il cinema italiano in numeri, Rapporto Anica 2009.
(3) Per chiarezza, è bene precisare che questo dato fa riferimento esclusivamente ai contributi per film di interesse culturale, compreso quello per opere prime e seconde, mentre non tiene conto dei contributi percentuali sugli incassi che sono attribuiti a tutti i film italiani "ammessi ai benefici di legge", contributi che, nel prosieguo del testo, ricomprenderemo tra i cosiddetti incentivi di mercato perché comunque legati all`andamento degli incassi dei film nelle sale cinematografiche.
(4) Una percentuale così bassa non era stata mai raggiunta, basti pensare (oltre al 20% circa del 2008 e 2007 già indicati) che, sempre secondo i dati dell`ANICA pubblicati nel 2009, l`investimento dello Stato per film di interesse culturale ha rappresentato il 33,33% degli investimenti complessivi per film di nazionalità italiana nel 2004, il 13,75% nel 2005 e il 16,82% nel 2006.

(5) Senza entrare in questa sede nei tecnicismi normativi, ricordiamo solamente alcuni elementi: la valutazione del film operata in base a budget che devono ricomprendere anche i costi di distribuzionale nazionale e di esportazione (voci che insieme al costo di produzione vero e proprio determinano il costo industriale del film); la necessità di prevedere budget minimi di spesa di distribuzione nazionale e di esportazione; la necessità, ai fini dell`erogazione del contributo, di presentare contratti di distribuzione che rispettino tali limiti minimi. Tutti questi elementi, pur senza garantire il successo del film, costituiscono un sorta di compromesso tra le ragioni del mercato distributivo e quelle della produzione, rappresentano una selezione già in fase di presentazione dei progetti, e sono in grado di impedire che i film, una volta prodotti, confrontarsi sfuggano al confronto con il pubblico.
(6) Non entriamo nel dettaglio, ma basti pensare alla situazione che si era prodotta con il d.lgs. 177/2005, modificato, a nostro avviso nella giusta direzione, dalla l. 244/2007, ma che ora è stato nuovamente modificato in maniera che certo non può dirsi completamente soddisfacente dal d.lgs. 44/2010 (c.d. decreto Romani).
(7) Secondi i dati pubblicati dall`Anica nel 2009 l’investimento medio nei film italiani (per i film prodotti esclusivamente con capitali italiani) che hanno ottenuto il visto censura nell`anno di riferimento, escludendo i film con budget inferiore a 200.000 euro (categoria che comprende soprattutto documentari e film destinati a una distribuzione in sala limitata), è stato di euro 3.007.087 nel 2009, di euro 2.667.575 nel 2008 e di euro 2.597.531 nel 2007. Per film con budget maggiore di euro 1.500.000 l`investimento è stato di euro 4.474.720 nel 2009, euro 4.297.749 nel 2008 e di euro 4.145.288 nel 2007.
(8) Non prendiamo qui in considerazione la situazione relativa ai contributi percentuali sugli incassi e cioè quale sia l`ammontare dei contributi pagati, quale l`esposizione dell`amministrazione per debiti pregressi e quanto sia la disponibilità per questo capitolo di spesa, né ci risultano dati pubblici circa la disponibilità dell`amministrazione statale in relazione alle restituzioni effettuate dai film fino ad oggi finanziati.

 

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