Cultura al macero

A rischio chiusura la fabbrica delle idee | Di Roberto Faenza

Non sono le banche a muovere il mondo e a mandarlo avanti. Non sono le borse il  motore della società, né i bond, né i bot, né i fondi sovrani, né le invenzioni fallimentari dei guru dell’economia che si chiamano derivati. E neppure l’ingegneria finanziaria, la quale negli ultimi tempi invece di farci progredire è riuscita soltanto a metterci in ginocchio, usando parolacce come pigs per descrivere i popoli in difficoltà. Insomma non è l’economia il motore del mondo in cui viviamo. Sono le idee a distinguere l’uomo dalle altre specie. La fabbrica più potente del mondo è la cultura. E’ da lì che parte l’aggregazione collettiva, l’economia viene dopo. Ecco l’errore che commette il ministro Tremonti e con lui anche i ministri di diverso colore politico che lo hanno preceduto: credere che l’economia venga prima. Di qui il concetto, antiquato e barbaro, che la società possa progredire e l’economia rafforzarsi, tagliando in primis le spese che hanno a che fare con la diffusione delle idee, ovvero con il crescere culturale. L’attuale scure si abbatte prima di tutto sulle istituzioni che producono cultura. Un bene apparentemente immateriale che è invece il più materiale che l’uomo abbia mai creato. E’ immateriale la scuola? E’ immateriale l’università? Possiamo definire immateriale la società dell’informazione che rappresenta il vero dna del mondo attuale? A leggere le prime liste di tagli proposti da Tremonti c’è da inorridire. Verrebbero tagliate e mandate a casa istituzioni secolari, la cui sola colpa è produrre cultura e diffondere idee. Stando alla finanziaria della prima ora verrebbero azzerati, meglio dire annientati, enti e istituti che rappresentano innanzitutto la custodia della nostra memoria. Starà al ministro Bondi prendere l‘ultima decisione, che a molti suona un po’ come “soluzione finale”. E’ chiaro infatti che anche se Bondi si batterà come un leone per salvare tutti, non tutti verranno salvati e dunque la battuta di caccia è aperta, col rischio di alimentare una guerra tra poveri anziché sedare le proteste. Nella prima lista diffusa dal ministro dell’Economia compaiono la Fondazione Croce, la Triennale di Milano, la Quadriennale di Roma, il Centro Sperimentale di Cinematografia insieme alla Cineteca Nazionale, il CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), il Centro Piero Gobetti, la Fondazione Rosselli, per citarne solo alcuni. Stiamo parlando di gente che ha dato la vita per difendere le proprie idee, di uomini che hanno consentito ai nostri padri di uscire liberi dalla dittatura fascista e allo stesso Tremonti di poter fare oggi il ministro.  L’errore non è tagliare in un paese che da troppo tempo vive al di sopra delle proprie possibilità, ma tagliare dove non si dovrebbe. Invece di aumentare gli stipendi innanzitutto agli insegnanti, che costituiscono il volano per la crescita di una nazione, vengono ridotti e rallentati. Se non investiamo innanzitutto nel sapere, come potremo avere domani ingegneri, chimici, informatici, scienziati competenti? In termini di imposte, i professionisti dell’evasione ogni anno sottraggono al nostro erario decine e decine di miliardi di euro. Siamo i primi in Europa nella classifica degli evasori, seguiti dalla Romania, dalla Bulgaria e dalla Estonia. Sarebbe meglio sradicare una volta per tutte questo mostruoso flusso di denaro in nero, invece di colpire i centri studio, la ricerca scientifica e persino i musei scientifici, come se non versassero in già precarie condizioni. Basti pensare che la ricerca in Italia è al di sotto del 2% del Pil, una quota che ci pone tra gli ultimi in Europa (esattamente al 23° posto). Nel 2000 con l’accordo di Lisbona, sottoscritto dai capi di stato aderenti alla Unione Europea, i singoli paesi avrebbero dovuto investire in ricerca più del 3% del prodotto interno lordo entro il 2010. 
 

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