Il tempo che ci rimane: un Suleiman poetico e surreale

Il tempo che ci rimane | Un Suleiman poetico e surreale

Il tempo che ci rimane racconta quattro micro storie separate l’una dall’altra dall’espediente visivo dello schermo oscurato.
I piani del racconto si intrecciano permettendo di iniziare il film dal tempo della storia finale: ovvero da un Elia ormai adulto seduto dentro ad un taxi. Non è soltanto un film autobiografico quello che il regista palestinese allestisce attraverso tracce di umorismo e surrealismo. Suleiman trae spunto dai ricordi del padre annotati su di un diario e dalle lettere della madre spedite ai parenti fuggiti via da Nazareth per raccontare le cose da differenti punti di vista, tentando di dare una dimensione esistenziale ed universale alle immagini.
 
Il racconto si traveste di piani narrativi non dichiarati, iniziando con la guerra e la resistenza fallita dei palestinesi, che, una volta arresi senza condizione all’esercito d’Israele, saranno etichettati come arabo-israeliani. Il non senso della guerra emerge in quella poetica inquadratura che ritrae i condannati a morte (potrebbero essere i condannati di una delle tante guerre possibili: presenti, passate e future) legati da un comune destino che permette al caso di travalicare il dignitoso vivere civile dell’uomo. Nell’inquadratura le comparse sono spodestate del volto che è coperto dalle bende e sono in ginocchio; uomini-cose che sembrano muti e invisibili davanti la bellezza della natura che li ritrae come un oggetto mortificato dall’essere non sensato della guerra. L’unico gesto che riconduce lo spettatore alla loro umanità è il bisogno fisico: appagato dalla bontà di una suora che gli concede l’ultimo sorso d’acqua.
 
Il secondo piano narrativo è quello prettamente autobiografico; il tema delle origini, fondamentali per definire l’identità di un uomo che altrimenti rischia di piegarsi arrendevolmente all’alienazione di se stesso in favore di una schiavitù più subdola e perniciosa delle altre: ovvero essere “qualcosa” che l’usurpatore ha deciso che tu debba essere fino al punto di farti credere di volerlo essere. Un viaggio in cui si perde la consapevolezza della propria cultura, un percorso che avviene lentamente: dalle gags del soldato che ha perso la strada, dal vicino di casa che vuole darsi fuoco e dalle inquadrature notturne del padre di Elia che va a trafficare armi con la scusa della pesca. Ancora volti che tradiscono un’identidà e un senso di appartenenza a un popolo che sa tragicamente di non essere più legato alle sue viscere. Gli usi occidentali devastano gli occhi e la mente attraverso la tv dimenticando chi si era veramente ed accettando chi si è per condizione imposta. L’albero di natale in casa della madre del protagonista, ormai anziana e sofferente, chiusa in un mutismo che caratterizza le immagini più commoventi del racconto, è il simbolo della distruzione di un universo simbolico che aveva un senso perché portatore della cultura di un popolo ormai convertito ad usi e costumi accettati e condivisi amabilmente.
Bellissimi i canti della tradizione popolare amati dal padre del regista e -mi permetto- anche dall’orecchio dello stesso spettatore.

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