Diario americano | Come fare un film a New York e sopravvivere



Pur impegnato negli States con le riprese del suo nuovo film – Questo dolore un giorno ti sarà utile -, il nostro direttore non trascura redazione e lettori. Al contrario. In esclusiva, ecco a voi il primo appuntamento di un vero e proprio giornale di bordo della nuova esperienza oltreoceano…

Il diario americano di Roberto Faenza | Come fare un film a New York e sopravvivere

Avviso ai registi italiani e ai tanti giovani aspiranti tali. La differenza tra il cinema che facciamo noi e quello che si fa in America è abissale. Qui si usano i film per fare i soldi. Da noi si usano i soldi per fare i film. Nessun regista o filmaker americano ragiona in termini solo “ideali”, in quanto il dio denaro per lui è sovrano. Nessuno qui ha mai sentito parlare di fondo di garanzia, premi di qualità, aiuti statali. Al massimo le produzioni possono valersi di qualche deduzione delle tasse a seconda degli stati che le propongono per favorire il cinema e l’indotto. Lo stato di  New York ad esempio proprio in questi giorni sta discutendo di introdurre una deduzione di circa il 30%. In Lousiana dove stanno girando un film con Bruce Willis lo stato è ancora più generoso e consente di dedurre sino al 40% le spese fatte lì . Al momento Schwarzenegger, il governatore attore della  California,  alle prese con un deficit spaventoso, non ha potuto introdurre alcuna deduzione e così le produzioni sono entrate in grave crisi con un tasso di disoccupazione prossimo al 40% . Tant’è che ora sono molti i finanziatori che lasciano Los Angeles per trasferirsi altrove, vedi il recente caso della  serie Ugly Betty che ha fatto le valigie senza indugio. Sembrerà starno che un regista come il sottoscritto invece di parlare di cose creative e similari si occupi soprattutto di questioni economiche e finanziarie, ma sei vuoi fare un film qui non puoi farne a meno. Aveva ragione Orson Wells quando si lamentava di avere vissuto il 99% della sua vita “hustling” (a doversi arrangiare per trovare i soldi) e solo l’1% a fare film, mentre avrebbe desiderato il contrario. Un minuto di riprese viene contabilizzato in dollari e se un regista perde anche un solo minuto la produzione gli presenta il conto a fine giornata. Se poi ogni giorno perdi tempo perché incapace o incerto, rischi il licenziamento in tronco senza tanti preamboli. Nessun regista qui ha il final cut, come da noi, a meno di chiamarsi Scorsese o Tarantino. Il final cut, ovvero l’ultima parola, spetta a chi mette i soldi, siano essi gli studios o i private investor che giocano nel cinema come si gioca in borsa o al casinò. Un investor interessato al film che sto preparando qui a New York (ispirato al romanzo di Peter Cameron, Un giorno questo dolore ti sarà utile),di recente ha investito su un piccolo film che gli studios hanno snobbato. E’ uscito con poche copie e ora sta sbancando al botteghino. I manager degli studios che lo hanno rifiutato rischiano il licenziamento, mentre l’investor si aggira da trionfatore, Poteva andargli male. Gli è andata bene. Per uno che ce la fa almeno due rischiano. Ma l’azzardo attira e sempre più investor si fanno avanti. Un altro di loro ha solo 26 anni, che da noi è l’età ultima per accedere ai corsi del centro Sperimentale di Cinematografia. A soli 26 anni ha già investito in una decina di film, ora ne sta finanziando uno con un cast notevole da Jerrmy Irons a Kevin Spacey. Quando gli dico che da noi i registi impiegano in media da 8 a 10 settimane per fare un film, risponde che questa è la ragione per cui non investirà mai in Italia. Per realizzare il film di cui sopra ha concesso al regista 3 settimane, non un giorno di più. Per il film che sto preparando chiedo otto settimane. Mi guardano male e già so che dovrò ridurle, perché qui il costo di un film viene valutato in quanto realisticamente potrà fare al botteghino e dunque le settimane di lavorazione vengono ridotte all’osso. Tutto il resto viene lasciato ai sognatori.

Segue…

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